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Orizzonte degli eventi

Una ‘trilogia’ di Leonardo Sciascia

Una ‘trilogia’ di Leonardo Sciascia

Ma egli è siciliano. E qui salta fuori la difficoltà.

D. H. Lawrence

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di Stefano Lanuzza
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La corda pazza (1970)

In principio è la Sicilia, e non c’è libro di Leonardo Sciascia su cui l’Isola non proietti la sua ombra, ora sfolgorante ora fosca, che si estende impregnando di sé, del suo multiculturale retaggio e del suo carattere irriducibile a formule definitive, l’Europa e il mondo.

Scrittore europeo rivolto al mondo, il maestro di Racalmuto, maestro dei suoi lettori e di empatici esegeti, Sciascia si sofferma dapprima sul tema dell’insularità foriera di “una specie di alienazione, di follia” (cfr. il paradosso pirandelliano circa la “corda pazza” che connoterebbe una “‘tipicità’ della vita siciliana”) o di “atteggiamenti di presunzione, di fierezza, di arroganza” che sono gli altri nomi dell’“insicurezza”, della “vulnerabilità” e d’una inveterata “tendenza al separatismo”. Se poi se ne distacca, lo fa ricordando come la cultura siciliana nel corso dei secoli abbia saputo esprimersi “in precisa sincronia ai movimenti culturali europei”.

Pertanto non è da condividere la tesi del filosofo Giovanni Gentile che, in nome del suo idealismo confluito in un “nazionalismo […] divenuto poi fascismo”, si rappresenta una Sicilia pressoché “sequestrata”, hortus conclusus emarginato e marginale o privo di conoscenza fuori di sé…

Ma allora – obietta Sciascia – “da quali ‘officine’ uscivano tutti quei quadri che nei secoli XV e XVI le dogane siciliane registrano in esportazione? E come mai nel Seicento poeti in dialetto siciliano vengono stampati a Venezia e a Firenze? […] perché e come gli architetti siciliani del barocco ebbero più contatti con Parigi che con Roma?”.

Vero che la cultura siciliana abbia “avuto sempre come materia e come oggetto la Sicilia […;] ma più spesso studiando e rappresentando la realtà siciliana e la ‘sicilianità’ (la ‘sicilitudine’ dice uno scrittore siciliano d’avanguardia) con una forza, un vigore, una compiutezza che arrivano all’intelligenza e al destino dell’umanità tutta”. E si ricordino, iniziando dall’antico “poeta arabo Ibn Hamdis, siciliano di Noto”, il poeta monrealese cinquecentesco Antonio Veneziano alonato di ‘maledettismo’, i dialettali settecenteschi Giovanni Meli, elegiaco, ‘Miciu’ Tempio cantore di cose ‘vastasi’, Capuana, Verga, De Roberto e il Nobel Pirandello insieme all’altro Nobel Quasimodo, poeta dell’esilio patito dalla gente del Sud. Poi Lucio Piccolo, Nino Savarese, Francesco Lanza, Vitaliano Brancati, Vittorini, Maria Messina, Bonaviri, Buttitta, Tomasi di Lampedusa, Sebastiano Addamo. Aggiungendo – non tutti sempre presenti alla memoria di Sciascia – Edoardo Cacciatore, Cattafi, Ripellino, Ercole Patti, D’Arrigo, Bufalino, Camilleri; oltre ai Santo Calì, Angelo Fiore, Michele Perriera, Carmelo Samonà, Giuseppe Mazzaglia, Mario Grasso, Silvana Grasso, Silvana La Spina, Simonetta Agnello Hornby… Un florilegio di nomi, scompigliato e ancora incompleto, da far ritenere a Oreste Del Buono che molta parte dell’Italia culturale debba la sua identità ai siciliani: “Da almeno due secoli, per quel che riguarda l’interpretazione della società in cui viviamo, la cultura italiana è soprattutto siciliana. Provare a tracciare una rassegna della cultura italiana senza l’apporto siciliano è impossibile. L’Italia non è in grado di fare a meno della Sicilia” (Uno, dieci, cento Gattopardi, “Panorama”, 22 novembre 1987)… Echeggia pedissequamente, Del Buono, la franca frase sciasciana secondo cui “se l’arte e la letteratura italiana del nostro tempo contano qualcosa nel mondo, il merito è peculiarmente di scrittori e artisti siciliani”: associati da Sciascia ai “siciliani migliori […,] che non partecipano di quella che Lampedusa chiama la follia siciliana (la follia di credere la Sicilia perfetta e se stessi portatori di un modo di vita impareggiabile)”. La stessa follia, la siciliana “corda pazza”, che nel pirandelliano Berretto a sonagli (1916) viene sofisticamente stigmatizzata dal personaggio dello scrivano Ciampa: “[…] abbiamo tutti come tre corde d’orologio in testa. […] La seria, la civile, la pazza. Soprattutto, dovendo vivere in società, ci serve la civile; per cui sta qua, in mezzo alla fronte. – Ci mangeremmo tutti, […] l’un l’altro, come tanti cani arrabbiati. – Non si può. – Io mi mangerei – per modo d’esempio – il signor Fifì. – Non si può. E che faccio allora? Do una giratina così alla corda civile e gli vado innanzi con cera sorridente, la mano protesa: – ‘Oh quanto m’è grato vedervi, caro il mio signor Fifì!’. […] Ma può venire il momento che le acque s’intorbidano. E allora… allora io cerco, prima, di girare qua la corda seria, per chiarire, rimettere le cose a posto, dare le mie ragioni, dire quattro e quattr’otto, senza tante storie, quello che devo. Che se poi non mi riesce in nessun modo, sferro […] la corda pazza, perdo la vista degli occhi e non so più quello che faccio!”… È l’ingestibile “corda pazza” cui uno dei “siciliani migliori” qual è Sciascia oppone la sua “corda civile”.

