GLOSSA n.3: Salvare gli esseri umani dallo stato di miseria…

Glossa 3

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a cura di Francesco Sasso

Nell’epistola XIII, scritta per accompagnare l’invio e la dedica del Paradiso a Cangrande della Scala, Dante spiega che il fine del poema è “removere viventes in hac vida de statu miserie et perducere ad statum felicitatis” (salvare gli esseri umani dallo stato di miseria e condurli alla felicità). Credo che sia una delle più belle definizioni di letteratura.

Fin dal principio, la complessità del materiale dottrinale e storico della Commedia dantesca determinarono l’esigenza di spiegare e commentare l’opera. Alcuni commenti del Trecento e Quattrocento sono in latino, ma mi stupisce il lavoro del frate minore Giovanni Bertoldi da Serravalle, il quale si spese molto nel commento e nella traduzione latina della Commedia. Un chiaro esempio di lavoro smisurato, ma inutile. Ecco un libro che non leggerò mai.

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ESERCIZI DI LETTURA n. 5: “Il pane che si porta in carcere”. Dante nella poesia di Osip Mandel’stam

Il pane che si porta in carcere”. Dante nella poesia di Osip Mandel’stam

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di Francesca Vennarucci

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Come accade che un ebreo polacco, stretto nella morsa della Russia staliniana, sviluppi una autentica passione per Dante, inizi a studiare l’italiano per leggerlo in lingua originale e, anch’egli poeta, lo elegga a sua guida, a suo nutrimento? Perché? Cosa rappresenta Dante per Osip Mandel’stam? Attraverso il dialogo con Dante, Mandel’stam intesse una fitto colloquio con altri grandi poeti europei che nella vita e nell’opera dell’esule fiorentino cercarono una chiave per comprendere se stessi e i drammatici eventi storici novecenteschi: Eliot e Pound, ma anche Montale e Seamus Heaney. Sappiamo che Mandel’stam, quando iniziò a temere di venire arrestato, portava sempre con sé un’edizione tascabile della Commedia: non poteva tollerare l’idea del carcere senza Dante…e sappiamo anche che la sua ultima raccolta poetica ci è giunta perché la moglie Nadezda aveva imparato a memoria tutti i testi. L’esilio, il pane altrui che sa di sale, le scale da scendere e salire per chiedere aiuto e protezione, ma anche la sublime libertà del cielo, di uno sguardo che oltrepassa il visibile… È la storia di una amicizia, di un intimo colloquio, che, come tutti i veri profondi legami, aiuta a conoscersi e a trovare il proprio posto nel mondo.

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La vicenda delle spoglie di Dante

di Siro A. Chimenz 

[…] Le ossa, poi, non ebbero sorte migliore del sacello: una vicenda romanzesca, non del tutto chiara. Più volte (1396, 1428, 1476) Firenze le aveva richieste a Ravenna; invano. E quando finalmente, essendo Ravenna tornata sotto il governo pontificio, i Fiorentini ottennero dal papa loro concittadino, Leone X, nel 1519, il consenso alla traslazione di esse (e nella supplica al papa, Michelangelo, oltre a sottoscriversi, si offerse “al divin poeta fare sepoltura sua chondecente e in locho onorevole” in Firenze), i messi inviati a rilevarle trovarono il sepolcro vuoto.

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Dal microcosmo fiorentino al macrocosmo della Commedia. Massimo Mori, flâneur nella città di Dante a 750 anni dalla nascita del Poeta

moriDal microcosmo fiorentino al macrocosmo della Commedia. Massimo Mori, flâneur nella città di Dante a 750 anni dalla nascita del Poeta.

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di Stefano Lanuzza

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Firenze capitale dell’Italia negli anni 1865-1871 – la ‘capitale involontaria’ per la quale si abbattono il centro antico e le mura del Trecento –, tra le città più visitate e ammirate d’Italia, è nota nel mondo anche per avere dato i natali nel 1265 a Dante Alighieri: colui che, presumibilmente nel 1307, inizia a scrivere quella Commedia dove si concentra la grande cultura del Medio Evo e si pongono le basi d’una lingua italiana stabile e dall’ortografia fino ad oggi immutata… Ci voleva il guelfo e poi ghibellino Dante perché la parola italiana cessasse di essere un dialetto del latino e diventasse lingua d’una nazione.
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UNA PASSIONE LUNGA TUTTA LA VITA. Per Vittorio Vettori studioso e poeta (Parte I). Saggio di Giuseppe Panella

[Immagine: Carlo Carrà, Le figlie di Loth (1919)]

