La lotta di classe in lockdown. L’iocrazia dei padroni: Il godimento del plusvalore capitalistico (parte II)

Il godimento del plusvalore capitalistico

_____________________________

di Antonino Contiliano

.

E il plus-valore come godimento ripetitivo, nell’iterazione dei meccanismi del valore ciclico dell’economia capitalistica, viene usato come “astuzia”. Un’astuzia, questa, però diversa dalle astuzie individuate da Bertol Brecht. Un’astuzia cioè di tipo “pulsionale” o attinente alle relazioni inconsce e consce della psiche dell’animale umano, e strutturante sia il linguaggio socio-individuale tout court che le forze economiche e politiche.

Già Karl Marx (per non andare a Platone e Aristotele…) scriveva che è un’assurdità pensare «al formarsi di una lingua senza che esistano individui che vivano e parlino insieme. […] La produzione in generale è un’astrazione, […] che, astraendo (corsivo nostro) l’elemento comune, lo fissa e ci risparmia una ripetizione. Tuttavia questo elemento generale, ovvero l’elemento comune […] è esso stesso qualcosa di complessamente articolato, che si dirama in differenti determinazioni. Di queste, alcune appartengono a tutte le epoche; altre sono comuni solo ad alcune. […] Senza di esse sarà inconcepibile qualsiasi produzione; salvo che, se le lingue più sviluppate hanno leggi e determinazioni comuni con quelle meno sviluppate, allora bisogna isolare proprio ciò che costituisce il loro sviluppo, ossia la differenza da questo elemento generale, mentre le determinazioni che valgono per la produzione in generale devono essere isolate proprio affinché per l’unità – che deriva già dal fatto che il soggetto, l’umanità, e l’oggetto, la natura, sono i medesimi – non venga poi dimenticata la diversità essenziale»1. Ma le diversità (espunte dall’astrazione), in funzione di parti escluse, vengono dimenticate o manipolate per dimostrare l’eternità e l’armonia dei rapporti sociali e politici esistenti e di potere.

Che un soggetto e delle classi ci siano è questione, dunque, che non ci piove! E ciò sebbene la classe come soggetto universale, specie ora che il mondo gira sugli automatismi dell’intelligenza artificiale, sia entrato in crisi come totalità di un ordine chiusa o priva di conflitti e differenze. Tra i nomi e le rappresentazioni mentali c’è sempre qualcosa che sfugge, ma la sua assenza è sempre lì che aspetta un’immagine, una parola. È ancora lo stesso Marx che, nel suo metodo dell’economia politica, fa chiarezza ulteriore sui legami che intercorrono tra i nomi, i concetti e le idee (ideologia) della lingua e della logica. Il concetto di popolo senza riferimento – scrive – a ‘popolazione’ (l’eterogena molteplicità di individui che occupano un luogo), e questa ai suoi elementi costitutivi (classi, gruppi, individui, ambienti, storia…), è una pura astrazione logica. Una vuota generalità che nulla può dirci sulla reale situazione di un insieme di uomini e donne che vogliono fare comunità omogenea, una collettiva identità singolare. Karl Marx, che spese una vita a studiare l’organizzazione del lavoro e della vita nell’egemonia del modello capitalistico (“Il capitale”), riflettendo sulle questioni della realtà concreta delle cose dell’economia politica borghese-capitalista, scriveva che, se non si tiene conto delle classi di cui si compone, il concetto e l’idea di popolazione è solo un’astrazione che dimentica le eterogeneità dei suoi elementi diversi. Le classi sono

«una parola priva di significato, se non conosco gli elementi sui quali essi si fondano. Ad esempio il lavoro salariato, il capitale ecc. Questi presuppongono lo scambio, la divisione del lavoro, i prezzi ecc. […]. Se dunque cominciassi con la popolazione, avrei un’immagine caotica e attraverso una determinazione precisa per astrazioni sempre più sottili, fino a giungere alle determinazioni più semplici. […] in senso opposto, giungerei nuovamente alla popolazione, che questa volta però non sarebbe più una rappresentazione caotica di un insieme, bensì una ricca totalità di molte determinazioni. […] Il concreto è concreto perché è sintesi di molte determinazioni, dunque unità di ciò che è molteplice».2

