La ferocia del cuore. Un nuovo ‘giallo’ di Mario Quattrucci: “Troppo cuore. L’ultima inchiesta di Marè”

La ferocia del cuore. Un nuovo ‘giallo’ di Mario Quattrucci: Troppo cuore. L’ultima inchiesta di Marè, Torino, Robin, 2018, pp. 310, € 15,00

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di Stefano Lanuzza

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A partire dal Novecento c’è una linea relativamente nuova della letteratura italiana poliziesca che, senza escludere i gialli letterari sciasciani e il gaddiano, baroccheggiante, incompiuto Pasticciaccio definito da Leonardo Sciascia “il più assoluto giallo” mai scritto, “un giallo senza soluzione” (Breve storia del romanzo poliziesco, in Cruciverba, 1983), muove dall’opera di Giorgio Scerbanenco, include diversi affermati autori (Fruttero & Lucentini, Veraldi, Olivieri, Malvaldi, Lucarelli, Carofiglio, Carlotto, Faletti, De Cataldo, Colaprico, Robecchi, Biondillo, Vichi…) e arriva al notissimo Andrea Camilleri.

Inventore del popolare commissario Montalbano dell’immaginaria città siciliana di Vigàta, Camilleri domina da anni le classifiche con una messe di narrazioni redatte in un’accentuata gergodialettalità di cui si possono ricercare i modelli nel rabelaisiano, céliniano e talora trash Frédéric Dard con le sue storie replete di neologismi e termini argotici di Parigi.

L’interesse dei Dard e Camilleri è per una sorta di realismo nuovo dove l’esperimento con funzione di rottura dei canoni basati sul racconto meramente refertale contribuisce al rinnovamento del romanzo poliziesco d’azione: che, grazie a loro, s’impone come qualitativo ‘giallo d’autore’ in cui la cura tecnica per la suspense è supportata dall’impegno linguistico-lessicale dedicato al testo.

Tale attitudine innovativa è poi quella che, in uno spazio franco sulla scena dell’odierno giallo italiano, si riscontra anche in Mario Quattrucci la cui prosa fluida, concisa e tutta dedita a un effettuale realismo è, nel recente Troppo cuore (2018), infiltrata da funzionali gergalità (assimilate, in fondo, se non dalle norme linguistiche discriminanti impartite nella scuola, dal codice letterario e, di conseguenza, dal sempre più ricco vocabolario della variegata lingua italiana; mancante, tuttavia, di un gergo unico a causa delle molte variabili regionali con le loro derivazioni, alterazioni e deformazioni): Nera=Polizia, orzarolo=rivenditore di pane e pasta, sgarro=sgarbo, nisba=niente, bamba=droga, commare secca=la morte, inciucio=complice accordo, pispillorio=brusio, sgamato=scoperto, inguattate=nascoste, baiaffa=pistola, cippa=membro maschile, che diancina=che diavolo, scinciato=sgualcito, acchiappone=arraffone, breccole berci quadrini=denaro, dritta=indicazione, berta=pistola, morammazzato=dannato […]. Cui s’accordano numerose locuzioni romanesche, i tenaci lemmi di un ‘basso italiano’ sempre più esteso alle classi dei parlanti: rincojoniti, sciòrte, òva, sturbo, zarelli, gabbio, gnente, intignà, schifènza, ciorcinato, smucinò, scanajà, appizzò, tìntica, gnisuno, recchie, callarone, appizzà, ricicciano, risarola, cojonella, bucìa, gnommero, noiantri, cialliffavamo, entraje, accorgese, j’ammollano, quadrini, annamo, intruglià, scannajo […].

