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ESERCIZI DI LETTURA n. 5: “Il pane che si porta in carcere”. Dante nella poesia di Osip Mandel’stam

Il pane che si porta in carcere”. Dante nella poesia di Osip Mandel’stam

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di Francesca Vennarucci

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Come accade che un ebreo polacco, stretto nella morsa della Russia staliniana, sviluppi una autentica passione per Dante, inizi a studiare l’italiano per leggerlo in lingua originale e, anch’egli poeta, lo elegga a sua guida, a suo nutrimento? Perché? Cosa rappresenta Dante per Osip Mandel’stam? Attraverso il dialogo con Dante, Mandel’stam intesse una fitto colloquio con altri grandi poeti europei che nella vita e nell’opera dell’esule fiorentino cercarono una chiave per comprendere se stessi e i drammatici eventi storici novecenteschi: Eliot e Pound, ma anche Montale e Seamus Heaney. Sappiamo che Mandel’stam, quando iniziò a temere di venire arrestato, portava sempre con sé un’edizione tascabile della Commedia: non poteva tollerare l’idea del carcere senza Dante…e sappiamo anche che la sua ultima raccolta poetica ci è giunta perché la moglie Nadezda aveva imparato a memoria tutti i testi. L’esilio, il pane altrui che sa di sale, le scale da scendere e salire per chiedere aiuto e protezione, ma anche la sublime libertà del cielo, di uno sguardo che oltrepassa il visibile… È la storia di una amicizia, di un intimo colloquio, che, come tutti i veri profondi legami, aiuta a conoscersi e a trovare il proprio posto nel mondo.

1. Una vita irreale

«È terribile pensare che la nostra vita sia un racconto senza intreccio né eroe, fatta di vuoto e di vetro, di ardente balbettio di sole digressioni, di delirio influenzale pietroburghese.» La vita di Mandel’stam potrebbe sembrare in effetti, come lui stesso afferma, “un racconto senza intreccio né eroe”, senonché accadde che egli stesso divenne un eroe. Nato nel gennaio del 1891 a Varsavia in una famiglia ebraica di media borghesia, ma priva di interessi religiosi, il padre fabbricante di guanti (e torna in mente insistentemente il patriarca ebreo di Pastorale americana di Philip Poth) la madre pianista e insegnante di musica (frequentissimi sono i riferimenti musicali nella poesia di Mandel’stam, segno che egli conosceva molto bene la musica), già nel 1892 il poeta si trasferisce con la famiglia a Pavlovsk, la piccola Versailles nei dintorni di Pietroburgo, luogo ameno di soggiorni estivi dell’aristocrazia russa, nonché inevitabilmente luogo dostoevskijano in quanto vi si svolgono lunghi tratti di romanzi quali L’idiota. In seguito la famiglia si sposta stabilmente a Pietroburgo, dove il poeta frequenta una scuola d’avanguardia, l’Istituto commerciale “Tenisev” la stessa che sarà di Nabokov. Dopo il diploma si reca a Parigi, alla Sorbona e poi a studiare filologia romanza ad Heidelberg, viaggiando inoltre attraverso Germania, Svizzera e Italia. Ritorna infine a Pietroburgo e inizia a frequentare “La Torre”, un locale dell’appartamento del poeta simbolista Ivanov che raccoglieva molti poeti; qui conoscerà Gumilëv e Anna Achmatova, la grande poetessa che sarà sua intima amica per tutta la vita e che sosterrà poi in molte occasioni la vedova del poeta. A proposito del legame del poeta con Pietroburgo Brodskij scrive: «Per comprendere meglio la sua poesia, il lettore straniero dovrebbe forse rendersi conto che Mandel’stam era un ebreo che viveva nella capitale della Russia imperiale, dove la religione dominante era l’ortodossia, la struttura politica era essenzialmente bizantina e l’alfabeto era stato inventato da due monaci greci. In termini storici, questo miscuglio organico si faceva sentire più fortemente a Pietroburgo, e la città divenne la nicchia escatologica di Mandel’stam, “familiare come le lacrime”, per il resto di una vita non troppo lunga.»1

Nel 1912 insieme a Gumilev e all’Achmatova dà vita all’acmeismo, dal greco “akmé”, vertice, punto culminante, massimo vigore, l’unico movimento post-simbolista russo o anti-simbolista che non prendesse a prestito il suo nome dall’avanguardia letteraria occidentale. La sua prima raccolta poetica, Pietra, è del 1913. Allo scoppio della guerra viene esonerato dal servizio militare per astenia cardiaca. Durante in soggiorno estivo in Crimea a Koktebel nel 1915 conosce le sorelle Cvetaeva e instaura un legame di amicizia, che poi si trasformerà in un breve e intenso amore, con Marina Cvetaeva, grande poetessa dal triste destino che però era già sposata con Sergej Efron, un ambiguo personaggio che osteggerà in tutti i modi la rivoluzione, combatterà nell’armata bianca, porterà Marina all’estero e verrà infine accusato di aver collaborato all’uccisione di diversi personaggi politici marxisti e dunque sarà fucilato al rientro in patria nel 1939: sola, in miseria e emarginata in qualità di ex-emigrata e moglie di una spia la Cvetaeva si impiccherà nel 1942.