È come dire che il popolo, l’unità del molteplice – la popolazione (ivi compresi emarginati e “gentaglia” di ogni risma) –, è un aggregato di parti (individuali/collettive) che vuole darsi un punto di identità costruita. Una carta d’identità dove riconoscersi per il posto occupato ma, al contempo, stato di cose e di rapporti attraversati da contraddizioni, fratture, innovazioni e passaggi condizionati dai movimenti della storia e dei rapporti materiali viventi; da quella contingenza (tra continuità e discontinuità di egemonia e potere/i) che articola le relazioni della popolazione/plebe fra loro come dinamica delle molte identità particolari che, con le loro domande equivalenziali soddisfatte o insoddisfatte (direbbe Ernesto Laclau), sono il formarsi o il ri-formarsi di gruppo, di classi o di aggregazioni e mescolamenti temporanei. Una configurazione e riconfigurazione che dinamicamente connotano ogni elemento dell’insieme sempre differenziato, mai chiuso in una totalità pacificata. Una totalità monadica che non esclude l’“egocrazia” (Jacques Lacan). È l’“iocrazia” che, con riferimento anche all’identità di ogni individualità, gruppi e squadre manageriali, occupano (quasi per intero) la stessa sfera delle democrazie popolari liberal-liberiste. È la forma della rappresentazione idiosincratica che, sebbene aperte alle interdipendenze, tocca anche le questioni delle soggettivazioni personali e dei conflitti antagonisti delle classi in gioco (la lotta di classe, secondo noi – per inciso –, non è mai venuta meno nel mondo del capitalismo). Né la forma cybernetico-digitalizzata e automatizzata, né quella ridisegnata dalla governance pandemica dei decreti d’emergenza e degli esperti a consulenza – solo per fare un cenno – in tempi di “Covid-19” e politica lockdown/2020) ne sono immuni.

Certo è però che la lotta delle nuove classi – quelli nate con la società informatizzata e atomizzata, come dei lavoratori a domicilio, a tempo, flessibili e a distanza e senza contratti collettivi … – è una lotta d’amore per l’iocrazia del capitale e dei suoi soggetti. Qui il delirio di potenza e di potere dell’“io” non è solo quello del capitale-soggetto; è anche quello che, nei cicli dell’economia e dell’economia politica, colonizza anche la psiche degli stessi individui consenzienti. I soggetti che, convinti, credono di essere antonomi e indipendenti prosumer, padroni di sé stessi e capaci di una volontà “iocratica” – egualmente assoluta, onnipotente. L’aggregazione cangiante degli individualismi egocentrici deliranti che Jaques Lacan ha rinominato “Iocrazia”, l’onnipotenza dell’io narcisistico. Le identità individualistiche e competitive che, spostandoci nel campo degli assetti dell’economia neoliberistica del capitalismo globalizzato, attratte dalla logica della valorizzazione della forza-lavoro e dall’appropriazione della sua capacità di produrre ricchezza (la libido per i profitti proprietari), pongono l’onnipotenza come l’“ideale dell’io”, mentre il godimento del suo plusgioire diventa il nuovo plusvalore da sfruttare e mettere a profitto mediante una produzione consumistica socializzata. Una struttura psicosociale e politica in grado di rivoluzionare sé stessa e insieme ri-costruire le identità egocratiche (gli io) facendole coincidere con l’immagine e le parole che le significano sintomatizzando le conquiste come espressione dell’ambivalenza e dello scambio di fondo tra io ideale e l’ideale dell’io. Non si può non rimanere colpiti – scrive Lacan, richiamandosi a Sigmund e Anna Freud – davanti al fatto «che l’io si costruisce, si situa nell’insieme del soggetto esattamente come un sintomo. Nulla lo distingue da un sintomo»3 (il sintomo come pulsione e non, medicalmente, come un segno da decifrare). Sempre lo stesso Lacan, discutendo con il Dott. Leclaire sugli scritti di Freud, infatti afferma che per Freud «Ich-Ideal è esattamente simmetrico e opposto a Ideal-Ich. […] il segno che sta usando due funzioni diverse. […]»4. Opposto sì, ma non privo di ragioni lì dove l’io non distingue più tra la sublimazione della logica della valorizzazione capitalistica e l’ideale dell’io del prosumer (l’io dell’onnipotenza delirante). Quell’io che, crediamo, sia stata l’immagine simbolica trainante attorno a cui Margaret Hilda Thatcher lanciò l’idea della rivoluzione del neoliberismo capitalistico mondiale, la società “TINA” (TINA, There is no alternative – la società non esiste, esistono solo gli individui). La società degli ‘Io’ onnipotenti e deliranti che, nel mondo dell’odierna produzione capitalistica neoliberistica (e della rivoluzione telematica ed elettronica), rimuovono la relazione con l’Altro sia interno che esterno (come se il mondo fosse fatto a immagine somiglianza della logica dello sfruttamento, dell’esclusione e dell’emarginazione dell’Altro; l’unico modo cioè per vivere nel sistema capitalistico e realizzarsi nei processi delle sue crisi permanenti). Un’identità simbolica, l’iocrazia, che il sistema-mondo neoliberista dovrebbe mantenere come volontà astratta-generale (e dominante), e tale che ognuno dovrebbe incorporare come una soggettività sociale ideale unificante e fronte per espungere la lotta dei gruppi e delle classi diversi. Ma le classi, in questa società TINA, non sono scomparse (Per inciso: anche Ernesto Laclau ha detto che la “società” non esiste; ma per lui la società che manca è quella chiusa nella cornice di un ordine universale pacificato, non quella degli elementi differenziali – individui, gruppi, classi, frazioni, collettivi diversi … – che comunque cercano un nome comune e vuoto ed gemonizzante che persegua un equilibrio possibile impossibile).