In questo libro, un sempre attuale ‘classico’ dominato dall’intertestualità, composto di ventotto saggi su “scrittori e cose della Sicilia […] come luogo della passione”, Sciascia, dopo le prime opere di narrativa (Gli zii di Sicilia, 1958; Il giorno della civetta, 1961; Il Consiglio d’Egitto, 1963; A ciascuno il suo, 1966), suscita con discrezione, negli effetti clamorosamente, un’epifania sapienziale che trasvaluta gli apparati specialistici e costituisce una prova dei suoi meriti di ricercatore/divulgatore rigoroso, saggista raffinato e comparatista capace di coniugare con filologico criterio letteratura e storia, sociologia e politica, teatro, cinema, critica d’arte.

Nero su nero (1979)

Nera scrittura” per porre in nera luce la “nera pagina della realtà”: dove “il titolo vuole essere parodistica risposta [e una scanzonata conferma, ndr] all’accusa di pessimismo che di solito mi si rivolge” riporta l’autore sulla controcopertina del libro. Tuttavia non c’è, fra le opere di Sciascia, un libro più ‘leggero’ e spigliato di Nero su nero, più lucido e arguto, malinconicamente sereno e severo, chiaro, intenso e godibile: una sorta di ‘diario’ (redatto in dieci anni, dall’estate del 1969 al mese di giugno del 1979, su fogli volanti e taccuini pieni di “appunti di lettura o di rilettura”) che, dopo aver preso a modello il Journal (1925) di Jules Renard, appare invece prossimo al Diario in pubblico (1957) di Vittorini e, si potrebbe rilevare, a I piaceri (1943) e al Diario romano (1961) di Brancati.