Nel frattempo ha luogo la rivoluzione di ottobre, nel 1917, seguita dalla guerra civile: nel 1918 viene eletto con Majakovskij e Pasternak membro del circolo linguistico di Mosca, guidato da Roman Jakobson. A Kiev nel 1919 conosce la giovane pittrice Nadezda Jakovlevna Chazina, sua futura moglie e inseparabile compagna di traversie e tragedie, nonché fedele memorizzatrice di innumerevoli poesie che sono sopravvissute solo grazie alla sua tenacia e dedizione.

Nel 1924 inizia per Mandel’stam l’emarginazione, il tunnel dell’esilio in patria, l’opera di strangolamento della sua attività di poeta e saggista, in quanto le case editrici rifiutano sistematicamente i suoi scritti. Fondamentale è la presenza costante di Anna Achmatova, ma il poeta non tiene conto degli innumerevoli avvertimenti e non lascia la Russia e neanche cessa di inserire nelle sue poesie riferimenti molto critici al regime staliniano. In un articolo pubblicato, nel 1928, rispondendo ad un’inchiesta sul tema: Lo scrittore sovietico e la rivoluzione russa, Mandel’stam dichiara : «La rivoluzione di ottobre non ha potuto fare a meno di esercitare un’influenza sul mio lavoro, poiché mi ha tolto la biografia, la sensazione di un significato personale. Le sono grato per aver posto fine una volta per sempre alla sicurezza spirituale e al vivere di rendita culturale… Mi sento debitore della rivoluzione, ma i doni che le offro non le sono per ora necessari. […] Sono inoltre profondamente convinto che, sebbene gli scrittori dipendano dai rapporti di forza sociali e ne siano condizionati, la scienza moderna non possegga alcun mezzo per evocare la comparsa di questo o quell’autore che ritiene auspicabile. Dato lo stato embrionale dell’eugenetica, gli incroci e gli innesti culturali possono dare i risultati più inaspettati. È invece possibile una produzione in massa di lettori. Per questo esiste un mezzo diretto: la scuola». In questa risposta piuttosto lapidaria è palese una critica profonda all’idea che lo scrittore e il poeta possano “servire” una causa politica, quasi fossero creati ad arte in laboratorio attraverso l’eugenetica; speculare è l’osservazione che, non potendo lavorare più di tanto sugli scrittori, il regime lavora sui lettori, che invece possono essere plasmati attraverso lo strumento potente della scuola.

Un momento di serenità in un clima che va divenendo sempre più fosco per Mandel’stam è dato dal viaggio in Armenia del 1930, un viaggio a lungo sognato e vagheggiato e che riempe il poeta di stupore e meraviglia; egli vede nell’Armenia un “regno di pietre urlanti”, un luogo di fusione tra il mondo cristiano-giudaico e il mondo ellenico, entrambi costitutivi della sua poesia. Nel novembre del 1933 compone una poesia. Non la scrive, chè non osava più scrivere nulla, ma la recita a pochi amici.

Noi viviamo senza avvertire sotto di noi il paese,

i nostri discorsi non si sentono a dieci passi di distanza,

ma dove c’è soltanto una mezza conversazione

ci si ricorda del montanaro del Cremlino.

Le sue grosse dita sono grasse come vermi

e le sue parole sicure come fili a piombo.

Ridono i suoi baffi da scarafaggio,

e brillano i suoi gambali.

Intorno a lui c’è una masnada di ducetti dal collo sottile

e lui si diletta dei servigi dei semiuomini.

Chi fischietta, chi miagola, chi piagnucola

se soltanto lui ciarla o punta il dito.

Come ferri da cavallo egli forgia un ukaz dietro l’altro,

a uno l’appioppa nell’inguine, a uno sulla fronte,

a chi sul sopracciglio, a chi nell’occhio.

Non c’è esecuzione che non sia per lui una cuccagna…

Il 13 maggio 1934 Mandel’stam viene arrestato nel suo appartamento a Mosca, dopo una lunga perquisizione durata l’intera notte. La condanna è a tre anni di confino da scontare a Cerdyn, lontana più di mille chilometri da Mosca: l’obiettivo della sentenza è “isolarlo, ma tenerlo in vita”; in preda ad un collasso nervoso Osip soffre di allucinazioni uditive, teme di essere fucilato e tenta il suicidio gettandosi da una finestra. Intercedono per lui Bucharin, che scive a Stalin, e Pasternak, che pur senza sbilanciarsi troppo, in una celebre telefonata con il dittatore ottiene che la pena venga commutata in tre anni di domicilio coatto, che Mandel’stam decide di trascorrere a Voronez, nella Russia meridionale, dove resterà fino al maggio 1937. Appartengono a questo periodo i versi forse più intensi e drammatici del poeta, i tre Quaderni di Voronez, nei quali con frequenza il poeta ricorre a Dante e ai poeti italiani con i quali era entrato in contatto all’inizio degli anni Trenta.

Verrà infine arrestato all’alba del 2 maggio 1938 a Samaticha; a Mosca subirà forse un unico interrogatorio, del quale esiste un verbale; verrà sottoposto a una visita psichiatrica nella quale viene definito “in quanto malato di mente PASSIBILE DI INCRIMINAZIONE”. Dell’8 agosto è la sentenza con la quale gli viene inflitta una condanna alla deportazione per “attività controrivoluzionaria”. Dopo oltre un mese di viaggio egli viene internato a Vtoraja Recka, un campo di transito nei pressi di Vladivostok, ma la destinazione finale del suo viaggio sono gli spaventosi lager della Kolyma. Possediamo una sua unica lettera dalla Siberia, indirizzata al fratello:

«Caro Sura!

mi trovo a Vladivostok, al SVITL baracca undicesima. Mi hanno dato 5 anni di [lavori forzati] per attività controrivoluzionaria secondo la decisione del OSO. Il mezzo dalla prigione Butyrka, da Mosca, è partito il 9 di settembre, siamo arrivati il 12 di ottobre. Il mio stato di salute è molto precario. Mi son consumato fino ad un limite estremo, sono magrissimo, sono diventato quasi irriconoscibile, ma, che dire, inviare oggetti, prodotti alimentari e soldi, non so se abbia un senso. Provate in ogni caso. Certo senza i vestiti mi sto proprio congelando.

