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Orizzonte degli eventi

a cura di Francesco Sasso

Mese: Ottobre 2019

ESERCIZI DI LETTURA n. 3: Un’anima è nella mia anima… e non si ricorda d’esser morta.

Cees Nooteboom, Tumbas. Tombe di poeti e pensatori, trad. it. Iperborea, Milano, 2015.

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di Gustavo Micheletti

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La tomba di Chateaubriand si affaccia sul mare della Bretagna. A SaintMalo, patria dei corsari, una croce di pietra, piuttosto tozza e massiccia, se ne sta in alto, quasi a strapiombo, come assorta a contemplare l’orizzonte, forse a ricordare. Albert Manguel scrive che per Chateaubriand “il mondo che vediamo è già memoria: di cose passeggere, effimere, perdute, che pure non vogliono abbandonarci del tutto. Il passato non se ne andrà: quello che sperimentiamo esiste soltanto nel momento che fugge,” ma nulla va perduto, nulla discende nella tomba, perché tutto ciò che abbiamo conosciuto continua a vivere intorno a noi e “la morte, toccandoci, non ci distrugge, ci rende solo invisibili”.

Come in un gioco di scatole cinesi, il poeta e scrittore olandese Caes Nooteboom ha raccolto in questo suo libro itinerante e nostalgico scritti e memorie di altri scrittori e poeti, che a loro volta ricordano e condividono con lui il gusto del non lasciar svanire, del voler far riaffiorare dal passato quanto si lascia solo levigare dal tempo. Pellegrinando di tomba in tomba, l’autore coltiva il sapore di pagine che ha amato e lascia presagire la compagnia vaga e pungente dei loro estensori.

Sono molti i poeti e i pensatori che si succedono in questa variegata teoria di pietre sonore visitate da Nooteboom. Alcuni di loro, come Goethe e Schiller, sembrano rimasti amici dopo la morte. A Weimar stanno uno accanto a l’altro, nelle rispettive urne, tanto da suggerire l’idea che la loro amicizia ignori le loro rispettive morti. Altri, invece, non solo sembrano credere pienamente nella morte, ma ne hanno una visione implacabile e algida, come della fine del tempo e di tutto. Ionesco, per esempio, immagina, in maniera scientificamente plausibile, che il mondo un giorno gelerà. Un’insensibilità polare si stenderà sopra di noi e poi “un gran sole farà sciogliere i blocchi di ghiaccio, e poi ci sarà un vapore, e anche la bruma si dissiperà nella luce azzurra”. Alla fine, “non resterà più alcuna traccia”.

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Camilleri, Montalbano e il ‘vigatèse’

Camilleri, Montalbano e il ‘vigatèse’

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di Stefano Lanuzza
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Il vigatese? “Una lingua inventata, in continua mutazione, infedele a se stessa. C’è voluto un po’ di tempo, ma alla fine ci si è accorti che non è siciliano. I primi a capirlo sono stati proprio i miei amici in Sicilia. Ma unni a pigghiasti‘sta parola? Non esiste!” (A. Camilleri, “Il Venerdi/La Repubblica”, 21 luglio 2017).

Premessa

Il 17 giugno 2019, colpito da un infarto dopo che venti giorni prima, cadendo in casa, si provoca la rottura del femore, Andrea Camilleri, nato a Porto Empedocle nel 1925, lascia la vita in un ospedale romano dopo una lunga, iniqua agonia confortata dall’affetto dei parenti e di molti amici e lettori.

Insofferente di simile contesto, si segnala con un ‘coccodrillo’ preventivo e di cattivo gusto il direttore editoriale di un giornale della filiera paraleghista-sovranista il quale, il 19 giugno, deplorando che lo scrittore abbia “rivendicato fino all’ultimo la sua adesione al bolscevismo”, aggiunge: “Tuttavia l’arte non ha bandiere, e quella di Camilleri va riconosciuta per quello che è: mirabile. Non tutta, ma quasi” (dove, ndr, il ma quasi manda un cacofonico suono di ciabatte). Continua: “L’unica consolazione per la sua eventuale dipartita è che finalmente non vedremo più in televisione Montalbano, un terrone che ci ha rotto i coglioni…”. Per concludere con un soverchio e fuorviante esorcismo: “Questa comunque è una opinione personale e scherzosa, in me Camilleri suscita ammirazione, è un grande scrittore, e bisogna ricordare che la lingua italiana è nata in Sicilia, solo dopo abbiamo adottato quella Toscana. E i siciliani parlano meglio di qualunque altro italiano. E scrivono meglio degli altri italiani”.

