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Orizzonte degli eventi

a cura di Francesco Sasso

Mese: Giugno 2017

Ah, Bartleby! ah, umanità!

Bartleby sarebbe stato un impiegato subalterno in un ufficio di lettere smarrite, a Washington, dal quale sarebbe stato d’un tratto dismesso a motivo di un cambiamento nell’amministrazione. […] Lettere smarrite, lettere morte! Non si direbbe che tutto ciò parli di uomini morti? Pensate ad un uomo che, per natura o per sventura, sia propenso al pallido pensiero dell’irreparabile; potrebbe un’altra occupazione essere più adatta ad acuire quel pensiero, più del maneggiare queste lettere smarrite, e accatastarle per darle alle fiamme? Giacché, ogni anno, cataste se ne bruciano, di simili lettere. Dalle pieghe di un foglio a volte il pallido estrae un anello, e il dito cui era destinato forse già imputridisce nella tomba; estrae una banconota inviata con la più sollecita carità, e chi avrebbe dovuto soccorrere più non mangia né soffre; un perdono per chi morì disperando; una speranza per chi morì senza speme; buone nuove per chi fu annientato da perpetue sventure. Inviate per occorrenze della vita, queste lettere urgono alla morte.
 
Ah, Bartleby! ah, umanità!
(H. Melville, Bartleby lo scrivano)

“I would prefer not to”. Bartleby lo scrivano di Herman Melville

Scrive Agamben:

“Come scriba che ha cessato di scrivere, egli è la figura suprema del nulla da cui procede la creazione e, insieme, la più implacabile rivendicazione di questo nulla come pura, assoluta potenza. Lo scrivano è diventato tavoletta per scrivere, non è ormai nient’altro che il suo foglio bianco. Non stupisce, quindi che egli dimori così ostinatamente nell’abisso della possibilità e non sembri avere la più piccola intenzione di uscirne. La nostra tradizione etica ha spesso cercato di aggirare la potenza riducendola nei termini della volontà e della necessità: non quello che puoi, ma quello che vuoi e devi è il suo tema dominante.” (G. Deleuze, G.Agamben, Bartleby. La formula della creazione, Quodlibet, Macerata 1999, p.60)

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‘TRASPOSIZIONE’ DI UN CAPOLAVORO. Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo in lingua tedesca

Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, Frankfurt, S. Fischer Verlag, 2015, traduzione di Moshe Kahn

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di Isabella Horn

Dal 19 febbraio 2015, a quarant’anni dalla sua pubblicazione in lingua originale (Milano, Mondadori, 1975), campeggia nelle librerie tedesche, stampato dall’editore Fischer, il monumentale romanzo di Stefano D’Arrigo Horcynus Orca, romanzo tra i maggiori della letteratura novecentesca.

Quasi dimenticato in un’Italia che legge poco e, se e quando legge, preferisce letture facili e veloci, il libro di D’Arrigo – fonte di poesia per una ristretta cerchia di lettori ‘forti’ – è stato a lungo considerato scoraggiante se non addirittura disperante per chiunque avesse voluto tentare l’impresa di ‘traghettare’ l’opera verso le sponde di un’altra lingua. Con le sue innumerevoli innovazioni, locuzioni gergo-dialettali, creazioni, rivisitazioni e reinvenzioni lessicali, suggestioni onomatopeiche, periodi ondeggianti e spesso baroccamente dilatati, Horcynus Orca presentava ostacoli insormontabili: appariva, insomma, un’opera intraducibile.

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Nostalgia (Fernando Pessoa)

Nostalgia! Ho nostalgia perfino di ciò che non è stato niente per me, per l’angoscia della fuga del tempo e la malattia del mistero della vita. Volti che vedevo abitualmente nelle mie strade abituali: se non li vedo più mi rattristo; eppure non mi sono stati niente, se non il simbolo di tutta la vita. Il vecchio anonimo dalle ghette sporche che mi incrociava quasi sempre alle nove e mezzo del mattino? Il venditore zoppo dei biglietti della lotteria che mi seccava senza successo? Il vecchietto tondo e rubizzo, col sigaro in bocca, che sostava sulla porta della tabaccheria? Il pallido tabaccaio? Cosa ne sarà di tutti costoro che, solo per averli sempre visti, hanno fatto parte della mia vita? Domani anch’io scomparirò da Rua da Prata, da Rua dos Douradores, da Rua dos Fanqueiros. Domani anch’io – l’anima che sente e pensa, l’universo che io sono per me stesso – sì, domani anch’io sarò soltanto uno che ha smesso di passare in queste strade, uno che altri evocheranno vagamente con un “che ne sarà stato di lui?”. E tutto quanto ora faccio, quanto ora sento e vivo non sarà niente di più che un passante in meno nella quotidianità delle strade di una città qualsiasi. (Fernando Pessoa)