Cara Naden’ka, non so se tu sia viva o no, dolce mio tesoro. E tu Sura scrivimi immediatamente di Nadja. Qui siamo in un campo di transito. A Kolyma non mi hanno preso. Svernerò qui, probabilmente.

Miei cari, vi bacio. Osja…»

Il poeta non giungerà mai nel lager, in quanto morirà il 27 dicembre a Vtoraja Recka e il suo corpo verrà sepolto in una fossa comune. Per molto tempo non sarà dato sapere nulla di lui ai suoi familiari, anche se nel febbraio del 1939 la moglie si vide restituire un pacco per “morte del destinatario”. In Russia la riabilitazione ufficiale di Mandel’stam arriverà il 28 ottobre 1989!

2. Conversazione su Dante

«Nelle architetture della Commedia Mandel’stam cerca un sostegno all’italianismo della propria arte, al suo amore del geometrico e dello squadrato, della parola- minerale, al suo periodare corposo, tutto “rughe di cristallo lastricate”, per servirsi di un verso di Lapo Gianni»2. Così, con la lucidità che lo distingueva, il grande Angelo Maria Ripellino ha descritto la passione di Mandel’stam per Dante. Da Nadezda Mandel’stam sappiamo che Osip portò con sempre nei suoi arresti la sua edizione oxoniense della Commedia di Dante: «Nel pensare a un possibile arresto Mandel’stam scovò una Divina Commedia di piccolo formato e se la portò sempre in tasca: infatti gli arresti non avvenivano solo in casa, ma anche per la strada e negli uffici. […] Mandel’stam lasciò a Mosca il suo Dante tascabile, e si portò dietro a Samaticha, dove fu arrestato, un’edizione abbastanza ponderosa. Non so se il volume sia arrivato fino al campo di smistamento di Vtoraja Recka, presso Vladivostok, dove Osip morì. Non credo proprio: nelle condizioni dei lager di Ezov e Stalin nessuno pensava più ai libri».3 Sempre dalla moglie del poeta apprendiamo che nel suo “scaffale di libri” Mandel’stam non possedeva alcun classico del marxismo, stravaganza impensabile e imperdonabile per un intellettuale russo degli anni Trenta e che subito dopo i poeti russi dell’Ottocento e del Novecento venivano gli italiani:

Con Dante arrivarono Ariosto, Tasso, Petrarca. E non solo in lingua originale, ma anche in traduzioni tedesche in prosa. I primi tempi, infatti, quando Osip non si era ancora impadronito della lingua, talvolta ricorreva alle traduzioni. Apprezzava soltanto una di queste traduzioni, quella russa in prosa del Purgatorio, pubblicata negli anni Dieci. Non poteva soffrire le traduzioni in versi. Tutte le edizioni erano modeste, con un breve commento, come quella di Oxford del 1904. Naturalmente, avremmo acquistato volentieri edizioni più recenti, ma non si trovano nemmeno oggi. Della prosa italiana ricordo Vasari, Boccaccio, Vico, ma forse non è tutto. Non mancavano poi i poeti latini: Ovidio, Orazio, Tibullo, Catullo… Si acquistavano quasi tutti con la traduzione tedesca a fronte, dato che i tedeschi, come traduttori, sono più precisi dei francesi.4

Un altro indizio dell’interesse per la letteratura italiana classica e per Dante in particolare è da rintracciare in un’altra testimonianza della vedova del poeta, la quale racconta che contemporaneamente a Mandel’stam, senza alcun accordo preventivo, cominciò a leggere Dante anche Anna Achmatova: «quando lo seppero, lei gli recitò a memoria “Donna m’apparve sotto verde manto” e Osip si emozionò quasi fino alle lacrime al sentire questi versi in bocca ad Anna Andreevna, pronunciati dalla sua voce che egli tanto amava.» Nadezna aggiunge che

nel leggere i poeti, la Achmatova e Mandel’stam possedevano la straordinaria capacità di cancellare lo spazio e il tempo che li separavano da loro. Questo accadeva non soltanto con i contemporanei, ma anche con i poeti scomparsi da lungo tempo. Una tale lettura era sostanzialmente senza tempo e essi entravano in contatto diretto con l’autore. Osip scoprì una capacità del genere in Dante, il quale si incontra, all’inferno, con i suoi poeti prediletti dell’antichità.5

Ma cosa rappresentano Dante e l’Italia per il poeta ebreo russo? Facendo ancora riferimento alle notizie preziose fornite da Nadezda possiamo connettere la passione per l’Italia, per la lingua italiana e per Dante all’idea di cultura di Mandel’stam: egli definisce l’acmeismo «la nostalgia per la cultura mondiale», mentre in una poesia scrive: «E una serena nostalgia non mi permette di lasciare / le ancor giovani colline di Voronez/ per quelle toscane, terse, universali»6. La terra toscana è definita universale. Mandel’stam è convinto che la cultura si eredita, come i patrimoni e che senza di essa non può esservi storia e dunque ciò lo indusse a crearsi una sua “terra santa”: il Mediterraneo. Egli torna continuamente nei suoi versi a Roma e all’Italia, poiché considera Roma il vero posto dell’uomo nell’universo, il luogo in cui i passi dell’uomo risuonano come altrettante azioni. E sarà il caso di sottolineare qui la straordinaria affinità di Mandel’stam e Eliot sia nella considerazione della cultura come tradizione che si eredita sia nella visione dell’Europa e di Roma quale suo cuore pulsante.

