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Orizzonte degli eventi

a cura di Francesco Sasso

Mese: Ottobre 2007

La scuola di transizione (‘200)

Nel Duecento i poeti toscani, secondo me, rendono l’imitazione dei provenzali ancor più gretta e pedante e diventano più oscuri e artificiosi dei siciliani nelle rime d’amore; però introducono due novità importanti, in primo luogo perché trattano anche di argomenti morali e politici, poi perché arricchiscono la lingua siciliana, prettamente aulica, cioè cortigiana, di forme toscane tolte proprio dal parlare quotidiano.

Fra questi poeti della scuola toscana si distinguono Bonagiunta Orbicciani da Lucca e Guittone Del Viva d’Arezzo (1225?-1294?); quest’ultimo fu, se non grande poeta, scrittore vigoroso ed originale. Migliorò la tecnica formale costruendo le sue canzoni e i suoi sonetti d’amore o politici su schemi logici ignoti ai suoi predecessori; inoltre, nelle rime religiose e morali, assume un tono austero e franco che lascia trapelare la sua fiera personalità.

Nella famosa canzone in cui piange sulla terribile battaglia di Montaperti (1260) e quella in cui rimprovera gli Aretini e li esorta al bene, le immagini, nonostante la forma dura e aspra, sono vigorose, il tono oratorio, i sentimenti profondi.

Maggiore delicatezza di forma e di sentire rivelano alcuni altri poeti appartenenti a quella che possiamo definire scuola di transizione, perché segna il passaggio dall’imitazione provenzale ai modi originali dello stil novo, fra i quali tuttavia merita attenzione solo Chiaro Davanzati, che fu prima imitatore dei provenzali, poi di Guittone e infine di Guinizelli.

f.s.

Da Saggi critici di F. De Sanctis: “Il critico è simile all’attore”

(Amanuense web) trascrivo:

Il critico è simile all’attore; entrambi non riproducono semplicemente il mondo poetico, ma lo integrano, empiono le lacune. Il dramma ti dà la parola, ma non il gesto, non il suono della voce, non la persona; indi la necessità dell’attore. Togliete alla poesia drammatica la rappresentazione e rimarrà necessariamente un genere monco ed imperfetto. Il simile è della critica. Si sono scritte delle dissertazioni per provare la sua inutilità. Eh! Mio Dio! La critica germoglia dal seno della poesia. Non ci è l’una senza l’altra. Cominciate dunque dal distruggere la poesia.
Il libro del poeta è l’universo; il libro del critico è la poesia: è un lavoro sopra un altro lavoro. E come la poesia non è una semplice interpretazione, né una spiegazione filosofica dell’universo; così il critico non deve né semplicemente esporre la poesia, né solo filosofarvi sopra. Non questo, e non quello: cosa dunque? La più natural cosa di questo mondo: quel medesimo che fa il lettore.
E cosa fa il lettore? Aprire il libro e leggere. E quando l’immagine comincia a mettersi in moto, quando vedete drizzarvi avanti tre o quattro creature poetiche, e la camera si trasforma in un giardino, in una grotta, e che so io, l’incantesimo è riuscito; voi siete ammaliati; voi vedete quello stesso mondo che brilla innanzi al poeta.