È, quello di Sciascia, un discorso dei più variegati e senza un ordine prestabilito, interagente con l’insieme degli argomenti da lui trattati abitualmente – dalla verità della realtà all’etica e all’estetica della letteratura, al problema della giustizia e della “mafia che si era data il lusso dell’antimafia”, al retaggio latino nel dialetto siciliano, ai Beati Paoli e alla politica dei politicanti di mestiere, all’Amleto (1609) shakespeariano, a Tolstoj e Čechov… Scrive delle radici del fascismo, della Spagna ‘sorella’ della Sicilia, della rivolta parafascista di Reggio Calabria (luglio 1970-febbraio 1971), della Chiesa, della borghesia, della Democrazia cristiana, del ‘caso Moro’ e delle Brigate rosse. Trova ‘illeggibile’ Teilhard de Chardin e se cita Virginia Woolf, Orwell, Solženicyn, non dimentica D’Annunzio e il pittore della Belle époque Boldini, il Retablo de Isenheim (1516) di Grünewald o le innovazioni di Picasso… E quando il 18 ottobre 1969 a Palermo, presso l’oratorio di San Lorenzo, avviene il furto della Natività (1609) del Caravaggio, Sciascia segnala l’ignoranza delle autorità preposte circa l’esistenza stessa del prezioso quadro.

Trascorrono le figure di Flaiano e Zavattini, Italo Calvino e Pasolini, incrociati coi Chateaubriand, Montherlant, Proust, Daudet, Flaubert, i Goncourt, Freud, la psicanalisi, gli études di Foucault… E, rifacendosi alla letteratura francese, la più vicina al suo cuore, l’autore richiama Rousseau e i suoi Diderot e Voltaire; con, sempre, il suo Stendhal… Senza sconoscere Louis-Ferdinand Céline autore di Bagatelles pour un massacre (1937), tradotto in italiano nel 1938 dal dimenticato Alex Alexis (pseudonimo di Luigi Alessio): un libello antisemita che “quando fu pubblicato in Italia […] non c’era fascista in grado o nella disponibilità di farsene una bandiera. Forse non lo lessero nemmeno quelli che cominciavano a discettare sulla razza; forse nemmeno Mussolini. Lo lessero quelli che amavano le cose di Francia […]. Vale a dire che lo lessero quelli che non amavano il fascismo”… Aggiungendo a tutto ciò una parte intima o nascosta di sé, il suo riservato mondo emotivo, con la rivendicazione di una filosofia di vita espressa nell’aneddoto socio-antropologico e storico, nelle note di cronaca, in aforismi caustici e battute fulminanti che non ci si esime qui di trascegliere in minima parte a mo’ di aurei pro-memoria: “È ormai difficile incontrare un cretino che non sia intelligente e un intelligente che non sia cretino. […] Oh i bei cretini di una volta! Genuini, integrali. Come il pane di casa. Come l’olio e il vino dei contadini”; “Ma è soltanto invidia il sentimento che da vivo, qui, riscuote lo scrittore, l’artista? Non c’è anche, più profonda, l’avversione per colui che osa rompere il silenzio?”; “… la cosa che meglio si apprende dal saggio di Freud su I motti di spirito e il loro rapporto con l’inconscio [1905] è che Freud non era un uomo di spirito”; “La vecchia, dura, ‘impossibile’ civiltà contadina. Ma la civiltà industriale?”; “Un’idea morta produce più fanatismo di un’idea viva; anzi soltanto quella morta ne produce. Poiché gli stupidi, come i corvi, sentono solo le cose morte”; “Quelli che la pensano come noi appunto sono quelli che non la pensano come noi”; “Si è così profondi, ormai, che non si vede più niente. A forza di andare in profondità, si è sprofondati. Soltanto l’intelligenza, l’intelligenza che è anche ‘leggerezza’, che sa essere ‘leggera’, può sperare di risalire alla superficialità, alla banalità”; “Quando c’è in giro tanta pietà per gli animali, pochissima ne resta per l’uomo”; “… a un vero pittore dovrebbe piacere tutta la pittura, a un vero letterato tutta la letteratura. Non sono dunque (ma lo sapevo già) un vero letterato”… Finendo con una previsione che illustra un verosimile quadro della nostra odierna, precaria realtà: “Una nuova formidabile ondata di conformismo sta per abbattersi sul nostro paese; meno fragorosa di quelle del 1925 (fascismo), del 1945 (antifascismo), del 1948 (anticomunismo, civiltà occidentale), ma tanto più grave nella misura in cui è spontanea”.