Mandel’stam aveva inoltre una vera passione per l’Armenia e tentò a lungo di raggiungerla: quando finalmente la visitò il viaggio fu una vera e propria rivelazione, testimoniata da uno scritto molto interessante: Viaggio in Armenia, del 1933, tradotto in Italia da Maria Olsoufieva prima e da Serena Vitale poi. L’Armenia rappresentava per lui la regione del Mar Nero legata, grazie ai vincoli con il Mediterraneo, alla cultura mondiale, ma il metro di ogni fenomeno umano rimaneva l’Italia. Nel commentare la definizione di Mandel’stam di acmeismo il poeta Josif Brodskij scrive:

Questo concetto di una cultura mondiale è tipicamente russo. A causa della sua collocazione (né Est né Ovest) e della sua storia imperfetta, la Russia ha sempre sofferto di un senso di inferiorità culturale, almeno nei confronti dell’Occidente. Da questa inferiorità si sviluppò la visione di una certa unità culturale esistente “laggiù” e una conseguente voracità intellettuale per tutto ciò che veniva da quella direzione. È questa, in un certo senso, una versione russa dell’ellenismo.7

La versione russa dell’ellenismo di cui parla Brodskij richiama alla mente l’idea di Europa concepita da Eliot, che non a caso europeo non è. Anche Eliot, come Mandel’stam costruisce una sua idea di Europa da una posizione di partenza eccentrica, e nel cuore della della sua visione pone Virgilio e Dante: la sua è un’Europa cristiana quanto quella di Mandel’stam ed entrambe le visioni ruotano intorno a Roma. Per il poeta russo, chiuso sempre di più nelle spire di un regime totalitario che finirà col sopprimerlo, l’Europa rappresenta la nostalgia di una mancata appartenenza, è emblema di una frattura che diverrà sempre più incolmabile, di una privazione cui la lettura continua di Dante offre un simbolico, ma potente risarcimento.

Scrive Nadezda: «Non a caso per esporre la propria poetica Mandel’stam scelse Dante. Per lui Dante rappresenta la fonte da cui sgorga l’intera poesia europea ed il metro del corretto agire poetico.»8 La compagna del poeta si riferisce qui ad un commento che Mandel’stam nel 1933 ha dedicato all’opera somma del poeta fiorentino, pubblicato postumo nel 1967 e tradotto in Italia prima da Maria Olsufieva con il titolo Discorso su Dante e poi da Remo Faccani, con il titolo Conversazione su Dante. In modo asistematico e antiaccademico il poeta intreccia un dialogo con la viva opera dantesca, ponendone in luce gli aspetti per lui più vitali e necessari:

Dante è stato scelto come tema di questa conversazione non perché io proponessi di concentrare l’attenzione su di lui come esortazione a imparare dai classici e per farlo sedere insieme a Shakespeare e a Lev Tolstoj a una specie di table d’hote kirpotiniana, ma perché egli è il più grande e indiscusso signore della materia poetica convertibile e in via di conversione, il primo e al tempo stesso il più potente direttore d’orchestra chimico di una composizione poetica che esiste solo sotto forma di flussi e ondate, sotto forma di piene e bordeggi.9

Mandel’stam, come anche Borges10, desidera sottrarre Dante alla retorica scolastica, restituirlo in pieno alla tradizione novecentesca, perché per la sua concezione della cultura, affine a quella di Eliot, non esiste un passato che non sia contemporaneo. Ecco che allora negli anni più tristi della sua vita Mandel’stam sente il bisogno di leggere un solo libro: la Commedia. Nel suo esilio in Crimea, lungo le sponde del Mar Nero cosparse di ciottoli e pietruzze, il poeta russo comprende che, come la pietra è una specie di «diario impressionista di un tempo meteorologico frutto dell’accumulo di milioni di annate calamitose», che non comprende solo il passato, ma anche il futuro, come «una lampada di Aladino che penetra l’oscurità geologica dei tempi a venire», così la poesia di Dante è «inesauribile, incalcolabile, inestinguibile» nella sua attualità che comprende passato e presente. La meditazione ruota intorno ad alcuni punti salienti, di cui riporteremo ampi passaggi in citazione dal testo. Va inoltre ricordato che ancora non possediamo un’edizione critica di questo scritto di Mandel’stam: la stanno approntando in questi anni in Russia, ma bisognerà poi aspettare una rigorosa traduzione.

a. Il tema della lingua italiana come lingua “dadaista”