Le classi, dunque, continuano ad animare la storia materiale e politica. Sono state solo frammentate e centuplicate. La messa in mora dei contratti collettivi di lavoro e la nuova divisione del lavoro telematizzato, digitalizzato e a distanza (la rivoluzione informatica dell’IA e dell’AI, l’intelligenza artificiale e dell’intelligenza associata) ha solo creato prestazioni lavorative molto differenziate; ha continuato ad applicare la logica della valorizzazione per lo sfruttamento della forza-lavoro nella sua duplice forma di ‘facoltà’ e potenza individuale e capacità di mettere in pratica idee creative di produzione, speculazione e scambio. E tutto ciò non ha certo eliminato dal campo delle forze in conflitto né la ‘popolazione’, né la volontà di farsi ‘popolo’, né il conflitto politico delle classi con i governi della normalità, dei trattati e delle emergenze. Le loro identità eterogenee e differenti (le identità che Ernesto Laclau – La ragione populista, Laterza/2008 – articola attraverso la complementarità di due logiche: quella delle “equivalenze – le eterogeneità delle domande sociali (ambiente, salute, scuola, infrastrutture…) che hanno una rivendicazione comune contro il potere e una logica differenziale. Le differenze particolari (non comuni) interne agli elementi del ‘popolo’ e di ogni comunità, comprese le linee di fuga di quelle odierne dei network sociality.

Se la popolazione è il sostrato sociale molteplice della politeia, e il popolo ne è il molteplice (pluralità) unificato politicamente come sovranità autonoma, e che appunto per questo non soddisfa, però, tutte le determinazioni che differenziano le eterogeneità della popolazione (come totalità in quanto tale), il populismo allora, a fronte dei bisogni della popolazione, non può essere trattato (richiamando le negatività di cui avanti) solo come demagogia o retorica pura e semplice. Rispetto alla soddisfazione, la natura dei bisogni di ciascuno elemento della popolazione – «che derivino dalla pancia o dalla fantasia, non fa alcuna differenza» 5– non costituisce diritto o privilegio legittimo per una parte, e negatività da stigmatizzare per gli altri. Pancia e fantasia, parafrasando, come scrive per esempio Ernesto Laclau, sono anche le domande e reclami degli esclusi e degli emarginati del/dal sistema di potere in forma e forza, ma non per questo sono meno legittimi o meno significanti di altri.