CRESTOMAZIA 27: “Sì come i marinar’ guida la stella” di Monte Andrea da Firenze

“Sì come i marinar’ guida la stella” di Monte Andrea da Firenze

Sì come i marinar’ guida la stella,
che per lei ciascun prende suo vïag[g]io,
e chi per sua follia si parte d’ella
radoppia tostamente suo danag[g]io:
la mia dritta lumera qual è, quella
che guida in terra me e ‘l mi’ corag[g]io?
Voi, gentile ed amorosa pulzella,
di cui m’ha mess’ Amore in segnorag[g]io,
ché troppo è scura la mia via e fella
a gir, se vostra lumera non ag[g]io.

La qual fa disparere ogn’altra luce,
ché, laove apar vostro angelico viso,
altro sprendor giamai non vi riluce.
Pulzella, poi m’avete sì conquiso
che sol per voi mia vita si conduce,
merzé, dal vostro amor non sia diviso.


“Dell’altra moltitudine che abbiamo di versi, quasi infinita, ha scelto ciò che gli è riuscito o più elegante, o più poetico, o anche più filosofico, e infine, più bello […]” (Tratto dalla Prefazione alla crestomazia italiana de’ poeti di Giacomo Leopardi)

CRESTOMAZIA 26: “A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora” di Compiuta Donzella

A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora
acresce gioia a tut[t]i fin’ amanti:
vanno insieme a li giardini alora
che gli auscelletti fanno dolzi canti;

la franca gente tutta s’inamora,
e di servir ciascun trag[g]es’ inanti,
ed ogni damigella in gioia dimora;
e me, n’ abondan mar[r]imenti e pianti.

Ca lo mio padre m’ha messa ‘n er[r]ore,
e tenemi sovente in forte doglia:
donar mi vole a mia forza segnore,

ed io di ciò non ho disìo né voglia,
e ‘n gran tormento vivo a tutte l’ore;
però non mi ralegra fior né foglia.

 


“Dell’altra moltitudine che abbiamo di versi, quasi infinita, ha scelto ciò che gli è riuscito o più elegante, o più poetico, o anche più filosofico, e infine, più bello […]” (Tratto dalla Prefazione alla crestomazia italiana de’ poeti di Giacomo Leopardi)

NASA Image and Video Library

La Nasa ha reso disponibili circaa 140 mila mmagini, file audio e video provenienti dalle missioni spaziali e dalle osservazioni astronomiche.

L’archivio è visitabile sul sito:

https://images.nasa.gov/#/

 

Don Lorenzo Milani, La mancanza di libertà

Firenze 14 marzo 1944
Cara mamma,
mi dispiace che tu senta il peso della mancanza di libertà. Ma non ci pensare perché io non ne sento punto. Quando uno liberamente regala la sua libertà è più libero di uno che è costretto a tenersela. Chi regala la sua libertà si libera dal peso di portarla. Magari potessi regalarla davvero, ma la tonsura non è che un bigliettino d’avviso in cui si dice al Signore: «Spero fra due anni di poterle fare un regalo». Il “passo” si fa col Suddiaconato, ma anche lì è ben poco e poi senti uno che vuole tenersi la libertà di andare a prendere il sole e sul mare si leva la libertà di poter dir Messa. Dunque non è libero. Io per esempio mi son preso tutte le libertà possibili immaginabili e poi mi sono accorto che c’era una grande cosa (la più grande) che non potevo fare. Prima di morire mi voglio prendere anche questa libertà di dir Messa. Se ti dicono: « Oh il suo povero figliolo non può neanche andare al cinematografo o prender moglie o prendere il sole e deve avere delle buffissime gambe bianche », gli devi dire:
«No, non è che non può, non vuole. Non è libero di non volere?». Gliel’ho anche dovuto dichiarare per scritto e firmare al Cardinale che è con «volontà affatto libera e spontanea che desidero consacrarmi al Culto divino e al servizio della Chiesa». Quando si va da lui prima degli ordini dice che domanda a tutti la ragione per cui vengono: se è il babbo povero o lo zio prete […].
Lorenzo
Da Lettere alla mamma