«Quando presi a studiare l’italiano, e mi fui un tantino familiarizzato con la sua fonetica e la sua prosodia, all’improvviso capii che il baricentro dell’attività discorsiva s’era spostato: verso le labbra, verso l’esterno della bocca. D’un tratto, la punta della lingua s’era trovata in una posizione di spicco. Il suono aveva fatto un balzo verso la barriera dei denti. Qualcos’altro ancora mi colpì – il carattere puerile della fonetica italiana, la sua stupenda infantilità, la sua vicinanza al cinguettio dei bambini, un certo suo congenito dadaismo. “…e consolando, usava l’idioma / che prima i padri e le madri trastulla; //…. favoleggiava con la sua famiglia/ de’ Troiani, di Fiesole, e di Roma.” (Par. XV, 122-123, 125-126) Desiderate familiarizzarvi col rimario italiano? Prendete l’intero vocabolario italiano e sfogliatelo a piacere… Qui tutto rima con tutto. Ogni parola chiede di mutarsi in concordanza. È straordinaria la profusione di desinenze convolanti a nozze. Il verbo italiano si rafforza verso la fine e solo nella desinenza si carica di vita. Ogni vocabolo ha fretta di esplodere, volar via dalle labbra, fuggire, lasciar spazio ad altri. Quando gli è servito tracciare la circonferenza del tempo rispetto al quale un millennio è meno di un battere di ciglio, Dante ha introdotto un infantile linguaggio transverbale nel proprio lessico da astronomi, da concerto, da uditorio popolare, da predicatore. L’opera di Dante è anzitutto un affacciarsi, sull’arena mondiale, della parlata italiana del suo tempo- percepita come globalità, come sistema. La più dadaista delle lingue romanze si insedia così al primo posto nel campo internazionale.»11

Inoltre Mandel’stam insiste sull’“originale musica labiale” che sgorga da certi versi, come se Dante avesse indagato i difetti del linguaggio, ascoltando i balbuzienti, e come se alla creazione della fonetica dantesca “prendesse parte una balia”. «Mi pare che Dante abbia studiato accuratamente tutti i difetti dell’eloquio, ha prestato orecchio ai balbuzienti, ai biascicanti, a quelli che parlano nel naso e a quello che non pronuncia alcune lettere, e da essi abbia appreso molto».12

b. Il tema dell’erranza e dell’esilio

Il poeta russo nota come il ritmo delle terzine sia commisurato all’umana andatura, alla cadenza dei passi:

Sono proprie della poesia di Dante tutte le forme di energia note alla scienza moderna. L’unità di luce, suono e materia costituisce la sua natura intrinseca. Leggere Dante è prima di tutto un lavoro interminabile, che a misura dei nostri successi ci allontana dalla meta. Se la prima lettura non dà che un po’ d’affanno e una sana spossatezza, per quelle successive munitevi d’un paio di scarponi svizzeri ben chiodati. A me, sul serio, vien fatto di domandarmi quante suole di pelle bovina, quanti sandali abbia consumato, l’Alighieri, nel corso della sua attività poetica, battendo i sentieri da capre dell’Italia. L’Inferno, e ancor più il Purgatorio, celebrano la camminata umana, la misura e il ritmo dei passi, il piede e la sua forma. Del passo, congiunto alla respirazione e saturo di pensiero, Dante fa un criterio prosodico. Egli designa l’andare e il venire ricorrendo a un gran numero di espressioni multiformi e affascinanti. In Dante, filosofia e poesia sono sempre in cammino, sempre in piedi. Anche la sosta è una varietà di movimento accumulato: la piattaforma per una conversazione viene creata a prezzo di sforzi da alpinista. Il piede metrico è inspirazione, ed espirazione è il passo. Un passo che deduce, vigila, sillogizza. La cultura è una scuola di associazioni rapidissime. Afferri al volo, sei pronto a cogliere le allusioni-ecco l’elogio preferito di Dante. Dal punto di vista dantesco, il maestro è più giovane del discepolo, perché “corre più veloce”. “Poi si rivolse, e parve di coloro / che corrono a Verona il drappo verde / per la campagna; e parve di costoro // quelli che vince, non colui che perde” (Inf. XV, 121-124) Il potere di ringiovanimento insito nella metafora ci restituisce il dotto vegliardo Brunetto Latini nelle sembianze di un adolescente che ha vinto la corsa podistica veronese.13

In particolare colpisce il lettore il richiamo a Brunetto Latini e all’immagine che conclude il canto XV: colpisce perché Eliot vi si era soffermato nel suo saggio del 1929 e aveva citato proprio questi versi commentandoli così: «Questi versi colpiscono la nostra sensibilità anche se non sappiamo che cosa potesse essere la corsa del drappo verde; nel far correre Brunetto, un dannato, come colui che vince, Dante attribuisce alla pena una qualità che è propria della poesia più grande»14. Va anche aggiunto che Mandel’stam aveva costruito intorno a questo versi la sua prima poesia esplicitamente dantesca, nel 1932, che analizzeremo più avanti.