Se la fiducia nella ragione o nel primato dell’intelletto su ogni pregiudizio, indottrinamento, dogma o verità rivelata, se l’ossessione per la giustizia e per quanto dovrebbe distinguere la dignità umana liberata dai vincoli del dominio e dall’inganno di massa delle superstizioni consolatorie, se il dovere di assumere delle responsabilità spingono infine Sciascia a disperare sul destino del nostro sistema ingiusto e votato al peggio, è il sentimento fervido della passione, cioè del desiderio emozionale che ‘sente’ ciò che la ragione ‘sa’, a impegnarlo affinché il peggio non accada… Più che mai, nelle parole nere quanto scintillanti e acuminate di Nero su nero, Sciascia, illuminista mai retorico, rivela il suo mondo emotivo, immaginario e temperamentale in cui un’argomentata passionalità e l’‘umano-troppo-umano’ strazio non si serrano nelle regole di una ragione non sempre vincolabile all’ortodossia dell’illuminismo.

Cruciverba (1983)

Stampato, dopo Nero su nero e La corda pazza, sei anni prima della morte del suo autore, Cruciverba completa cospicuamente un’ideale ‘trilogia’ da porre tra le opere più indicative del talento e della straordinaria erudizione di Sciascia. Autodidatta assoluto e affidato solo a se stesso, borghese dissimile, mite contestatore con un’incoercibile carica rivoluzionaria al pari o ancor più d’un Pasolini, egli, ancora una volta col suo impegno agonistico e una militanza tutta a favore della cultura, trasvaluta nel suo discorso ricco di cogenti argomentazioni ogni fiscale modulo accademico.

Composto di trentasei saggi che nella loro compiutezza unita al pregio letterario hanno in più casi il piglio risoluto dei capolavori, l’inizio del libro, presentato da Sciascia quasi come un’introduzione o una proposta di metodo, è uno studio su Luciano di Samosata (120-192 d.C.) che, critico dei fideismi, “nella seconda metà del secolo […] vede e giudica il cristianesimo come Voltaire nel diciottesimo – e come noi nella seconda metà del ventesimo”. Avverso alla mitografia e all’illusione religiosa, indifferente “nei riguardi del cristianesimo” come dei vetusti Dei pagani, scrittore che già Leopardi, Luigi Settembrini o Savinio sentono supremamente affine, Luciano è per Sciascia “l’immagine di una libertà per sempre perduta” a causa della prevalenza sia dei fanatismi ideologici, sia del totalitarismo mediatico.

A Luciano “importava soltanto della libertà” scrive l’autore volendo riferirsi a se stesso secondo un “ordine delle somiglianze” che, nell’omonimo saggio, funge da criterio conoscitivo utile per una critica dei luoghi comuni sulla stereotipata, “inalterata e inalterabile continuità del ‘modo d’essere’ siciliano”. E cos’è se non la smentita di un tale ‘modo di essere’ Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976), romanzo di Vincenzo Consolo ispirato alla piccola tavola quattrocentesca (cm. 31×24,5 cm.) di Antonello da Messina, focalizzata sul sorriso inafferrabile di un personaggio nel quale si concentrano i sospetti, i sofismi, le disillusioni, la mutevolezza e la volubile ironia dei siciliani. Un’ironia, una specie d’accorto gesto fisiognomico, che con anticipo vorrebbe quasi adombrare il disinganno e la critica illuministica della condizione umana. Ironia trasfusa nel “secolo educatore”, il non sistematizzabile XVIII secolo che “non comincia quando comincia e non finisce quando finisce, poiché è sempre temporalmente in eccesso o in difetto rispetto ai propri caratteri, ai propri segni, alle proprie peculiarità”. La sua “essenza” e “grandezza” è allora da riscontare “in quegli uomini vivi e sensibili la cui intelligenza, svagatamente tormentando il regno di Dio e quello dei re, agita l’Europa senza sconvolgerla. […]. Non uno spettro percorre l’Europa mentre loro tormentano il Regno e i regni, ma uno spirito gioioso e giocondo, divertito, ironico, beffardo, leggero, sottile”. Qualità, queste, non pertinenti a quel Sade supposto, secondo una certa vulgata, tra i mentori del Settecento: visto che “la sua opera è destinata al secolo successivo e più – helas! – al nostro”.