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di Giuseppe Panella

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«Non so se tra roccie il tuo pallido / Viso m’apparve, o sorriso / Di lontananze ignote / Fosti, la china eburnea / Fronte fulgente o giovine / Suora de la Gioconda: / O delle primavere / Spente, per i suoi mitici pallori / O Regina o Regina adolescente: / Ma per il tuo ignoto poema / Di voluttà e di dolore / Musica fanciulla esangue, / Segnato di linea di sangue / Nel cerchio delle labbra sinuose, / Regina de la melodia: / Ma per il vergine capo / Reclino, io poeta notturno / Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo, / Io per il tuo dolce mistero / Io per il tuo divenir taciturno / Non so se la fiamma pallida / Fu dei capelli il vivente / Segno del suo pallore, / Non so se fu un dolce vapore, / Dolce sul mio dolore, / Sorriso di un volto notturno: / Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti / E l’immobilità dei firmamenti / E i gonfii rivi che vanno piangenti / E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti / E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti / E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera»

(Dino Campana, La Chimera)

1. Un filosofare pallido e assorto

La produzione culturale (letteraria, poetica, filosofica, storico-politica, storico-artistica, finanche utopistica) di Vittorio Vettori è stata sterminata. Analizzare tutte le opere da lui prodotte nei più svariati campi del sapere umanistico è probabilmente impossibile per ora. Anche chi si è posto il compito improbo e meritorio di antologizzare le sue opere più significative non ha potuto che selezionare proficuamente i suoi testi più noti e probabilmente più duraturi. Di se stesso Vettori avrebbe scritto per interposto personaggio in un romanzo, L’amico del Machia, che forse avrebbe meritato maggior fortuna sia critica che di lettori avvertiti (1):

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“La metafora nel Medioevo latino” di Umberto Eco

La metafora è il più importante dei tropi, ovvero l’elemento più tipico del linguaggio poetico. Ma la metafora abbonda anche nella lingua quotidiana, tanto che alcune metafore sono divenute consuete. Vi segnalo quindi il saggio La metafora nel Medioevo latino di Umberto Eco pubblicato dalla rivista Doctor Virtualis, No 3 (2004).

Abstract

La metafora nella tradizione retorica medievale. Filosofia, teologia e limiti del discorso metaforico. Metafora, allegoria e simbolismo. Tommaso, Dante e lo pseudo Dionigi

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Eco, U. (2008). 3. La metafora nel Medioevo latino. Doctor Virtualis, 0(3). Recuperato 2009-12-19, da http://riviste.unimi.it/index.php/DoctorVirtualis/article/view/51/79

 

f.s.

PER UN’ INTERPRETAZIONE LAICA DELL’ULISSE DANTESCO. Saggio di Bernardo Puleio

dante_ulisse 

di Bernardo Puleio 

 

Presso Malebolge,  nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno dantesco, si presenta una fiamma  biforcuta, che racchiude le anime di Ulisse e Diomede. Come spiega Virgilio(1):

[…] Là dentro si martira/ Ulisse e Diomede, e così insieme/ a la vendetta vanno come a l’ira;/ e dentro da la lor fiamma si geme/ l’agguato del caval che fè la porta/ onde uscì de’ Romani il gentil seme./ Piangevisi entro l’arte per che, morta,/ Deidamìa ancor si duol d’Achille,/ e del Palladio pena vi si porta.

L’incontro con Ulisse (2) « lo maggior corno de la fiamma antica » caratterizza, connotandolo di forti, eroiche e trasgressive suggestioni, il canto XXVI dell’Inferno.

L’eroe omerico espia la colpa dell’« agguato » del cavallo di Troia, che pure reca in sé, nell’ideologia dantesca, un elemento di provvidenzialità divina: la distruzione di Troia apre la porta, attraverso le pellegrinazioni di Enea, alla nascita del « gentil seme » dei Romani, il cui impero è voluto e prescelto da Dio (3).

L’arte di Ulisse appare colpa meritevole di dannazione ed emendazione eterna: forzare i segni della realtà (4) è un’opera di grave mistificazione, una specie di audacia sofistica, in grado di confondere ed occultare la ricerca della verità.

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Vida Nueva de Dante Alighieri

[Traduzione di José Daniel Henao Grisales ]

[QUI] potete leggere il testo italiano già pubblicato su Retroguardia.

Vida Nueva de Dante

De Francesco Sasso

La obra ha sido compuesta una vez ha muerto Beatriz. En ella el poeta recoge veinticuatro sonetos, cuatro canciones, una estancia y una balada. Las ha reunido con una prosa antes que nada directa, para explicar las circunstancias y los estados de ánimo, de aquel cuyas rimas habían nacido y nos dan la tierna historia de su amor por Beatriz.

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“Vita Nuova” di Dante Alighieri

(con disgressione: dall’adolescenza a Ligabue) 

Ho letto ben due volte la Vita Nuova di Dante: la prima per motivi di studio all’università, la seconda per puro piacere personale.

L’opera è stata composta subito dopo la morte di Beatrice. In essa il poeta raccolse ventiquattro sonetti, quattro canzoni, una stanza e una ballata, le collegò con prose più che altro dirette a spiegare le circostanze e gli stati d’animo da cui quelle rime erano nate e ci diede così la tenera storia del suo amore per Beatrice.

Ci dice che non aveva ancora nove anni quando, vedendola per la prima volta, si sentì dominato da Amore; nove anni dopo la vide passare per via e tutto trepidante ne ricevette un virtuoso cenno di saluto. D’allora in poi tutta la sua gioia fu in quel saluto che lo inebria e lo solleva al più alto grado di felicità; non voleva però che gli altri lo intuissero, perciò fingeva di sospirare per altre donne, che gli facevano da <<schermo de la veritade>> (tra parentesi, chi di voi, adolescente, non ha mai usato un’uguale tattica in amore?).
E tanto insiste nel corteggiamento ad una di esse (altra digressione: secondo me a Dante non dispiaceva poi tanto far finta di interessarsi ad altre donne), che voci pettegole si levarono contro di lui infamandolo come persona sensuale, dedica ai facili amori.
Giungono codeste chiacchiere a Beatrice che lo priva del saluto: il dolore del poeta fu terribile, non osò più rivolgere a lei i suoi versi, ma, indirizzandosi alle donne gentili, incominciò a tessere le più alte lodi di lei, trasfigurata già in creatura celeste: i famosi sonetti Tanto gentile e Vede perfettamente sono frutto di questa nuova poesia, originale e perfetta, quale nessun stilnovista aveva composto.

Naturalmente non vi racconto tutta la storia, ché non desidero togliere al lettore il gusto della scoperta dell’opera dantesca (per esempio, le pagine in cui Dante sta per svenire davanti a Beatrice e si appoggia alla parete, tale è l’emozione, ma ella, incredula della sua sincerità, ride, con le altre donne, di lui. E’ l’episodio del <<gabbo>>, una tristezza da non ridire).

Ammalatosi, Dante si fermò sempre più sul pensiero della fragilità umana e fu preso dall’angoscioso presentimento della morte di Beatrice: ciò avvenne realmente poco dopo e riempì di lutto non solo il poeta, ma tutta la città. Mentre così egli si consumava nel dolore, lo vide Donna gentile, che cercò di consolarlo (e qui io vi rinvio alla canzone di Ligabue Certe notti: “Certe notti c’hai qualche ferita che qualche tua amica disinfetterà”): già il poeta si sentiva attratto da un sentimento nuovo per la fanciulla, quando TAC Beatrice, apparendogli in sogno così come egli l’aveva vista il giorno in cui se ne  era perdutamente innamorato, gli fece sentire che nulla avrebbe mai spento in lui il suo ricordo e promettere di non parlare più di quella <<benedetta>> finché non avesse potuto <<più degnamente trattare di lei>>.

Le solennità quasi religiosa del racconto, il mistico rapimento del poeta, la contemplazione della donna divenuta creatura terrestre, l’uso della visione (Rimbauld deve ancor nascere), l’indeterminatezza con cui sono volutamente indicati persone e luoghi e che trasporta il lettore in un mondo di sogno, tutto il pathos dell’opera insomma e specialmente quella solenne promessa finale sono il vero e più degno annuncio della Divina Commedia.

Spesso anche le pagine di prosa non sono meno spirituali, assorte e malinconiche, delle liriche; e se risentono certamente delle dottrine filosofiche e retoriche, hanno però accenti notevolmente personali, forse perché furono composte tutte insieme con un disegno prestabilito, probabilmente nel 1290, quando il poeta decise di riunire in un’opera organica la sua storia d’amore.

Queste, le prose, assolvono anche la funzione di raccordare nell’economia narrativa le varie liriche fra loro, affinché nessuna di esse risulti l’espressione di un momento irrelato e tutte concorrano all’organicità della vicenda. Insomma, caro lettore, possiamo leggere la Vita Nuova anche come un romanzo d’amore. Nacque da questa operazione il primo modello di prosa d’arte, in senso moderno, della nostra letteratura.

f.s.