Connesso al tema dell’esilio è il tema della città perduta, che è posto al centro dell’Inferno. L’Inferno è un monte di pietà dove sono impegnate, senza possibilità di riscatto, tutte le contrade e le città che Dante conosce. La poderosa compagine dei cerchi infernali ha una sua struttura portante. Non la si può rappresentare sotto forma di imbuto. Non si può raffigurarla su una carta altimetrica. L’inferno è appeso al fil di ferro dell’egoismo cittadino. Si sbaglia a pensare l’Inferno come qualcosa che possiede una volumetria, come un’aggregazione di enormi circhi equestri, deserti dalle sabbie ardenti, fetide paludi, capitali babeliche e moschee arroventate. L’inferno in non racchiude nulla ed è privo di volume, allo stesso modo in cui ne sono prive un’epidemia, una pestilenza – allo stesso modo in cui un qualsiasi contagio semplicemente si diffonde, pur non essendo dotato di spazialità. L’amore della città, la passione della città, l’odio della città: ecco la materia dell’inferno. Gli anelli dell’inferno altro non sono che i cerchi saturniani dell’emigrazione. Per l’esule, la sua città, unica, interdetta e irrevocabilmente perduta, è sparsa dovunque – egli ne è circondato. E vorrei aggiungere che l’inferno è circondato da Firenze. Le città italiane di Dante – Pisa, Firenze, Lucca, Verona, questi cari pianeti urbani- sono distese di giganteschi anelli, si allungano in cinture, sono restituite al proprio lattescente stato gassoso. Il carattere antipaesaggistico dell’Inferno sembra il presupposto della sua evidenza.15

c. Tema della peregrinazione, del tormento, della inquietudine spirituale e della penosa goffaggine di Dante, che lo rendono spesso inabile a rispondere adeguatamente alle domande e dipendente dalla sapiente e saggia guida virgiliana. «Voglio indicare qui una delle curiose particolarità della psiche dantesca – il suo terrore dinanzi alle risposte dirette, determinata dalla situazione politica di un secolo tra i più rischiosi, ingarbugliati e briganteschi.» Per spiegare questa caratterizza di Dante, che sente molto affine, Mandel’stam si serve del canto X dell’Inferno, quello dell’incontro con Farinata e introduce il tema dello “scandalo”:

La nozione di scandalo è, in letteratura, molto precedente a Dostoevskij: già nel secolo XIII, e proprio in Dante, essa era di gran lunga più forte. Dante va a imbattersi, a sbattere nell’incontro sgradevole e pericoloso con Farinata, allo stesso identico modo in cui i furfanti dostoevskijani vanno a urtare nei propri tormentatori, e il luogo dove ciò avviene non potrebbe essere meno appropriato. […] Dante è un poveraccio. Dante è, nel suo intimo, un raznocinec (un intellettuale di estrazione non aristocratica) di antico lignaggio romano. Suo tratto caratteristico non è certo l’affabilità, ma piuttosto il suo contrario. Bisogna essere una cieca talpa per non accorgersi che lungo tutta la Divina Commedia Dante è incapace di tenere il giusto comportamento, non sa come mettere un piede avanti l’altro, che cosa dire, come fare un inchino di saluto. Non invento nulla: attingo alle numerose ammissioni sparse dallo stesso Alighieri per il suo poema. L’inquietudine spirituale e la penosa, smarrita goffagine che accompagnano ad ogni passo un uomo senza fiducia in se stesso, quasi privo di un’adeguata educazione, negato a mettere in pratica la sua esperienza interiore e a oggettivarla in regole di etichetta, un uomo tormentato e ramingo – proprio questi elementi conferiscono al poema tutto il suo incanto, tutta la sua drammaticità; proprio essi si adoperano a creargli uno sfondo che è una sorta di imprimitura psicologica.16

d. Tema dell’occhio di Dante e della sua attualità antimodernista

Non è possibile leggere i canti di Dante senza rivolgerli all’oggi: sono fatti apposta, sono proiettili scagliati per captare il futuro, ed esigono un commento futurum. Il tempo per Dante è il contenuto della storia, intesa come atto unitario e sincronico; e viceversa il contenuto della storia è un “con-tenere” il tempo, un sostenerlo in comune da parte di compagni, co-cercatori, co-scopritori del tempo stesso. Dante è un antimodernista. La sua attualità è inesauribile, incalcolabile, inestinguibile. Ecco perché il discorso di Ulisse, convesso come una lente ustoria, può essere rivolto sia alla guerra dei greci contro i persiani, sia alla scoperta dell’America da parte di Colombo, sia agli audaci esperimenti di Paracelso, sia all’impero universale di Carlo V. Il canto ventiseiesimo, dedicato a Ulisse e Diomede, ci fa meravigliosamente entrare nell’anatomia dell’occhio dantesco, predisposto in modo così naturale solo alla scoperta della struttura stessa del tempo futuro. Dante aveva la capacità di messa a fuoco degli uccelli rapaci, non adatta all’orientamento a piccolo raggio: troppo grande è il territorio di caccia. Allo stesso Dante possono essere applicate le parole dell’orgoglioso Farinata: “Noi veggiam, come quei ch’a mala luce” (Inf. X, 100) Cioè: noi –le anime peccatrici- siamo in grado di vedere e di distinguere soltanto il lontano futuro, avendo per questo un dono particolare. Diventiamo totalmente ciechi non appena ci vengono sbattute in faccia le porte del futuro. E per questa nostra caratteristica siamo simili a coloro che lottano con le ombre del tramonto e che, pur distinguendo gli oggetti lontani, non vedono ciò che è vicino. 17

Un ultimo interrogativo rimane al lettore di questo mirabile libretto, che è portato a riscoprire con gratitudine quale privilegio sia poter leggere Dante nella sua lingua materna: come mai il poeta russo, insoddisfatto dei suoi brevi viaggi giovanili in Italia, non approfittò della protezione dell’onnipotente Bucharin e del passaporto che questi gli aveva procurato per recarsi di nuovo all’estero? Nadezda si pone questa stessa domanda e individua la risposta in un saggio giovanile del poeta, dedicato a Caadaev, nel quale Mandel’stam narra che Caadaev partì per l’Occidente, andò nel “mondo storico”, eppure ne tornò. Seppe trovare la via del ritorno e Osip considerava ciò un merito; è come se egli in questo saggio giovanile avesse fatto un voto: quello di rinunciare all’Europa vera per concentrarsi sull’Europa sognata, immaginata, intravista di scorcio dall’Armenia, letta e amata nei versi danteschi.