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ESERCIZI DI LETTURA n. 2: La verità impronunciabile. Il silenzio della letteratura

La verità impronunciabile. Il silenzio della letteratura

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di Francesca Vennarucci

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Dolce e chiara è la notte e senza vento,

e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti

posa la luna, e di lontan rivela

serena ogni montagna. […]

[…] Ahi, per la via

odo non lunge il solitario canto

dell’artigian, che riede a tarda notte,

dopo i sollazzi, al suo povero ostello;

e fieramente mi si stringe il core,

a pensar come tutto al mondo passa,

e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito

il dì festivo, e al festivo il giorno

volgar succede, e se ne porta il tempo

ogni umano accidente. Or dov’è il suono

di que’ popoli antichi? Or dov’è il grido

de’ nostri avi famosi, e il grande impero

di quella Roma, e l’armi, e il fragorio

che n’andò per la terra e l’oceano?

Tutto è pace e silenzio, e tutto posa

il mondo, e più di lor non si ragiona.

[…]

(da La sera del dì di festa, di Giacomo Leopardi)

Dopo una giornata di festa, animata da suoni, grida, fragori, solo il canto dell’artigiano che torna a casa squarcia la profondissima quiete della notte. La coltre del silenzio già posa, densa e tangibile, so­pra i campi e in mezzo agli orti, avvolge le cose nell’oblio, cancella le voci del giorno respin­gendole in una dimensione irreale, dolorosa. Solo il canto notturno che a poco a poco si allontana ripopola il silenzio di voci, di grida, ma è un attimo: la luce uniforme e silenziosa della luna riprende a posare su tutto il mondo, lasciando lo sguardo dell’osserva­tore a vagare lontano e il suo animo in sub­buglio. E’ possibile notare immediatamente come la costruzione di que­sta po­esia poggi su un’opposizione dialettica: nel silenzio della notte appa­rente­mente quieta, inondata dalla chiarezza lunare, il canto dell’ar­tigiano ha il po­tere di evocare, non solo le voci del giorno appena tra­scorso, ma tutte le voci del mondo, le voci di un passato rumorosis­simo eppure inghiottito dal silen­zio del Tempo.

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Il progresso astratto dell’arte. Qualche considerazione su Astrattismo, entropia e progresso (II parte)

Il progresso astratto dell’arte. Qualche considerazione su Astrattismo, entropia e progresso

Nescis quid Vesper serus vehat

(Virgilio, Georgiche)

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di Gustavo Micheletti

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Le successioni di temi e idee melodiche, così come quelle di strutture di segni, sono alternate a variazioni non dissimili da quelle che caratterizzano l’uso di una parola all’interno di una lingua: anche in questo contesto gli usi possono succedersi in modi identici o poco prevedibili, evocare iterazioni convenzionali o attuare soluzioni particolarmente evocative sotto il profilo retorico o poetico.

Dall’inizio del Novecento anche le forme e i colori si succedono sulle tele dei pittori con ritmi diversi, assumendo complessivamente forme significative alla luce di codici sempre più ridotti, probabilmente perché una tale riduzione è funzionale ad una maggiore perspicuità visiva, la quale a sua volta è in grado di rendere più icastico e perentorio l’orizzonte entro cui si svolge la combinatoria degli elementi in gioco. Per questo la vocazione grafica di questo tipo di arte pare inscindibile dalla sua propensione all’astrazione, e forse è proprio per compensare e integrare questa propensione che il colore interviene come contrappunto della narrazione grafica.

Ci sono tuttavia tanti diversi modi d’astrarre. Secondo Tomás Maldonado c’è ad esempio una profonda differenza tra l’astrattismo costruttivo e l’astrattismo genericamente inteso, nel senso che “le opere di artisti come Malévic, Mondrian e Albers sono diverse, per esempio, da quelle di Pollock”.1

L’incremento dell’entropia che caratterizza gran parte dell’arte contemporanea, e di cui Pollock costituisce il caso più esemplare, è dovuto secondo Arnheim a due specie del tutto diverse di effetti: “da un lato, un impulso verso la semplicità, che promuoverà la regolarità e l’abbassamento del livello dell’ordine; dall’altro, il dissolvimento disordinato. Ambedue conducono alla riduzione di tensione”.2 Se Pollock può essere considerato il prototipo di questo secondo caso, Mondrian o Arp possono essere considerati validi modelli del primo.

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CRESTOMAZIA 33: “Intimazione” di Marguerite Yourcenar

Intimazione di Marguerite Yourcenar

La morte si avvicina, e il suo rumore:
Fratello, Amico, Ombra, cosa importa?
È la morte la nostra unica porta
per uscire da un mondo dove tutto muore.
(1963)

Intimation

La mort approche, et sa rumeur:
Frère, Ami, Ombre, que t’importe?
La mort est nostre seule porte
Pour sortir d’un monde où tout meurt.
(1963)

da I doni di Alcippe (trad. Manrico Murzi, Bompiani, 1987, pag.143)

CRESTOMAZIA

Il progresso astratto dell’arte. Qualche considerazione su Astrattismo, entropia e progresso (I parte)

Il progresso astratto dell’arte. Qualche considerazione su Astrattismo, entropia e progresso

Nescis quid Vesper serus vehat

(Virgilio, Georgiche)

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di Gustavo Micheletti
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Ernst Gombrich si domanda come sia stato possibile giungere a concepire la vita artistica dei nostri tempi sotto il segno dell’idea di progresso. Lo storico viennese Hans Tietze, si chiede a sua volta come sia possibile che un linguaggio artistico nato appena una dozzina di anni prima possa essere considerato superato. Alla fine degli anni venti del Novecento, lo stesso Tietze individua nello storicismo – termine che usa grosso modo nella stessa accezione con cui lo usa Popper – l’origine di questa inarrestabile propensione.1

Nel Postscriptum alla sua Storia dell’arte, è sempre Gombrich a far osservare come gli artisti rappresentino ormai, secondo l’opinione di una vasta minoranza, “l’avanguardia del futuro”, tanto che rischierebbe di apparire ridicolo chiunque non dovesse apprezzarli a dovere.2 Questa concezione dell’avanguardia artistica risulta in effetti leggibile come un’ultima conseguenza di quella concezione storicista che, se applicata all’arte, può risultare, come anche Max Weber aveva avvertito, decisamente fuorviante, perché se “l’attività scientifica è inserita nel corso del progresso”, viceversa nessun progresso “si attua nel campo dell’arte”.3

Denys Riout fa tuttavia notare che la logica che presiede alla pittura astratta contemporanea, nella concezione che ne ha per esempio un rappresentativo esponente come Reinhardt, implica almeno un’altra fede oltre a quella storicista, e cioè quella, nata con il decadentismo e l’estetismo, nell’autonomia dell’arte e del suo impianto formale.4

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I Ching: passato

Resta un poco indietro ed osserva la situazione.

Esamina te stesso dal punto di vista degli altri

Taglia i rami secchi. Elimina tutto ciò che è passato.

César Brie

Humillados y Ofendidos
Regia di César Brie, montaggio di Javier Alvarez
musica di Pablo Brie.

A maggio 2008 ho assistito a Sucre, in Bolivia, a un pogrom contro gli indigeni. Venivano picchiati, denudati, costretti a bruciare le loro bandiere, a baciare la terra, a gridare consegne contro se stessi. Il giorno dopo ho intervistato le vittime. Uno degli squadristi, credendomi dalla sua parte, mi diede un filmato dove si vedevano i responsabili: la sindaco di Sucre, il capo del consiglio comunale, il rettore dell’Università, Senatori e deputati della Repubblica. Un mese dopo mostrai il mio documentario che fu diffuso in tutta la Bolivia. Oggi è la base di prova nel processo penale che si esegue a queste persone. A livello personale provocò minacce, insulti, attentati sino ad una bastonatura e la promessa che avrebbero ucciso la mia famiglia. Dal 2010 non vivo più in Bolivia

Tahuamanu – Morir en Pando
Trailer
Regia del documentario di César Brie e Javier Horacio Alvarez. Musica di Manuel Estrada.