Dal punto di vista teorico, se populisti però sono tutti quelli che, nel quadro delle classi del paradigma marxista, considerano il popolo come depositario dell’intelligenza collettiva (Antonio Gramsci, Pier Paolo Pasolini), e in grado di cambiare – emancipazione delle masse dallo stato di povertà e di non partecipazione politica – la propria condizione subalterna (subalterno è nozione preferita dalla bengalese e postcolonialista Gayatri Chakravorty Spivak), è certo allora che la nozione di populismo non può essere sussunta negativamente sotto la semantica della retorica sofisticante della demagogia e dell’esclusione politica tout court. A parte il fatto che non c’è discorso politico che non usi la ‘retorica’ (la dislocazione del verbale nell’immagine e, di converso, dell’immagine nel simbolico), né tanto meno il riferimento alla soddisfazione dei “bisogni” dei corpi e delle menti (i piaceri, gli interessi, le passioni, i sentimenti) del popolo e della popolazione – che n’è il sostrato sociale –, il populismo è dimensione che non può, come ricordava Bertolt Brecht, essere giudicato un insieme di istanze volgari perché avanzate dal ‘basso’ e dalle lotte di classe che mirano all’egualelibertà (direbbe Étienne Balibar).

Secondo altri il termine populismo ha un significato politico chiarorendersi portavoce delle istanze del popolo; lavorare per migliorare, internamente alla democrazia rappresentativa, le condizioni degli strati più deboli della società, favorendo mezzi di democrazia partecipativa e diretta (secondo una visione molto rousseauiana di democrazia). Secondo questo significato, il termine populista non dovrebbe essere allora considerato più come demagogia o retorica di bassa lega.

Di bassa lega semmai è l’iocrazia stragista dei padroni capitalisti d’ogni genere (con capitali e senza capitali). Tutti, infatti, egualmente e cyberneticamente uniti nell’estrazione del plusvalore (identificato con il plusgodimento feticizzato e diffuso) dall’attività lavorativa tradizionale e non tradizionale, sono intenti nell’emarginare sempre di più le classi sociali “subalterne” (per usare la categoria della Spivak), nel tenerle lontane da rivendicazioni e rivoluzioni alternative e, ormai masse superflue, come una doppia pandemia Covid-19, destinarle alla fossa comune.

Del resto cosa aspettarsi da questo potere poli-oligarchico finanziario-speculativo concentrato e mortifero! La ricchezza, prodotta dalla forza-lavoro occupata o disoccupata (indigena o migrante), è monopolizzata e difesa a colpi di guerre diffuse, fondamentalismi arcaici di ogni sorta, alleanze politiche incestuose e dispositivi giuridici ad hoc (paradisi fiscali, detassazioni, fallimenti di comodo…); e non fanno difetto le disseminazioni delle paure e dei terrorismi fino alla rinascita dei nuovi razzismi migranti. Certo il potere di chi nel mondo odierno – come l’1% degli ricchi che possiede il 40% dei beni del pianeta – dispone di tanto agio e protezioni di ogni sorta non può volere l’eguaglianza sociale come un bene comune e utile; né gradisce il controllo sociale sugli investimenti pubblici e privati e sulle nuove ricerche dell’economia elettronica e di rete che, peraltro, governata dai mercati liberisti, è incentrata sempre sui profitti privati delle oligarchie. Nel 2018, secondo dati a tutti noti, ventisette individui possedevano la ricchezza di metà della popolazione mondiale (quattro miliardi di persone), mentre in Italia solo il 5% possedeva, parimente, l’equivalente della ricchezza posseduta dal 90% più povero. Se il rapporto Forbes/2020, da un lato, registra che in tempi di lockdown-Covid-19 e di turbolenza dei mercati, la ricchezza di questi “poveracci” paperoni americani sia diminuita di qualche decimo, tuttavia, dall’altra parte, secondo il rapporto “Billionaire Bonanza 2020” la ricchezza complessiva dei miliardari americani non è diminuita. Durante la pandemia Covid-19 infatti «è cresciuta dell’86,6 per cento […] e lo stesso (corsivo nostro) andamento del patrimonio di Jeff Bezos, fondatore e amministratore delegato di Amazon […], già dal 1° gennaio 2020 al 15 aprile aveva visto un incremento pari a 25 miliardi (più del pil dell’Honduras, che nel 2018 ammontava a 23, 9 miliardi […]) e (corsivo nostro) dal 18 marzo al 5 agosto – in piena pandemia – quell’incremento ha raggiunto la cifra iperbolica di 71, 3 miliardi di dollari»6.

