IL TERZO SGUARDO 56. Walter Bernardi, “Il “caso” Fiorenzo Magni. L’uomo e il campione nell’Italia divisa”

Walter Bernardi, Il “caso” Fiorenzo Magni. L’uomo e il campione nell’Italia divisa, Portogruaro (Venezia), Ediciclo, 2018

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di Giuseppe Panella*

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Merito principale del libro di Bernardi è quello di rendere, con uno stile sobrio ma mai privo di importanti suggestioni letterarie, il clima e le vicende storiche di cui si impegna a dare delle spiegazioni significative cercando di non prendere posizioni preconcette e infondate sotto il profilo della storia ma di capire con la lucidità dello studioso di razza quello che effettivamente accadde in anni che sono ancora vicini a noi nella contiguità temporale ma che forse sono ormai già irrimediabilmente lontani dalla mentalità odierna. Il “caso” Fiorenzo Magni esplorato in questo suo libro importante non riguarda ovviamente soltanto la pura e semplice vicenda giudiziaria, sportiva e umana del campione ciclistico di Vaiano. Non sarebbe, in tal caso, il libro significativo e inquietante che è. L’accento critico e storico, infatti, va messo su quel “divisa” che sintetizza tragicamente e brevemente la situazione italiana e non solo all’alba del 1948 ma anche successivamente (lo stesso avviene con il titolo di un vecchio libro di Remo Bodei, Il noi diviso. Ethos e idee dell’Italia repubblicana, Torino, Einaudi, 1998 che tratta, in ottica molto diversa, tematiche assai simili).

Magni, vincitore di tre Giri d’Italia, di tre Giri delle Fiandre e di innumerevoli altre gare di linea, sempre individuato come “il terzo uomo” del ciclismo italiano dietro Bartali e Coppi, non ha mai goduto dell’apprezzamento che meritava per colpa delle sue vicende extra-sportive. Su di lui è sempre pesata l’accusa di essere stato fascista militante, di aver servito per la Repubblica Sociale Italiana e di essere l’”assassino” di Lanciotto Ballerini, il capo partigiano ucciso durante la battaglia di Valibona del 3 gennaio del 1944. In questo scontro a fuoco in cui morirono tre partigiani di cui solo uno in battaglia (per l’appunto il Ballerini) e gli altri due giustiziati con un colpo alla nuca uno e bruciato vivo in un fienile l’altro mentre i fascisti ebbero sei perdite era presente, armato e combattente, Fiorenzo Magni. Nel processo cui fu sottoposto il 30 gennaio 1947, il ciclista di Vaiano fu condannato per il reato di collaborazionismo (e poi amnistiato dal Guardasigilli Togliatti nel corso di un discusso procedimento di “pacificazione nazionale” di cui beneficiarono moltissimi fascisti militanti) e assolto per l’uccisione del Ballerini “per non aver commesso i fatti ”. Trasferitosi frettolosamente a Monza nel 1944 con la madre, vista l’impossibilità di vivere nella casa di famiglia di Vaiano per la pressione sociale esercitata su di lui nel territorio toscano, Magni divenne un elemento di punta del ciclismo italiano fino al ritiro dalle corse nel 1956, con notevoli exploit sportivi anche in condizioni fortemente disagiate (epica la conclusione con la clavicola e l’omero fratturati e un tubolare tra i denti che campeggia in una sua celebre foto scattata al Giro d’Italia del 1956). Ma il libro di Bernardi non sarebbe significativo solo per la narrazione appassionata e precisa delle gesta di Magni ciclista. In realtà, attraverso la sua figura, viene raccontata la storia di un periodo assai complesso della storia di Prato e delle sue vicende politiche e sociali. Che il personaggio di Magni fosse assai discusso e controverso, oggetto di odi furiosi e di moderate quanto sincere considerazioni di stima (non solo da parte dell’amico ciclista e commissario tecnico Alfredo Martini ma anche del sindaco comunista Lohengrin Landini, certo molti anni dopo), lo testimonia la parabola di Alfredo Menichetti, il secondo sindaco del dopoguerra di Prato, industriale di rilievo e comunista, condannato alle dimissioni e all’oblio per aver inviato un telegramma di congratulazioni a Magni per la vittoria del suo primo Giro d’Italia, nel cruciale anno 1948 del Fronte Popolare (si trattò ovviamente di un pretesto per liberarsi di un personaggio scomodo con caratteristiche tanto paradossali per un militante della sinistra estrema e attaccato spesso dalla cultura cattolica di impostazione sociale proprio per la paradossalità della sua posizione). Ma in un libro su Prato non potevano mancare presenze significative come quella di Curzio Malaparte, appassionato da sempre di ciclismo e candidato al consiglio comunale per il Partito Repubblicano nelle elezioni amministrative del 1956. Come si può vedere, la vicenda di Magni, campione negletto nella sua città, è lo stimolo storiografico a parlare di Prato e delle sue vicende politiche, sociali, culturali, di costume. Significativo a questo riguardo è il comportamento a dir poco partigiano (e spesso poco corretto) dei giornali di partito: “L’Unità” ad esempio non perde occasione per dare di “fascista” a Magni e svalutarne la corsa e la strategia sportiva (di questo linciaggio spesso furono protagonisti attivi anche intellettuali come il grande poeta Alfonso Gatto che peraltro era in ottimi rapporti con Coppi di cui era un grande tifoso e che cercava di individuare un “compagno” ciclista su cui far convergere gli auspici di vittoria). Si tratta di una pagina poco esemplare del giornalismo sportivo di quegli anni dove la lotta senza esclusione di colpi a livello politico viene spostata sul piano sportivo con svalutazioni ingiustificate e attribuzioni di responsabilità poco attinenti al campo del puro e semplice agonismo. Rimarrà celebre negli annali ciclistici di quegli anni la polemica sulle “spinte del Pordoi” nel Giro del 1948 in cui Magni fu accusato di essersi giovato di generose spinte da parte di suoi tifosi (secondo Gatto anche poliziotti mandati dal ministro degli interni Scelba ad aiutare il loro idolo d’adozione) che gli avevano permesso di superare il poderoso ostacolo montano costituito dal passo alpino.
In questo modo tra aspre discussioni legate allo sport e ai comportamenti dei suoi campioni e le conseguenti implicazioni di carattere politico-ideologico che questi ultimi mettevano in evidenza ed anzi accentuavano, rendendo incandescente il clima di un’epoca fin troppo accesa rispetto all’attuale, il ciclismo appare, nelle pagine di Bernardi, un mondo oggi perduto e forse anche di difficile comprensione per le giovani generazioni. Intorno alle grandi corse ciclistiche, le passioni e gli odii emergevano in tutta la loro virulenza e inquietudine: i fischi subiti da Magni vincitore del Giro d’Italia 1948 al velodromo Vigorelli furono il segno tangibile della divisione del paese ancora in corso e della difficoltà a creare un clima di pacifica competizione sportiva. La politica si confermava la spia del disagio del Paese ancora ferito e ancora incapace di dimenticare quelle ferite troppo fresche forse per essere adeguatamente curate.

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*Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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