In un Paese come l’Italia per troppo tempo mancante d’una vera letteratura d’ispirazione popolare, a Quattrucci si devono anche libri di versi e di narrativa ispirati da una vocazione coniugata, oltre che con la testimonianza esistenziale, con la quotidianità civile. Mentre nei suoi gialli lo scrittore racconta foggiandosi una scrittura loica e autonoma, alfine ben distinta, pure nelle intonazioni parlate, dalle deformanti commistioni gergodialettali di Camilleri come dall’estremo funambolismo neologico di Dard col suo Sanatonio della polizia parigina: un personaggio, questo, che in Troppo cuore Quattrucci riflette nello sregolato personaggio di un Antonio Santarelli ribattezzatosi Tony Sanantonio, suonatore di “sax, clarino, tromba” che dicono “un matto smisurato”, dedito a “droga sesso e jazz”.

Soprattutto, col suo alter ego Gigi Marè indagatore di delitti, segreti, misteri politici e criminali dell’Italia mutante e medesima, critico dei costumi e degli ambienti sociali non soltanto romani, Quattrucci s’impone oggi all’attenzione dei lettori con una saga d’oltre una dozzina di romanzi polizieschi metropolitani.

Integerrimo indagatore del male, “commissario attempato e corpulento, ma scattante, che veste fuori moda ma col vezzo di gilè fantasiosi”, Marè, al pari del camilleriano Montalbano apprezza la buona tavola e ama ristorarsi col marsala come il Maigret di Simenon fa con un boccale di birra. Un’altra sua caratteristica è quella di fare il ‘finto tonto’, aria assunta “quando interroga testimoni e sospetti […:] un’aria da ‘questurino ottuso e ignorante’”, ciò che “gli permette di sondare a fondo la mente dell’indagato”: è quanto aggiunge Quattrucci nel risvolto al suo Fattacci brutti a via del Boschetto (2010), nella cui autopostfazione si schermisce dichiarandosi “narratore di storiacce a pasticci dell’Italia postmoderna e berlusconata nel terzo millennio adveniente”. Ottenendo, peraltro, l’immediato interesse del lettore.

È, quella narrata in Troppo cuore, un’Italia preda di un’impressionante involuzione socioculturale, del “liberalismo assoluto” e senza etica, della “libertà come licenza di fare quel che aggrada, specialmente se a scapito della comunità”: insomma, della libertà del lupo tra le pecore. È l’Italia scenario del terrorismo, delle stragi di Stato e dei tentativi di golpe, del crimine in guanti bianchi che crede solo al denaro: Italia ammorbata da decenni di malgoverno, corruzione, delitti, mafia e prostituzione, dove “ognuno è concentrato esclusivamente sul suo particolare, attento solo a quanto riguarda la sua sfera privata”.

E ancora, che Paese è mai quello nel quale gli ultimi “settanta anni di storia […] sono costellati di falsi, occultamenti, sparizioni di reperti, depistaggi…, dal bandito Giuliano ai detonatori di Piazza Fontana, dalla borsa di Calvi al caffè di Sindona, dai verbali Bi Erre del ‘processo’ a Moro all’agenda rossa di Borsellino, dalla bomba di Bologna a Ustica all’omicidio di Impastato, dalla cassaforte di Dalla Chiesa a Emanuela Orlandi, dai suicidi di Gardini e Castellari all’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, eccetera, eccetera, eccetera…”?

‘A/Marè/ggiato’ Marè: “Ma come è potuto accadere?…” si chiede, “quasi smarrito. Spaventato, forse. […,] grigio, pesto: immerso nello scuro”. Dopo anni di militanza dalla parte della giustizia, com’è stanco e deluso, l’anziano commissario, del caos che lo assedia, della così diffusa fascinazione criminale che avvolge il Paese: “come non bastassero le cento sofferenze che la vita ci riserva per l’età, le malattie, i disagi, la penuria di mezzi e facoltà, il dolore patito da chi amiamo, i tradimenti degli amici, le catastrofi cosiddette naturali, la cattiveria del mondo, l’indifferenza della gente, l’arroganza e il cinismo del potere e dei poteri…”. Indugiano forse nella coscienza di Marè come in quella del suo autore, già membro del Consiglio generale italiano del Sindacato Nazionale Scrittori, le parole del dimenticato romanziere Corrado Alvaro, fondatore e segretario del Sindacato Nazionale Scrittori: “La disperazione più grave che possa impadronirsi d’una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile” (Ultimo diario, 1959).