Ora, a questo punto, è ancora possibile dire che ri-cominciare un’attiva lotta di classe, rilanciando l’idea, come si dice oggi, della democrazia del comunismo come “significante fluttuante”, sia ideologico? Quanti secoli dovrebbe vivere e lavorare uno sfruttato, un emarginato, un escluso … per raggiungere simili cifre di ricchezza depredata! E questa depredazione devastante non è lotta di classe giocata senza controparte? Una lotta di classe che vede l’antagonismo di classe in lockdown, lì dove è stereotipo ormai corrente vestirlo con la demagogia svalorizzante le opposizioni che vengono dalla “pancia” o dalla “fantasia” della collettività allo sbaraglio? Rivendicare e cercare alleanze, scendere in piazza, manifestare per le strade vecchie e quelle dei nuovi media (rivendicando una nuova rivoluzione “comunista” e dal basso per soddisfare bisogni repressi e diritti negati o repressi) è populismo d’antan? I bisogni non sono solo quelli della fame dei corpi, sono anche della mente, degli ideali o dell’utopia che non sopporta l’ingiustizia delle diseguaglianze, neanche – come scrive J. Ralws – se sono minime. Sebbene deprezzata o giudicata fuorviante, la propaganda populista quale forma della lotta di classe oppositiva e antagonista deve rimanere! Rimanere e permanere efficace arma critica e conflitto specie lì dove l’astuzia capitalista – ricordando l’incontro di Lacan con il “Capitale” di Marx – identifica il plusvalore (estratto dall’astrazione socializzata della “forma-valore”) con il desiderio di godimento (il plus-gioire) consumistico e quello del “saper-fare” del soggetto inconscio dei soggetti alienati. Con l’avvento del capitalismo – scrive Jacques Lacan (ricordato da Fabio Vighi) – si assiste a una mutazione discorsiva: va in crisi la differenza tra valore d’uso e valore di scambio perché ad essere contabilizzato, distorcendone la funzione, è lo stesso desiderio del godimento (la pulsione, l’oltre il principio di piacere freudiano). Il desiderio viene astratto e, trattato come forma-valore (la stessa valorizzazione capitalistica che sussume la forza-lavoro come facoltà e capacità di produrre ricchezza), viene categorizzato, positivizzato, quantificato e contabilmente monetizzato, mercificato. Nell’astrazione del “saper-fare” del lavoro (non sempre conscio) e della valorizzazione del lavoro (valore-lavoro) «che alimenta il discorso del capitalista, si rivela tutta l’astuzia di un legame sociale che si propone di trasformare ciò che per definizione non (si) conta in ciò che sostiene la contabilizzazione del capitale»7. Come dire che il processo di valorizzazione capitalistico investe il saper-fare inconscio del lavoratore (il suo plusgodere) e lo quantifica in una struttura sociale libidica, ma ormai in crisi permanente e con esiti sempre più distruttivi. Per cui ri-lanciare l’idea e l’azione di una rivoluzione comunista rinnovata come un “significante fluttuante” o vuoto topologico da ri-significare in termini di classi antagoniste non è un sogno notturno, folle o insensata utopia. I discorsi dell’utopia non sono bassi ragionamenti e polluzioni dell’inconscio, o desideri deliranti come vorrebbero le mistificazioni dei saperi legalizzati e dei poteri costituiti delle iocrazie capitalistiche mondiali. Il propagare pubblico di certe verità conflittuali e antagoniste è un’astuzia da non trascurare. Gli spot avversi non ne diminuiscono la forza e l’efficacia. L’utopia e la sua propaganda non mancano di plasmare percezioni, manipolare cognizioni e dirigere il comportamento dei soggetti singoli e collettivi. Non sono perciò cose fuori posto nella lotta degli oppressi, sebbene – come scrisse Bertolt Brecht – gli sfruttatori e i rappresentati dei poteri forti e dominanti di oggi ne squalificano i valori di giustizia e la democrazia comunista (radicale) reclamati dal basso.

