SUL TAMBURO n.72: Matteo Melchiorre, “La via di Schenèr”

Matteo Melchiorre, La via di Schenèr, Venezia, Marsilio, 2016

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di Giuseppe Panella
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La prima impressione che si ricava dalla lettura di questo libro di Matteo Melchiorre è quella di aver commesso un errore di valutazione quando si è scelto di leggerlo: non si è in presenza di un romanzo ma di un saggio storico, di una ricostruzione approfondita e accurata di un episodio di storia di Feltre e dintorni, di una analisi di alto livello di storia economica e sociale ma non di un romanzo. La bio-bibliografia stessa di Melchiorre, autore ad es. di una biografia di fra’ Bernardino da Feltre e della sua predicazione antisemita, autorizzerebbe una tale lettura. Eppure La strada di Schenèr non solo è un romanzo (sia pure molto particolare) ma è anche la sua particolare versione dell’Apologia della storia di Marc Bloch (libro sotto la cui protezione il testo di Melchiorre si pone fin dall’esergo).

«Credere che la storia sia meno capace di soddisfare anche la nostra intelligenza per il fatto che esercita un così possente richiamo sulla sensibilità, sarebbe davvero una straordinaria sciocchezza» ha scritto il grande storico francese. E alla sensibilità come pure all’intuito l’autore del libro si richiama più volte. Ma si aggrappa anche, e con grande forza stilistica, alla chiarezza dell’evocazione che nasce dalla lucidità dell’intelligenza. Il libro di Melchiorre è un elogio del mestiere dello storico e la rivendicazione della sua bellezza e lucidità e anche della fatica che costa. Il colloquio con il dottor Schuster di Erfurt, “specialista in dinamiche psicoemotive”, è emblematico al riguardo:

«Tra un discorso e l’altro fu ora di cena. Il dottor Schuster ebbe l’idea di entrare in una pizzeria con terrazza coperta. Mentre aspettavamo al tavolo, il dottor Schuster mi chiese come mai io sapessi tante cose su queste valli periferiche. Gli raccontai dunque della via di Schenèr, del mio continuo mettere il naso tra libri e archivi in cerca di questa strada. Il dottor Schuster disse di non essere mai stato in vita sua dentro un archivio. Mal per te, gli risposi, perché andare in archivio funziona all’incirca come la vita: a volte si trova ciò che si cerca, altre volte non lo si trova e altre volte ancora, e forse più spesso, come appunto nella vita, cerchi x e trovi y. Vuoi un esempio, dottor Schuster? L’archivio induce sempre le domande, dottor Schuster, ma non sempre conserva le risposte, anche in questo assomiglia un poco alla vita» (pp. 126-127).

Le risposte deve trovarle lo storico, ovviamente, ma non sempre sono le risposte giuste (come affermano Carlo Ginzburg e Adriano Prosperi in un loro magnifico pamphlet, Giochi di pazienza. Un seminario sul “Beneficio di Cristo”, libro che sarebbe opportuno veder ristampato).

Non sempre quello che si desidera ritrovare o scoprire emerge dagli archivi o dagli scavi. Ma quello che è importante è continuare a cercare e a rendere coerente la vicenda storica analizzata con le sue premesse e le sue conseguenze anche a lungo termine.

La ricostruzione della storia della via di Schenér è il pretesto per un’esplorazione archivistico-antropologica della vita a Feltre e nei territori circostanti (italiani e austriaci), per analizzare comportamenti e richieste di una vita migliore, per esplorare le strade che da Feltre portano in territorio austriaco e viceversa. E infine è la storia di questa strada difficile, erta, sconquassata e spesso impossibile dove si può precipitare nei dirupi che si aprono ai suoi lati e morire così, scomparendo nel vuoto, solo per portare un carico pregiato di vino o di metalli o di oggetti di consumo quotidiani. Questa strada è lastricata di sogni, di desideri, di volontà e di velleità – è fatta di buone intenzioni e di maldestre realizzazioni. La ricerca di Melchiorre, allora, è quella di una possibile verità: che cosa ha significato davvero la via di Schenér per la regione del Bellunese e per gli abitanti di Feltre, cosa ha significato a livello di outillage mental e di costruzione di paradigmi societari, cosa ha voluto dire per l’economia e il governo politico di una regione. Si tratta di un’indagine che può sembrare esclusivamente localistica e priva di respiro storiografico ma che, invece, permette al lettore di orientarsi nei meandri di un mestiere, quello dello storico, ancora centrale per i destini culturali di ciò che resta dell’Occidente. Quindi, la via di Schenér gli appare come una metafora della ricerca storica:

«Un ponte-confine, come no, poteva prestarsi ad altissimi argomenti filosofici. Coincidentia oppositorum: un confine (che taglia) su di un ponte (che unisce). Ma al di là delle implicazioni logico-linguistiche, qual era la permeabilità del confine intercettato e perforato dalla via di Schenèr? Quali erano i movimenti di persone? Era più forte il ponte o il confine?» (p. 73).

In questo elogio dell’archivio e della caccia alla notizia giusta, alla risposta adeguata, alla scoperta che risolve il caso storiografico riposa l’interesse per il libro di Melchiorre.

La storia non è soltanto ricerca ma è anche passione, accanimento, volontà spesso disperata (cui talvolta segue depressione e ristagno intellettuale) – la volontà di sapere spinge ad azioni azzardate (la scalata di un passo difficile e pericoloso narrata nel libro), a lunghe “stagioni nell’inferno” delle biblioteche e degli archivi, a una perseveranza che talvolta si rivela degna di una miglior causa.

Ma quello che conta – conclude Melchiorre – è giungere alla fine: capire e penetrare nel mondo esplorato, dare un senso a ciò che si è fatto, rifiutarsi di considerare inutile i giorni e le notti passate a leggere, prendere appunti, pensare e trasformare tutto in parole letterarie e in frasi di senso compiuto. Parole di romanzo, senso di una vita.

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