Quantunque disperato, giammai arreso è il Marè del nuovo giallo di Quattrucci che, col suo stile ora volutamente dimesso e ora sostenuto, non rinuncia a delineare una fenomenologia dell’umana esistenza, un bilancio sociale e un’accorata protesta contro un “sistema totale impastato col lievito del malaffare e dei quadrini, in cui le mafie sono ormai padrone. Questo è il Sistema Italia […]”.

Incastonata nel cuore dell’Italia e metafora della stessa Nazione, costante quanto ineludibile protagonista della narrativa di Quattrucci – conoscitore dei vernacolari Berneri, Chiappini, Belli, Trilussa, Pascarella e attento al trasgressivo codice romanesco delle poesie tardonovecentesche del suo Mauro Marè – è Roma città dei Sette Colli, la regia, repubblicana, imperiale, cristiana, medioevale, papale, rinascimentale, barocca e sempiterna Città del Mondo metafora di tremila anni della civiltà d’Occidente: Roma “centro dei poteri palesi e occulti, mercato della dignità nazionale” e specchio di un’Italia bruttata da ogni contraddizione politica; Roma decomposta e ricomposta, organismo vivo e mutante, l’Urbe che “è il mondo, è la nostra esistenza tormentata, la nostra storia non chiarita” (M. Quattrucci, È novembre, commissario Marè, 2006)… Ma sempre, Roma, è città dell’anima del questurino in pensione Marè, “pesante e accaldato, malinconico e smagato, illuso di trovare una compensazione alle delusioni in uno ‘spaghetto vongolato’ o in un tramonto sul Campidoglio” (M. Quattrucci, Che spettacolo, commissario Marè, 2008).

Fenomenologizzata in Troppo cuore, dove la nascita e la diffusione del genere giallo si spiegano anche “col fatto che la società borghese, considerata nel suo insieme, è una società criminale”, presto si scopre una Roma “capitale europea della cocaina” e “capitale del jazz”: jazz in “ogni stagione e notte, dalla sera all’alba dal Testaccio a Monti, da Trastevere a Flaminio al Pigneto all’Esquilino, da Ostia all’Ardeatina a San Giovanni al Quarticciolo”. Poi, al principio del romanzo che riferisce d’un ambiente dove il jazz è “d’alta scuola”, con “artisti d’ogni nome e d’ogni stile e ogni colore”, c’è, ed è subito giallo, il classico morto, anzi una morta, la romana, siciliana d’origine – messinese –, jazz woman singer Angela Barraco, cantante in un complesso jazz e star del Club 37: la talentosa e affascinante Angelica, donna libera e di grande eleganza (“se vestiva da sturbo”)… Ma gli è che un giorno, “alle due di pomeriggio”, sparata al cuore nel proprio appartamento con una calibro 38, viene trovata stecchita dalla governante. Il corpo, supino, è scomposto ma vestito, e il viso, che reca un’espresione forse di paura o stupore, ha “gli occhi spalancati che guardavano… ‘ndo guardavano…?”.

Sembrerebbe quello che si dice un omicidio “pulito”: il corpo di Angela non mostra segni di lotta. La donna non si è difesa e l’omicida sembrerebbe qualcuno che non perde tempo: entrato in casa della vittima, pronuncia qualche parola e immantinente spara; poi “si gira, apre la porta ed esce”… Quella dell’assassino, appena accennata dal narratore, è una figura sfuggente come il male che possiede l’umanità, indefinita come il caos e senza spessore come il nulla. Più rilevata, nella sua identità e per la sensazione suscitata dalla morte violenta, appare la vittima.