SUL TAMBURO n.44: Marco Fagioli – Stefano Lanuzza, “Arletty, Sartre e Louis-Ferdinand Céline”

Marco Fagioli – Stefano Lanuzza, Arletty, Sartre e Louis-Ferdinand Céline, Firenze, AIÓN, 2016

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di Giuseppe Panella

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Céline-Destouches amava il cinema ma non solo per le sue qualità artistiche e attoriali: sperava di riuscire a guadagnarci una quantità considerevole di quattrini da lasciare alla moglie Lucette Almansor quando sarebbe scomparso dato che i diritti d’autore accumulati nel tempo non sarebbero bastati a questo scopo. Lo scrittore di Courbevoie credeva che dalle sue opere e dai suoi libretti per balletto sarebbe stato possibile ricavare dei soggetti cinematografici credibili e allettanti per registi e produttori. Questa si sarebbe rivelata una pia illusione: a tutt’oggi nessun film è stato realizzato a partire da sue opere letterarie o è stato basato sulle vicende avventurose e spesso rocambolesche della sua vita. Eppure le potenziali filmiche dei suoi romanzi erano ben chiare a Céline (il quale scrisse pure un trattamento mai realizzato dal suo grande romanzo Voyage à bout de la nuit, un testo che sottoposi all’interesse di Sergio Leone, grande ammiratore dello scrittore francese, assai propenso a realizzare un film ispirato a quest’opera ma troppo presto fermato dalla sua morte precoce).

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La classe di concorso A023 (Italiano per stranieri)

La classe di concorso A023 è di nuova istituzione ed è relativa all’insegnamento della lingua italiana per discenti di lingua straniera (alloglotti). Attualmente questa classe di concorso è presente in tutti i centri per l’educazione degli adulti (CPIA).

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DEGAS TRA PITTURA E LETTERATURA. Uno studio di Marco Fagioli

Marco Fagioli, L’ultimo Degas. Museo delle Culture, Firenze, Aión, 2017, pp. 245, € 24,00

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di Stefano Lanuzza

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Forse bisognerebbe poter scrivere come un artista figurativo disegna o dipinge e uno scultore sbozza, intaglia, scalpella, plasma o scolpisce… Ci prova Marco Fagioli, critico d’arte con esperienze internazionali e con all’attivo numerosi volumi anche interdisciplinari che spaziano dall’arte orientale a quella occidentale moderna e contemporanea. Altresì, Fagioli è un assiduo studioso di letteratura dedito ai prediletti Benjamin, Céline, Lévi-Strauss o allo scrittore palestinese-americano Edward W. Said.

Una conferma della vocazione comparatistica dell’autore, che coniuga la critica d’arte con quella letteraria, è il suo L’ultimo Degas. Museo delle Culture, Lugano (Firenze, Aión, 2017, pp. 245, € 24,00) dove Edgar Degas (1834-1917) appare, oltre che “completamente estraneo all’Art Nouveau”, come il meno integrato nell’eterogeneo gruppo degli impressionisti (Renoir, Manet, Sisley, Cézanne, Pissarro, Monet: impareggiabile manipolo di precursori di tutta l’arte a loro successiva).

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L’educazione proibita (La educación prohibida)

“C’era una volta il web”

da RAI SCUOLA

“C’era una volta il web” è un format sul web e per il web condotto dal filosofo Maurizio Ferraris. Un’opportunità per riflettere su quel che è divenuto oggi Internet, ossia qualcosa che ha spesso disatteso le utopie libertarie degli inizi, risalenti poco più di 20 anni fa.

“C’era una volta il web” fa i conti con l’attualità di Internet, rivelandone nuove prospettive e analizzandolo con gli strumenti della filosofia. Sei puntate da poco più di dieci minuti, ognuna su un aspetto del web, dove la riflessione di Ferraris si accompagna a quella di filosofi, semiologi e teorici della comunicazione.

Un modo per comprendere le sfide che il web 2.0 ci pone e una via per affrontarle. Filosoficamente.