E notate: ciò che voi vedete non è solo quello che è espresso nel libro, ma tante altre cose, parte legate con la visione, parte accidentali, mutabili, secondo lo stato d’animo nel quale vi trovate.
Nel lettore dunque sono due fatti: l’impressione che gli viene dal libro e la contemplazione ingenua, irriflessa del mondo poetico. Mettete tutto questo su carta, e ne nascerà una descrizione del mondo immaginato dal poeta, mescolata d’impressioni, di osservazioni, di sentimenti, dove si mostrerà ancora la personalità del lettore.
Oso dire che questa specie di critica gioverà più a formare l’educazione estetica di un popolo, che tutte le teorie. Se tre o quattro uomini di cuore avessero la felice ispirazione di fare delle letture a questo modo, desterebbero nell’anima rozza e aspra delle moltitudini un sentimento di dignità e di delicatezza che fruttificherebbe.
I più de’ lettori, rimasti un pezzo a contemplare quel mondo, lasciano stare e non ne serbano che una immagine confusa. Innanzi al libro rimangono passivi, si abbandonano al frutto delle loro impressioni, indi si raffreddano e se ne distraggono.
Supponiamo un lettore che abbia l’istinto della critica: non si starà a quelle prime impressioni; anzi, immergendosi nella visione, de’ pochi tratti del poeta comporrà tutto un mondo.
Questa maniera di critica è da pochi. I pedanti si contentano di una semplice esposizione, e si ostinano nelle frasi, ne’ concetti, nelle allegorie, in questo o quel particolare, come uccelli di rapina in un cadavere. I filosofi la stimano al di sotto di sé, e mentre il corpo si muove, discutono gravemente sul principio e le leggi del moto; e, mentre leggono e gli uditori si asciugano gli occhi, essi pensano alla definizione di bello. I più si accostano a una poesia con idee preconcette; chi pensa alla morale, chi alla politica, chi alla religione, chi ad Aristotele, chi ad Hegel; prima di contemplare il mondo poetico lo hanno giudicato; gl’impongono le loro leggi in luogo di studiare quelle che il poeta gli ha date.
La critica ha già fatto molto cammino quando ella è giunta a cogliere una concezione poetica ne’ suoi momenti essenziali. È un lavoro spontaneo nel poeta, spontaneo nel critico. Il poeta può ben prepararvisi con una lunga meditazione, di cui si veggono i vestigi nel disegno, nell’ordito, ne’ caratteri, e spesso nell’ultima mano; ma ciò che vi è di vivente nella sua concezione è opera di alcuni di que’ fuggitivi momenti, che talora non ritornano più: il critico può ben apparecchiarsi al suo ufficio con lunghi studii, de’ quali si veggono le tracce nelle osservazioni, distinzioni, paralleli, ecc.; ma quella sicurezza d’occhio con la quale sa in una poesia afferrare la parte sostanziale viva, la troverà solo nel calore di una impressione schietta e immediata.
A questo lavoro spontaneo si aggiunge un lavoro riflesso. Riposato quel primo fervore, se il critico è dotato ancora di genio filosofico, avendo già innanzi a sé il mondo poetico nella sua verità e integrità, può domandargli:- Che cosa sei tu? Che cosa è colui che ti ha creato?
-Che cosa sei tu?- Può allora determinare il suo significato, il valore del concetto che l’informa, considerarlo per rispetto al tempo e al luogo dov’è nato, assegnargli il suo luogo e il suo significato nella storia dell’umanità e nel cammino dell’arte, e contemplar le sue leggi nelle leggi generali della poesia.
-Che cosa è colui che ti ha creato?- E mi determinerà l’estensione e la profondità del suo ingegno, le sue facoltà, le sue predilezioni, i suoi pregiudizi, le corde che risuonano nella sua anima, e quella che mancano o sono spezzate, l’influsso che su di lui ha avuto il suo tempo, la sua nazione, la critica, la filosofia, la religione, l’arte; ciò che in lui vi è di spontaneità e di riflessione, di originalità e di imitazione; e conosciuto l’uomo, può accompagnarlo nell’atto della concezione, e mostrare come sotto al suo sguardo amoroso si sia andato a poco a poco formando quel mondo che desta ammirazione.
Critica perfetta è quella in cui questi momenti si conciliano in una sintesi armoniosa. Il critico ti deve presentare il mondo poetico rifatto e illuminato da lui con piena coscienza, di modo che la scienza vi perda la sua forma dottrinale, e sia come l’occhio che vede gli oggetti e non vede se stesso. La scienza come scienza è filosofia, non è critica.

[F. DE SANCTIS, Saggi critici, vol II, Bari, Laterza, 1957, pp.84 sgg.]

Poesia realistica e sensuale (‘200)

In questo spazio elettronico abbiamo già accennato al Dolce stil novo, cioè la lirica del duecento che vide nell’amore l’essenza della perfezione morale umana e della donna colei che influisce beneficamente sull’uomo, ispirandogli i sentimenti più puri ed elevati che lo conducono a Dio.

E’ però naturale che i poeti di questo periodo trovassero motivo di poesia non solo dall’amore, ma anche dai vari fatti della vita quotidiana: quindi accanto alla poesia idealistica dello Stil novo meritano un cenno quella realistica e quella sensuale, anche se poco studiata sui banchi di scuola e da alcuni ritenuta di non molto valore.

Già il Guinizelli aveva scritto un sonetto di scherno contro una vecchia rabbiosa, il Cavalcanti si era trattenuto a vagheggiare più che la donna amata altre figure femminili o a profilare scherzosamente la caricatura di una gobetta, Lapo Gianni aveva sognato una vita lieta su una terra piena di gioie, Cino da Pistoia di saziare un’ora di ribellione con distruzioni e colpi di spada e Dante stesso, dopo di loro, indulgerà a rime sensuali.

Coltivarono particolarmente questo genere di poesie il fiorentino Rustico di Filippo, il senese, Cecco Angiolieri e Folgore da San Gemignano. Il primo è famoso per i suoi sonetti di caricatura, l’ultimo per aver scritto, in una collana di quattordici sonetti, le gaie occupazioni e i divertimenti, nelle varie stagioni, di una lieta brigata di giovani.

f.s.

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