Comincia così un trepido gioco intellettuale di ricerca e conoscenza che s’approssima agli schemi dell’ultimo Sciascia di Il cavaliere e la morte (1988) e Una storia semplice (1989), lo Sciascia che fa del romanzo poliziesco una metafora dei problemi storici dell’Italia e uno strumento di denuncia sociale. Ora, attraverso Marè, Quattrucci mostra di voler condividere con il lettore la possibilità di risalire all’origine dell’esecuzione di un delitto che, forse provocato da motivi personali, apparirebbe eseguito da un solo soggetto: e prende a dipanarsi, entro la costruzione d’un fitto reticolo di dialoghi e cori di personaggi delineati ognuno per brevi scorci, un’inchiesta dal ritmo cinematografico, una sequela di investigazioni e incontri.

Rapportandosi ai personaggi che affollano la vicenda, anche amici, conoscenti, amanti di Angela, Marè osserva segni, esamina indizi, valuta sospetti, fa deduzioni che tiene per sé, si rattrista osservando gli ambienti in cui è maturato l’omicidio… Lui ha imparato come non sia raro che la recita umana quotidiana possa trasformarsi in dramma e tragedia.

Pare, ma non è sicuro, che Angela sia fidanzata con un dirigente della RAI dopo essere stata amante dell’ora ultrasettantenne Manolis Sansovino, medico di fama, proprietario di cliniche ed ex senatore ben introdotto negli ambienti politici d’una sinistra imborghesita ovvero estinta.

Dapprima, le indagini del commissario si concentrano su Sam Beltrami, direttore del gruppo jazz e innamorato senza speranza di Angela, per poi spostarsi nell’ambito della famiglia Sansovino, a cominciare dallo stesso clinico Manolis con la moglie separata Marella Marchesini – gallerista d’arte, donna battagliera e di grande cuore – e i loro due figli, i gemelli Elettra e Oreste Sansovino.

Cosa pensa Marella del marito Manolis è quanto di peggio. “Quel figlio di puttana e lui medesimo puttano, mio marito Manolis lo schifoso e ignorante,” inveisce senza remore, con faconda ferocia, “aveva una relazione con la donna di jazz ma avevano rotto e dunque se qualcuno l’ha mandata ai più può essere stato proprio lui, del che quanto a me lo ritengo arcicapace: o direttamente o mandando qualcuno”.

Mentre la figlia Elettra, interrogata, sembra voler depistare le indagini che a un certo momento sembrerebbero sfiorare il fratello Oreste, ultimo amore della stessa Angela Barraco, la “gezzista” che – si scopre – oltre a collezionare amanti, pippa la cocaina. “Angela per me non era angelica per niente: anzi era una stronza mignotta e corruttrice… e meritava quella fine. E se l’è tirata” confida Elettra alla giornalista Flavia Pasti durante uno strategico incontro.

Ripetendo la versione di Marella, Elettra vorrebbe farsi indiziare e nello stesso tempo far intendere d’essere convinta che l’assassino possa essere suo padre, uomo senza scrupoli, coinvolto anche in un traffico d’organi di bambini rapiti.

Ad assassinare Angela non è Elettra e non è nemmeno suo padre, bensì qualcuno che pur avendo seminato qualche traccia sagacemente interpetrata da Marè, ha preso tutte le precauzioni per non lasciare prove. Gli affanosi depistaggi suggeriti dalle indiziate non hanno successo e il movente del delitto, uno solo, viene appieno a galla. Marè mangia la foglia, ma sa che per mancanza di prove non potrà esserci un giudizio in tribunale: l’omicidio resterà impunito al pari di altri delitti italiani.

Perché qualcuno, per proteggere una persona cara, crede di poter uccidere? “Per troppo amore” dice Marè, velandosi di malinconia… Cioè per troppo cuore – riflette. Troppo cuore dispensa Angela/Angelica ai propri amanti e infine al giovane Oreste figlio di Marella; come per troppo cuore, volendo proteggere Oreste dalle malie della spregiudicata “gezzista”, qualcuno ricerca la catarsi omicida… Troppo cuore è il libro più accorato di Mario Quattrucci.

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