Per i regimi di classe capitalistici, che non vedono altro all’infuori della propria “iocrazia”, è giocoforza difendersi e attaccare i movimenti del conflitto e le alternative. Le soluzioni ai disagi, per loro, sono una vera ed esecrabile negatività populista degenere. Un’astuzia divulgativa efficace, non certo nuova o ignota, la manipolazione dei significati nell’uso e nella divulgazione di certe espressioni e in certi contesti storici. In tutti i tempi, quando la verità doveva essere travisata o soffo­cata per riordinare il sistema di comando, il potere e le sue diramazioni periferiche hanno fatto sempre ricorso all’astuzia per usare violenze e divulgare le mistificazioni stabilizzanti. Confucio (ricorda Bertolt Brecht) falsificò un vecchio e patriottico almanacco storico, cambiando parole e significato, così che le stesse azioni e reazioni cambiarono. Non si ottengono infatti gli stessi effetti sociali, se del sovrano Kun si dice pubblicamente che fece assassinare il filo­sofo Wan, anziché fece uccidere; oppure se del tiranno tal dei tali si divulga che fu giustiziato, anziché vittima di un attentato.

Il linguaggio, comunicando informazioni in una maniera piuttosto che in un’altra, influenza il mondo delle passioni e delle reazioni individuali e collettive. Levando il velo di superficie, la vista è tutt’altro che unisonante, così come se si escludono alcuni elementi da un dato insieme per includerne altri non è pacifico che la loro verità sia la sola verità. Anche la verità condivisa condivide la divisione, e la divisione non è meno capace di critica come arma demistificante le costruzioni falsificanti delle oligarchie iocratiche del potere. E di questa astuzia che, fra l’altro punta anche sull’immediatezza estetizzante delle soddisfazioni individuali e sociali a tempo indefesso, la moltitudine (non più massa) deve aver contezza e forza di fuga “minore”; e ciò anche perché lo sviluppo capitalistico è diventato esteso sottosviluppo, discriminazioni razziali, crescita delle segregazioni e dei muri, non ultimo quello degli io-cratici che scoppiano.

La follia più grande – scriveva lo psicoanalista francese Jacques Lacan – non è essere privi di Io, “ma è quella di credersi “Iocrazia”, il sentirsi divini in un modello economico e sociale, il neoliberista, che ha imposto all’uomo delle priorità incompatibili con la vita stessa dell’uomo e con il rapporto tra uomo e natura. L’uomo, una macchina usata per fare profitto, per produrre e per essere competitivo. Così, la macchina-uomo, lavorando fino a 14 ore al giorno, a fine mese non si accorge di non aver avuto tempo per la propria vita, per riflettere su se stessa e coltivare relazioni umane durature. Cosa che ne ha fatto delle mine vaganti, pronte ad esplodere come tanti kamikaze impazziti, anaffettivi e virulenti come il Coronavirus-19.

(Continua…)

Parte I, Parte III


NOTE

1 Karl Marx, Produzione, consumo, distribuzione, scambio (circolazione), in Lineamenti fondamentali dell’economia politicaGrundisse (prefazione di Terrel Garver; introduzione di Marcello Musto; traduzione di Giorgio Backhau), manifestolibri, Roma 2012, p. 40.

2 Karl Marx, Il metodo dell’economia politica, in Lineamenti fondamentali dell’economia politicaGrundisse, cit., p. 51.

3 Jacques Lacan, Il seminario- Libro I- Gli scritti tecnici di Freud-1953-1954, Einaudi, Torino 1978 e 2014, p. 20.

4 Ivi, p. 158.

5 Karl Marx, La merce, in Il capitale (Libro primo, Sezione prima, Capitolo primo), Newton Compton Editori, Roma 2006, p. 53.

6 Elisabetta Grande, Pandemia Diseguaglianze. La lezione americana, in «MicroMegra» 6/2020), p. 150 e ss.

7 Fabio Vighi, ‘Follemente astuto, ma destinato a scomparire’, in Crisi di valore- Lacan, Marx e il crepuscolo della società del lavoro, Mimesis, Milano 2018, p. 60.