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Mauro Germani, “La parola e l’abbandono” e “Voce interrotta”

Mauro Germani, La parola e l’abbandono, L’arcolaio 2019, pp.85, 11,00 €

Mauro Germani, Voce interrotta, Italic Pequod, 2016, pp.80, € 13,00

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di Francesco Sasso

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Mauro Germani è fondatore e direttore responsabile della rivista di scrittura, pensiero e poesia “Margo” dal 1988 al 1992, ha pubblicato saggi e poesie. Nel 2019 pubblica La parola e l’abbandono (L’arcolaio).

Il libro si presenta come una raccolta di avvertimenti, ricordi, brevi riflessioni, aforismi di ampio respiro. Gli argomenti trattati sono la morte, la solitudine, la letteratura, l’arte, l’amore, il male, dio, la chiesa, la scrittura ecc. I pensieri registrati in La parola e l’abbandono partono spesso da un’occasione particolare, un ricordo, per poi inserirsi in una riflessione sistematica tra il dicibile e l’indicibile.

«Le parole generano parole, ma appena pronunciate o scritte si allontanano, vanno altrove, si disperdono nell’abbandono» (pag.71)

La saggezza frammentata di Mauro Germani è incline agli spostamenti di prospettiva, a una costante opposizione ai valori correnti. L’autore sembra dirci che ogni uomo è nemico all’uomo, mentre la società è il regno dell’egoismo assoluto, sfrenato.

«Che cos’è questo nulla con cui lotto o a cui mi abbandono? Forse non è che un antico fantasma, che col tempo ha perso il suo nome» (pag.74).

Difficile condensare qui il pensiero di Mauro Germani. Ci provo, fallendo. L’autore ci dice che questo è il peggiore dei mondi, motivo fondamentale dell’umanità è il dolore. I sogni, i desideri e i ricordi non riescono ad anestetizzare il male insito in ogni esistenza. Il pensiero/sentire di Mauro Germani risente dell’aura romantica e decadente che declina in misticismo. La parola di Mauro Germani riesce a suscitare i vari problemi esistenziali, religiosi e morali che assillano senza tregua lo spirito di ognuno di noi.


Mauro Germani, Voce interrotta, Italic Pequod, 2016,

Voce interrotta, forse un ricordo d’amore perduto o la mesta elegia del passato irrevocabile.

«A volte con gli occhi bianchi

tornano in superficie

gli affogati

e dal cielo scende una luce

che taglia i volti

alle labbra

e si ferma nelle

bocche spalancate

a chiedere l’ultima

impossibile voce» (p.28)

 

Forse l’ansia che ebbe un giorno il poeta, e di cui quell’amore fu l’occasione irripetibile di liberarsi dalla ruota del destino. Ora tutto gli appare problematico, impossibile e vano.

 

«Qualcuno ascolta

da un pianerottolo vuoto

e chiama improvvisamente

i morti, le voci che dalle porte

corrono fino alle ultime

piazze della città

e vorrebbe capire il suo

segreto, quel taglio che da anni

gli scava il petto

e invece piange,

piange in silenzio, piange

per tutti» (p.27)

A Mauro Germani, nato a Milano nel 1954, il mondo appare un complesso di cosmiche analogie, travolto da un continuo moto, in una vita che pervade le cose e l’uomo, in una panica comunione. La volontà di comunicare il segreto della vita e della morte spinge il poeta a “isfogar la mente” (Dante), funzione liberatoria della propria angoscia.

La lingua in Voce interrotta trema e non riesce a proferir suono, l’esperienza della dolcezza è ineffabile, indicibile, non comunicabile a chi non la prova, ma resta intensamente reale, come una esperienza mistica. Emerge così una condizione esistenziale negativa in un mondo di gelo.

 

f.s.

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