3. Dante nelle poesie di Mandel’stam

Dante compare per la prima volta nelle poesie di Mandel’stam nel 1932 e diviene presenza costante nelle poesie degli ultimi anni, segno che nella crescente disperazione causata dall’isolamento, dalla povertà, dalla paura e in quella crudele forma di esilio in patria rappresentata dal confino a Voronez, il poeta si sente sempre più vicino al Dante che consuma suole e suole di pelle bovina vagando esule per “i sentieri da capre dell’Italia” trecentesca. Presentiamo qui di seguito una sorta di mini-antologia poetica mandel’stamiana comprendente le poesie in cui compaiono espliciti riferimenti a Dante.

Vi ricordate dei podisti in gara

presso Verona, ogni anno,

che devono per giunta srotolare

verdi tagli di panno;

e fra tutti sarà quello il più lesto,

sarà quello di certo,

che fuggirà via da un canto dantesco,

a disputare in cerchio.

Maggio 1932, settembre 1935 (trad. Remo Faccani)

Mandel’stam trae spunto dall’incontro con Brunetto Latini nel canto XV dell’Inferno, o meglio, dal loro commiato e dal rapido allontanarsi di ser Brunetto: «Poi si rivolse, e parve di coloro / che corrono a Verona il drappo verde / per la campagna… (vv. 121-24). La prima stesura di questa poesia risale alla primavera del 1932, in cui Mandel’stam era preso più che mai dalla lettura di Dante in italiano. In Conversazione su Dante Mandel’stam scrive che il poeta «ci restituisce il dotto vegliardo Brunetto Latini nelle sembianze di un adolescente… dal punto di vista dantesco, il maestro è più giovane del discepolo, poiché “corre più veloce”».

Compagna del Petrarca, del Tasso, dell’Ariosto:

lingua del tutto assurda, lingua dolce-salata;

splendide gemellanze di quei suoni in combutta…

introdurrò una lama fra le valve dell’ostrica?

Maggio 1933 -agosto 1935 (trad. Remo Faccani)

Questa poesia testimonia dell’amore di Mandel’stam per i poeti italiani tra Medioevo e Rinascimento e faceva inizialmente parte di una poesia più lunga, dedicata ad Ariosto, che però non è di facile reperimento. In Conversazione su Dante il poeta russo sottolineava la «splendida fame poetica dei poeti figli dell’antichità culturale italiana, la loro giovane, ferina voracità di armonia, la loro sensuale concupiscenza nei confronti della rima – il disio»; e si era anche soffermato sul carattere puerile della lingua italiana e sul suo congenito dadaismo. Infine il poeta si chiede se riuscirà a penetrare nell’assurdità di questa lingua dolce e salata, considerando che la lingua russa non conosce i dittonghi e ignora fenomeni come sineresi e sinalefe.

Sento il primo ghiaccio, lo sento

scricchiolare sotto i ponti,

ricordo luminosa l’ebbrezza

fluttuare sopra le teste.

Dall’alto d’inumane scale,

davanti a palazzi tutti spigoli,

Alighieri poteva cantare

più acutamente la sua Firenze,

Con labbra arse di fatica.

Così la mia ombra langue e si tende

rode i grani di quel granito,

vede di notte la fila di ceppi

che di giorno sembravano case.

O si gira i pollici l’ombra

e sbadiglia con voi,

o schiamazza fra la gente,

si scalda al loro vino, al loro cielo,

e nutre di pane non dolce

i cigni insistenti.

21-22 gennaio 1937 (trad. Maurizia Calusio)

Il riferimento diretto di questa poesia è la grande profezia di Cacciaguida nel XVII del Paradiso: «Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale». Il poeta paragona esplicitamente se stesso all’Alighieri e sottolinea l’inumanità del suo esilio. Ossola definisce questa lirica «la più nobile riscrittura di ogni canto d’esilio, della solitudine che non ha riparo né fine». Il granito è quello di Pietroburgo, ma anche per M. il materiale attraverso il quale è costruita la Commedia di Dante. Il poeta definisce se stesso un’ombra: «sono stato messo nelle condizioni di un animale, di un cane… Sono un’ombra, non esisto», scrive all’inizio del 1937 in una lettera a Cukovskij. È l’impulso lirico non può che essere descritto come un cigno affamato e insistente, nutrito necessariamente di pane non dolce, il pane salato dell’esilio.

Lo dirò un brutta copia, a fior di labbra,

ché non è ancora venuto il momento:

il gioco del cielo irresponsabile

si attinge col sudore e l’esperienza…

E sotto il cielo dimentichiamo spesso

– sotto un purgatoriale cielo effimero-

che il felice deposito celeste

è una mobile casa della vita

9 marzo 1937 (trad. Remo Faccani)

*

Mi sono perso nel cielo – che fare?

Chi lo ha vicino risponda!

Per voi, nove dischi danteschi

da atleta era più facile risuonare.

Non mi si può separare dalla vita: sogna

di uccidermi, e subito di carezzarmi,

perché colpisca gli occhi, le orbite, le orecchie,

la nostalgia di Firenze.