QUI TUTTE LE PUNTATE

Antonin Artaud in Scritti di Rodez

Dio non ne ha mai voluto sapere di un’umanità la cui carne si è preparata per 9 mesi in mezzo allo sperma e agli escrementi», scrive Antonin Artaud in Scritti di Rodez

“Non incoraggiate la pedagogia” di Mimmo Cangiano

“Il tempo massimo concesso al docente per parlare è di 3 minuti e 20 secondi. Successivamente è necessario lasciare spazio al dibattito o alle domande degli studenti. In alternativa è possibile introdurre un supporto audio-visivo. Lo studente non può mantenere completa attenzione per più di 3 minuti e 20 secondi”. La collega che dice ciò ha lo sguardo vagamente ironico. Forse non crede a quello che ha appena detto, o forse quello sguardo è inevitabile nel quadro di un contesto universitario in cui l’egemonia che quella frase sottende non è ancora completamente realizzata, ma solo in corso d’opera. Ho ascoltato parole molto simili in altri contesti (negli Stati Uniti in particolar modo): erano dette senza alcuna ricerca di complicità, senza distinguo o tollerante apertura verso le particolarità del contesto o della disciplina. Erano dette con piena, e un po’ arrogante, potenza: la potenza del senso comune.
Siamo in dodici in questa stanza. Il seminario – Teaching: Pedagogy and Practice – è obbligatorio per i nuovi assunti: due incontri, ognuno di 6 ore. Siamo un gruppo particolare: quelli che ancora non parlano la lingua. L’Università ha organizzato per noi un duplicato, in inglese, del seminario di base. Ci sono un matematico tedesco, un chimico canadese, una biologa belga, due politologi, una economista, un filosofo e via dicendo. Le due Professoresse Associate che tengono il corso non sono pedagogiste di formazione e ci tengono a chiarirlo subito (altra ricerca di complicità). Sono una fisica e una storica, ma negli ultimi anni si sono dedicate quasi totalmente al versante pedagogico (“come, ahimè, il mio CV dimostra”, risate), sopperendo al netto calo delle rispettive pubblicazioni attraverso il più oscuro requisito connesso all’ottenimento della tenure (associatura): il service, supporto e assistenza (anche burocratica) alle attività e al funzionamento dell’Ateneo. Si tende a pensare che la pedagogia abbia a che fare con la sfera dell’insegnamento. Non è così. La pedagogia ha a che fare col service. Continua a leggere → su leparoleelecose.it

SUL TAMBURO n.43: Giulio Perrone, “L’esatto contrario”

Giulio Perrone, L’esatto contrario, Milano, Rizzoli, 2015

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di Giuseppe Panella

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Perché nella vita avviene l’esatto contrario di quello che si pensa o che si spera? Perché la verità appare soltanto come il rovescio della menzogna e non mostra il suo vero volto di assoluta chiarezza e luminosità? Perché ciò che sembra si illumina dell’alone del vero e si mostra come la dimostrazione lampante di ciò che non è? Come si fa a dimostrare l’esatto contrario di ciò che è la verità e farsi credere?

Riccardo Magris è quello che si potrebbe definire un Peter Pan: irrisolto, senza una relazione stabile, con un reddito assai incerto (e spesso risibile) basato su magre collaborazioni con una rivista di non grande rilevanza culturale come “TuttoGiallo”, vive in un appartamento assai modesto che condivide con Sandro, sempiterno lettore della Recherche di Proust e la sua compagna Rachele che di mestiere fa la domina cioè la mistress professionale con annessi e connessi.

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CRESTOMAZIA 25: “HO VINTO L’ABISSO” di Jatzy Castillo

HO VINTO L’ABISSO di Jatzy Castillo (Venezuela)

Anche se fragile nella mia forza
e se è rimasta decapitata l’illusione
oggi pesto forte i miei piedi tra le pietre
e anche così la mia anima crede nell’amore

Sollevo dalla polvere le mie ceneri
restauro la mia pelle divenuta carbone
anche così mi sento bella
le mie ossa hanno vinto il dolore

Quel pugnale che ha attraversato i miei sogni
ha pensato di lasciarmi morta
anche se i vermi si sono sfamati
oggi continua viva la passione

Come sirena coraggiosa
ho superato le avversità con grande paura
il mare mi ha portato via con la sua corrente
ma alla fine ho ottenuto la mia libertà

(Da 7Lune Anno IV Numero XVI pag. 1)


“Dell’altra moltitudine che abbiamo di versi, quasi infinita, ha scelto ciò che gli è riuscito o più elegante, o più poetico, o anche più filosofico, e infine, più bello […]” (Tratto dalla Prefazione alla crestomazia italiana de’ poeti di Giacomo Leopardi)

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