Quanto all’‘invidiato’ dall’infelice in amore Stendhal, al Giacomo Casanova apparentabile a Sade per la dissipatrice, “monotona ripetizione […] di acceso erotismo”, è probabile che il suo persistente gioco sessuale, tra le licenze diffuse nel Settecento, tenda surrettiziamente a “conferire all’incesto quel carattere di utopia liberatrice che sotto gli orpelli dottrinari si nasconde nell’Icosameron”, badiale romanzo del 1787… È piuttosto Diderot “la chiave del secolo. Quest’uomo che voleva esser nulla, ‘ma nulla del tutto’, ha come inventato il secolo in quel che noi gli riconosciamo di più proprio, di più originale, di irripetibile”. Lui che non aspira a nessuna benemerenza e vuol essere davvero nulla “(lo dice all’esaminatore alla fine dei suoi studi) in rapporto a quel che già c’era, è stato tutto in rapporto a quel che non c’era”; e, attraverso l’Enciclopedia (1751-1780) redatta con D’Alembert, inventa la “professione/non professione […] dell’intellettuale”, ossia di chi principalmente s’impegna per “la gioia del proprio lavoro: la gioia della conoscenza, dell’intelligenza, dell’armonia delle parti nel tutto”.

Stando nella Sicilia settecentesca, ecco la bizzarra Villa Palagonia, la “villa dei mostri” costruita negli anni 1715-1737 per volontà di don Ferdinando Francesco Gravina e Crujllas, V principe di Palagonia fatto cavaliere del Toson d’oro dalla reggenza di Spagna. “Giovi guardau da la sua reggia immenza / La bella villa di la Bagaria, / Unni l’arti mpetrisci eterna e addenza / l’aborti di bizzarra fantasia” scrive Giovanni Meli nei primi quattro versi d’una sua ottava… Bella? – si chiede Sciascia. Può dirsi bello quell’ossequio morboso allo sbigottimento decorativo, alla risata stravolta e demoniaca da cui “bruscamente si passa alla soggettività, all’introspezione, all’esame di coscienza”? È, l’inquietante villa, il posto dove l’omonimo nipote di Ferdinando Francesco Gravina, Ferdinando Francesco II detto “il Negromante”, fa realizzare la serie dei mostri coi quali passa “i suoi anni dal 1747 al 1789, i più luminosi del secolo, […:] quelli di cui Talleyrand dirà che mai sapranno cosa sia la gioia di vivere coloro che non li vissero”.

Ma perché, “mentre il mondo si votava alla grazia il principe di Palagonia si votava all’orrore? Era una premonizione, una penitenza, una perversione?”. Ciò che, con perspicacia, Sciascia vi scorge è un giudizio e un biasimo dei più corrosivi, l’intento di ridurre “a quattro zampe l’aristocrazia del regno di Sicilia”, di esprimere la fine di una casta ancora immersa in un ‘sonno della ragione’ foriero di chimere soprannaturali e patologie della mente, “di mostri, di superstizioni, di mistiche depravazioni, di mondo alla rovescia”. Quel mondo che un uomo bramoso di potenza, un soldato fattosi generale, Napoleone Bonaparte, vorrebbe scalzare dalla fondamenta liberandolo dalle tirannie misticheggianti prima di fallire, metamorfosando nell’autocrate sconfitto a Waterloo (1815) e nel mediocre scrittore del Memoriale di Sant’Elena pubblicato nel 1821 a cura di Emmanuel de Las Cases.

Spostandosi nel primo scorcio dell’Ottocento, il secolo di Manzoni e di Goethe che legge I promessi sposi (“nell’edizione, appunto, nel 1827: quella che pochi di noi, per curiosità o per studio, conoscono”), Sciascia ribadisce la sua devozione per il romanzo manzoniano; letto – scrive – “prima che me lo facessero leggere a scuola” e cogliendone l’impareggiabile qualità della scrittura… Tante le figure indimenticabili del romanzo manzoniano; mentre il personaggio principale è da Sciascia ravvisato in Don Abbondio, il trasformista opportunista asservito a ogni potere, il “vivo, vegeto, su tutto e tutti vittorioso e trionfante”: un “disperato ritratto delle cose d’Italia” di ieri e di oggi.

Accanto al romanzo manzoniano, Sciascia aduna le “essenziali fortune” di altre sue letture giovanili: “Victor Hugo prima di Salgari, i Libelli [1816] di Courier prima delle Mie prigioni [1832], le novelle [1793] dell’abate Casti e le memorie [1825] di Casanova prima dei Promessi sposi”. Né si perita di confessare “di non aver capito l’Ulisse [1922] di Joyce, nella famosa traduzione di Valéry-Larbaud, molto prima che non lo capissero gli altri nella traduzione italiana”(!).

Una particolare attenzione è dall’autore dedicata al negletto saggio di Manzoni Storia della Colonna Infame (1840), ambientato a Milano durante la peste del 1630 ed espunto dai Promessi sposi costituendone, dopo il conclusivo, consolatorio capitolo XXXVIII, “la deviazione imprevista, l’ingorgo […,] la materia dissonante al corso del romanzo”… Diffusa l’idea – denuncia Sciascia con Manzoni – che la pestilenza venga sparsa ad arte da biechi “untori” intenzionati, “per dirla manzonianamente, a ‘spiantare’ Milano”, si scatena una superstiziosa caccia da parte della plebe, dell’istituzione poliziesca e degli stessi giudici che fanno torturare e condannare a morte degli innocenti. Poi, davanti al negozio demolito di uno di essi, il barbiere Gian Giacomo Mora, viene collocata la cosiddetta “Colonna Infame”, fatta di granito con in cima una sfera di pietra, rimossa nel 1778 allorché si accerta che l’infamia è soltanto quella commessa da giudici consapevoli d’avere mandato a morte degli innocenti… È tale l’incongruenza di simile condanna che a poco valgono le accuse d’imprecisione nel trattare i fatti, mosse a Manzoni, per esempio, da Benedetto Croce. Ma ora – polemizza Sciascia –, vedendo che la Storia tende a ripetersi, non serve mettere in mezzo l’antistoricismo e ha poco senso un ‘contestualizzare’ a giustificazione del ‘censurare’: “Poiché il passato, il suo errore, il suo male, non è mai passato: e dobbiamo continuamente viverlo e giudicarlo nel presente, se vogliamo essere davvero storicisti. Il passato che non c’è più – l’istituto della cultura abolito, il fascismo come passeggera febbre di vaccinazione – s’appartiene a uno storicismo di profonda malafede se non di profonda stupidità. La tortura c’è ancora. E il fascismo c’è sempre”.

Ha la valenza di un monito la conclusione di Sciascia che associa il suo interesse per Manzoni alla simpatia per Stendhal (Le Rouge et le Noir, 1830; La Chartreuse de Parme, 1839 ), il quale, coetaneo dell’autore dei Promessi sposi, sembra additare un’eterna giovinezza: “Stendhal non è mai stato ‘anziano’, né mai lo saranno i suoi lettori”.

Anche se ricco di estro, Stendhal non ha le raffinatezze di uno scriba letterariamente sofisticato qual è Flaubert di cui Sciascia, tralasciando le opere maggiori, vuole valorizzare l’incompiuto e postumo Bouvard e Pécuchet (1881) e l’altrettanto postumo Dictionnaire des idées reçues (1911). La fascinazione dello scrittore francese per la… “stupidità” è bene intesa dal congeniale Savinio: “Il fascino che la stupidità esercitava su Flaubert può essere benissimo definito da questo passo di Savinio: ‘La stupidità, questo inconfessabile amore, esercita su noi un potere ipnotico, una invincibile attiranza’”. Così – desume Sciascia – le due scritture flaubertiane, critiche delle trite conformità da cui nascono le ‘idee ricevute’, oggi è possibile “interpretarle come un tentativo di disturbare i progressi della nostra epoca?”.

Il salto nell’oggi porta l’autore a ritornare su un argomento a lui tra i più consoni, la mafia e la sua intrusione nella vita e nella letteratura dei siciliani; seppure Capuana, nel suo saggio precursore su La Sicilia e il brigantaggio (1892), s’ingegni di spiegare, “statistiche alla mano, […] che gli indici di criminalità della sua regione stanno quasi alla pari di quelli delle altre regioni d’Italia”.

A Capuana segue Verga coi suoi capolavori, I Malavoglia (1881) e Mastro don Gesualdo (1889), romanzi la cui poetica non è del tutto vero che faccia da contraltare ai Promessi sposi. Poi è ancora Pirandello ad attirare le considerazioni di Sciascia: già alla fine del 1913 il Nobel siciliano “aveva pubblicato centotrentacinque novelle” il cui merito non è da dirsi inferiore agli scritti teatrali o ai romanzi. “Lasciando da parte Croce, che nulla ne intese, tutto sommato il solo critico che, [pur non amando Pirandello,] ha almeno confessato incertezza, è stato Borgese”: l’ingiustamente obliato Giuseppe Antonio Borgese, siciliano di Polizzi Generosa, intellettuale antifascista e autore, tra molto altro, di una fondamentale Storia della critica romantica in Italia (1905), dei romanzi Rubè (1921) e I vivi e i morti (1923) nonché del trattato politico Golia, la marcia del fascismo, pubblicato in lingua inglese (1937) e tradotto in italiano nel 1946.

Origini siciliane ha Savinio, vero nome Andrea De Chirico, discendente del pittore del XVI secolo “Andrea Chirico o di Chirico […,] attivo “prevalentemente nella Sicilia orientale”. Secondo Sciascia, nessuno come Savinio rappresenta l’alto modello dell’artista ‘per diletto’, del ‘dilettante’ che ‘fa’ per il preminente piacere di ‘fare’: “dilettante nello scrivere, nel dipingere, nel far musica, nel pensare, nel vivere. Dilettante come Luciano di Samosata. Dilettante come Stendhal”; e, come questi, cultore d’una ‘chiarezza’ che è dello stesso Sciascia dilettante affrancato dagli obblighi del professionismo.

Cruciverba si sospende in ‘viaggi’ ora nella Parigi ispiratrice di Hugo, ora a Palermo e Monreale, ora nei paesi dell’Etna dai magici nomi (Castiglione, Mascalucia, Cesarò, Randazzo, Linguaglossa, Piedimonte Etneo, Moio Alcantara, Bronte, Biancavilla, Belpasso, Misterbianco…); altresì ricordando, come mai ricordano gli storici di professione, Castiglione di Sicilia, borgo medievale dove, nell’agosto del 1943, si ha il primo atto di resistenza ai nazisti, ancora “alleati, anche se Mussolini era già caduto”, autori di un eccidio contro la popolazione del luogo.

Di grande interesse restano un saggio su Guttuso, i cui quadri e disegni, il suo “disegnare e dipingere di colpo”, appaiono “quanto di più vicino alla vita si possa dare nell’arte”, e la brillante Breve storia del romanzo poliziesco, il cui precursore è da Sciascia ravvisato addirittura nel profeta Daniele della Bibbia che investiga sull’ingiusta condanna a morte inferta Susanna da due giudici corrotti.

Un primo discendente del biblico detective è il Dupin di Edgar Poe, seguito via via dagli Sherlock Holmes di Conan Doyle, Poirot di Agatha Christie, Maigret di Simenon; fino alle “parodie poliziesche di Sanantonio” prodotte dal prolifico Frédéric Dard, all’erotista giustiziere Mike Hammer di Spillane, al Perry Mason di Stanley Gardner, Philip Marlowe di Chandler, Nero Wolfe di Rex Stout, Padre Brown di Chesterton, Samuel Spade di Dashiell Hammet “(la cui Chiave di vetro [1931] Gide considerava un capolavoro)”… Enciclopedica si rivela la conoscenza dell’argomento da parte di Sciascia, egli stesso autore di ‘gialli’ polizieschi registrabili nel genere del “‘giallo’ problematico e ