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Orizzonte degli eventi

a cura di Francesco Sasso

Mese: Agosto 2015

La scrittura alfabetica

Quanto breve è la storia della scrittura alfabetica rispetto alla storia biologica dell’uomo. Solo, si fa per dire, intorno al 1000 a.C. circa, i Fenici si servirono esclusivamente di un alfabeto fonetico (di sole consonanti); più tardi i Greci lo ripresero e vi aggiunsero le vocali.

CRESTOMAZIA 11: “Io non me la rido della morte ” di JAVIER HERAUD

“Io non me la rido della morte ” di JAVIER HERAUD

 

Tu hai voluto riposare
in terra morta ed in oblio.
Credevi di poter vivere da solo
nel mare, o nei monti.
Poi hai saputo che la vita
è solitudine tra gli uomini
e solitudine tra le valli.
Che i giorni che circolavano
nel tuo petto erano solo campioni
di dolore tra il tuo pianto. Povero
amico. Non sapevi niente e non piangevi niente.

Io non me la rido mai
della morte.
Semplicemente
capita che
non ho
paura
di
morire
tra
uccelli ed alberi.

Io non me la rido della morte.
Però a volte ho sete
e chiedo un po’ di vita,
a volte ho sete e domando
tutti i giorni, e come sempre
capita che non trovo risposte
ma una sghignazzata profonda
e nera. L’ho già detto, mai
sono solito ridere della morte,
conosco però il suo bianco
volto, la sua tetra veste.

Io non me la rido della morte.
Tuttavia, conosco la sua
bianca casa, conosco la sua
bianca veste, conosco
la sua umidità ed il suo silenzio.
E’ chiaro, la morte non
mi ha ancora fatto visita,
e voi domanderete: cosa
conosci? Non conosco niente.
Anche questo è vero.
Eppure, so che all’arrivo
di lei starò aspettando,
starò aspettando in piedi
o magari facendo colazione.
La guarderò dolcemente
(che non abbia a spaventarsi)
e siccome mai ho riso
della sua tunica, l’accompagnerò,
solitario e solitario.

(da Giovani poeti sudamericani, Einaudi, 1972)


“Dell’altra moltitudine che abbiamo di versi, quasi infinita, ha scelto ciò che gli è riuscito o più elegante, o più poetico, o anche più filosofico, e infine, più bello […]” (Tratto dalla Prefazione alla crestomazia italiana de’ poeti di Giacomo Leopardi)

Dall’”Introduzione” a “Come per una congiura. Il carteggio Contini-Sinigaglia” a cura di Gualberto Alvino

Gianfranco Contini-Sandro Sinigaglia, Come per una congiura. Gualberto AlvinoGianfranco Contini-Sandro Sinigaglia, “Come per una congiura. Corrispondenza (1944-1989)”, a cura di Gualberto Alvino, Firenze, Edizioni del Galluzzo per la Fondazione Ezio Franceschini, 2015.

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di Gualberto Alvino

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La corrispondenza tra Gianfranco Contini e Sandro Sinigaglia[1] — iniziata nel 1944 e protrattasi quasi ininterrottamente fino al 1989, a pochi mesi dalla scomparsa d’entrambi — costituisce una vistosa eccezione nel folto epistolario del Domese, scaturendo non già, come negli altri casi, da ragioni d’ordine letterario o professionale, ma da un’attrazione indomabile, un’amicizia virile durata mezzo secolo senza l’ombra d’un attrito e scoccata da un «gesto» altrettanto istintivo che disinteressato compiuto all’insegna del pericolo e dell’avventura in uno dei frangenti più dolorosi della nostra storia nazionale.

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CRESTOMAZIA 10: “Poesia” di Juan Gelman

“Poesia” di Juan Gelman

 

Giovedì passato nell’atmosfera amichevole

della tua conversazione. Sulla tovaglia,

i dolci piatti, il coltello all’erta,

la voglia di mangiare.

 

La voglia pure di parlare un poco,

di tutto, di qualunque cosa, di niente.

Di piangere tagliando la cipolla

e di ridere giusto nel cucchiaio.

 

Le tue mani esperte, tiepide di verdura,

ed il grembiule che sempre si rovina

proprio lì, però che rabbia! Di nuovo

hanno aumentato il pane, eh? Che problema!

 

Che problema, moglie mia, che problema,

toccare l’aria di questo giovedì pulito!

Guardarsi il petto scandalo di vita!

Sentire nel suo ventre il figlio come cresce!

E il resto, lo aggiusteremo poco a poco.

 

(da Giovani poeti sudamericani, Einaudi, 1972)


“Dell’altra moltitudine che abbiamo di versi, quasi infinita, ha scelto ciò che gli è riuscito o più elegante, o più poetico, o anche più filosofico, e infine, più bello […]” (Tratto dalla Prefazione alla crestomazia italiana de’ poeti di Giacomo Leopardi)

 

Luigi Fontanella, “L’adolescenza e la notte”

Luigi Fontanella,  L’adolescenza e la notteLuigi Fontanella, L’adolescenza e la notte, Firenze, Passigli, 2015, pp. 90, € 12,50

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di Stefano Lanuzza

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L’adolescenza, che è crisi dell’identità, caos di emozioni sanguigne, fame di esistere nell’hic et nunc senza sapere niente del destino, per il rammemorante Luigi Fontanella non è ‘il tempo perduto’ bensì quello, inobliato, dell’innocente gioia di vivere: della pura esistenza da lui declinata nella fluida trama di versi narrativo-riflessivi, concepiti come un sistema di analogie e votati a disadorna chiarezza e immediata leggibilità, di L’adolescenza e la notte (Firenze, Passigli, 2015, pp. 90, € 12,50), opera dalla pressoché unitaria complessione poematica.

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SUL TAMBURO n.4: Gualberto Alvino, “L’apparato animale” & “Scritti diversi e dispersi (2000-2014)”

Gualberto Alvino, L'apparato animaleGualberto Alvino, Scritti diversi e dispersiGualberto Alvino, L’apparato animale, introduzione di Giovanni Fontana, Torino, Robin, 2015; Gualberto Alvino, Scritti diversi e dispersi (2000-2014), prefazione di Mario Lunetta, Roma, Fermenti, 2015

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di Giuseppe Panella

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Scrive Giovanni Fontana nella sua lunga introduzione al libro di Gualberto Alvino (e il titolo del suo testo critico la dice lunga sul taglio dell’intervento dello scrittore di Frosinone):

«Il suo testo si torce in un’orgia di materia grondante di umori. Talvolta Gualberto Alvino svolta repentino. Fugge per la tangente. Poi torna grondante per apparire di fronte e di profilo a un tempo. Per scomporre l’immagine di sé in vortici. E analizzarne gli elementi. Radici. Ecco che propone allora accumulazioni drammatiche e fluttuazioni incongrue. Una Humanitas fatta di parti anatomiche. Per esempio. E’ un duro atlante di anatomia che si esplica nell’elenco spietato delle membra rivelandone la fragilità come su un tavolo di analisi. Tarsie di cose morte. […] E’ qui che Alvino (si) scrive il corpo in latino. L’elenco articolato nel linguaggio dotto degli antichi. Rotto in sequenza dalla scansione libresca e didattica che ricostruisce sulla pagina i segreti di quel corpo»(1).

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Pensieri come schiaffi in faccia. Vladimir Di Prima, “Pensieri in faccia”

Vladimir Di Prima, Pensieri in facciaVladimir Di Prima, Pensieri in faccia, Viagrande, Algra, 2015, pp. 64, € 8,00

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di Stefano Lanuzza

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Ti prendo di petto, ti fulmino con lo sguardo e con poche parole ti avviso e ammonisco, ti sciorino trame di opinioni, fenomenologie anticonformiste, critiche della realtà, malesseri o un dolore segreto; e, insomma, un po’ sommessamente un po’ no, ti dico ciò che penso… È questo il complesso sentimento dell’aforisma, forma di pensiero assertivo e, per il suo peccato di soggettivismo, risposta indisponibile a futili obiezioni, dubbi o consigli. Così – dopo Gli Ansiatici (2002), Facciamo silenzio (2007) e Le incompiute smorfie (2014), romanzi dall’inusitata valenza lessicale – è il nuovo libro di Vladimir Di Prima, Pensieri in faccia (Viagrande, Algra, 2015, pp. 64, € 8,00), prefato con empatia da Arnaldo Colasanti.

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