Le perizie autoptiche e sui feriti furono opera del Dr. Alberto Brailovsky alla cui memoria è dedicato il documentario. Noi quattro abbiamo realizzato tutta la investigazione.

L’11 settembre del 2008 ci fu un massacro di campesinos sulle rive del fiume Tahuamanu, a Porvenir, villaggio nel Pando, regione amazzonica boliviana. 13 morti, decine di scomparsi e centinaia di feriti da armi da fuoco. Sono andato a indagare convinto che i campesinos fossero vittime disarmate e innocenti di un piano di destabilizzazione violenta del governo di Evo Morales,
alcuni fatti erano però oscuri e l’indagine è durata due anni. Ho scoperto che, sebbene il massacro fosse vero, c’erano molte ambiguità. Il documentario racconta per la prima volta tutto l’accaduto. Non piacque alla destra che organizzò il massacro, al governo che organizzò la protesta e abbandonò gli indigeni, ai dirigenti campesinos che mentirono su alcune circostanze, alla stampa che fu corresponsabile dei fatti, ai medici che falsificarono le autopsie. Interessò però ai boliviani che affluirono in massa al cinema in cui si proiettò, e ai familiari delle vittime. Il documentario non fu mai passato in nessuna televisione: troppo scomodo per tutte, sia di destra che di sinistra.

Sobre documental TAHUAMANU
di César Brie

César Brie, Javier Alvarez e Manu Horacio Estrada parlano del loro documentario che ricostruisce Tahuamanu, il massacro del Pando, che si è verificato l’11 settembre 2008 in Bolivia e il contesto politico che lo ha generato.

Fonte: https://www.cesarbrie.com/film

 

AVVICINANDOMI A UN LIBRO CHE SENTO AFFINE. Cosimo Marco Mazzoni, “Quale dignità. Il lungo viaggio di un’idea”

Cosimo Marco Mazzoni, Quale dignità. Il lungo viaggio di un’idea, Firenze, Olschki («Ambienti del diritto», 1), 2019, VII-128 pp., 18 euro.

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di Luciano Curreri (ULiège)
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Aperto e suggestivo il titolo di una nuova collana di Olschki: «Ambienti del diritto». In effetti, in molti ambienti, circola ancora l’idea che il diritto sia chiuso nel suo, di ambiente, e a doppia mandata. Quando invece il diritto, e non dovrei certo dirlo io, fa parte a pieno titolo, e dalle sue origini quanto meno, di una vasta storia delle idee (o della cultura) che di ambienti ne infila uno dopo l’altro: dalla filosofia, morale e non, alla psicologia, dall’antropologia culturale alla sociologia politica, dalla teologia etica alla critica artistica e letteraria a un tempo, dalle filosofie dell’educazione, dei diritti alle politiche comunitarie europee, dalla letteratura alla saggistica più avvertita et j’en passe.

Ecco, tra archetipi dei diritti umani e visioni giusnaturaliste, il diritto si dà e si dice nella realtà tutta, in seno a quel «lungo viaggio di un’idea» che non proprio a caso è evocato nel sottotitolo del libro di Cosimo Marco Mazzoni; libro cui provo ad avvicinarmi, pur non avendo particolari competenze, perché lo sento affine.

Due, comunque, i numi tutelari: Giovanni Pico della Mirandola e Immanuel Kant, presenti dall’inizio alla fine del libro e veri fautori, tra Umanesimo e Modernità, del principio della dignità umana. Quasi tutto il discorso di Mazzoni ruota attorno al pensiero di questi grandi personaggi. E solo per fare un esempio e accennare così a un altro concetto su cui ritorneremo in chiusura, direi che non è un caso che Pico introduca il discorso sulla «responsabilità», tesa a chiarire il senso della parola «dignità». Ma proviamo a procedere con ordine, perché il rischio di una recensione a un libro molto denso (e pure molto chiaro) è proprio questo: inanellare subito troppi concetti-parole intorno alla «dignità», con cui molti discorsi quotidiani (quello cattolico per esempio e per tacere del politico) vanno a nozze, infilandola dappertutto.

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