Non mettetemi, non mettetemi il lauro

dolce pungente sulle tempie,

meglio se mi squarciate il cuore

in pezzi d’azzurro suono…

E quando mi addormenterò, fatto il mio tempo,

amico per la vita di tutti i vivi,

più profonda si sentirà e più alta-

l’eco del cielo- nel petto freddo.

19 marzo 1937 (trad. Maurizia Colusio)

Sono smarrito nel cielo… Che fare?

Mi risponda chi vi è più vicino!

Più liquide in Dante le nove sfere

Quei dischi d’atleta levavano il canto,

Si tacevano, nereggiando o di celeste raggiando…

Se non sono passato, se non sono invano –

tu che stai sopra di me,

se sei il coppiere o l’addetto al vino –

dammi la forza di bere

senza inutile schiuma alla salute della torre rotante

del folle corpo a corpo con l’azzurro.

Colombaie, nero pesto, nidi di storni,

esempi delle ombre più azzurre

ghiaccio primaverile, primo ghiaccio, ghiaccio superiore,

nubi, combattenti dell’incanto –

piano: portano la nuvola per le redini.

19 marzo 1937 (trad. Maurizia Colusio)

Queste ultime tre poesie del marzo 1937 fanno parte di un piccolo gruppo di componimenti che hanno per tema il cielo e si richiamano, in particolare, al cielo di Leonardo e a quello dantesco. Nella prima delle tre si intravede una complessa filigrana di motivi religiosi: la “mobile casa della vita” indica per l’esattezza una casa che può allungarsi, dilatarsi, accompagnando il corso della nostra vita, e proprio dal nostro sudore e dalla nostra esperienza dipende il suo dilatarsi fino ai limiti dell’universo. Nelle altre due poesie scritte nello stesso giorno, si registra una sete di celeste libertà e sembra che ancora una volta il poeta esule e reietto, a pochi mesi dalla morte, si immedesimi nella figura di Dante, e provi nostalgia di Firenze e preghi di voler essere ricordato non come un “poeta laureato”, bensì “amico per la vita di tutti i vivi”, uno che ha sopportato il “folle corpo a corpo con l’azzurro”, affratellandosi con la terra e il cielo.


Note

1 Josif Brodskij, Il figlio della civiltà, 1977 in Less Than One. Selected Essays, 1986, trad. it. Gilberto Forti, Fuga da Bisanzio, Milano, Adelphi, 1987, p. 78. Nella sua raccolta Brodskij dedica questo saggio a Mandel’stam e quello seguente alla moglie Nadezda, di cui ci offre un bellissimo e commosso necrologio.

2 Angelo Maria Ripellino, Note sulla prosa di Mandel’stam, presentazione al volume Osip Mandel’stam, La Quarta Prosa. Sulla poesia. Discorso su Dante. Viaggio in Armenia, trad. it Maria Olsoufieva, Bari, De Donato editore, 1967, p. 10

3 Nadzda Mandel’stam, L’epoca e i lupi. Memorie, trad. it e note di Giorgio Kraiski, introduzione di Clarence Brown, Milano, Mondadori, 1971, pp. 281-282.

4 Ivi, pp. 293-294

5 Ivi, p. 282

6 Osip Mandel’stam, Quaderni di Voronez, trad. it e note di Maurizia Calusio, presentazione di Ermanno Krumm, Milano, Mondadori, 1995, p. 160

7 Josif Brodskij, Il figlio della civiltà, cit. p. 78

8 Nadzda Mandel’stam, L’epoca e i lupi. Memorie, cit. p. 307

9Osip Mandel’stam, Razgovor o Dante, 1933, Conversazione su Dante, trad. it Remo Faccani e Rosanna Giaquinta, a cura di Remo Faccani, Genova, Il Melangolo, 2003, pp. 112-113

10 Jorge Luis Borges, Nove saggi danteschi, a cura di Tommaso Scarano, Milano, Adelphi, 2001. In questa opera Borges afferma: «La Commedia è un libro che tutti dobbiamo leggere. Non farlo significa privarci del dono più grande che la letteratura può offrirci, significa condannarci a uno strano ascetismo. […] Nessuno ha il diritto di privarsi della gioia di leggere la Commedia, della gioia di leggerla in modo ingenuo. Dopo verranno i commenti, il desiderio di conoscere il significato di ogni singola allusione mitologica, di vedere come Dante abbia ripreso un gran verso di Virgilio e l’abbia forse migliorato traducendolo. Ma all’inizio dobbiamo leggere il poema di Dante con la fede di un bambino, abbandonarci a esso; ed esso ci accompagnerà per tutta la vita.»

11 Osip Mandel’stam, Conversazione su Dante, cit. pp. 47-49

12 Osip Mandel’stam, Conversazione su Dante, cit. p. 121

13 Osip Mandel’stam, Conversazione su Dante, cit. pp. 50-52

14 Thomas Stearnes Eliot, Dante [II], del 1929, pubblicato per la prima volta da Faber & Faber e poi ripubblicato in Selected Essays nel 1932, ora in Id., Opere 1904-1939, a cura di Roberto Sanesi, Milano, Bompiani, p. 837

15 Osip Mandel’stam, Conversazione su Dante, cit. pp. 127-128

16 Osip Mandel’stam, Conversazione su Dante, cit. pp. 59-61

17 Ivi, pp. 96-99

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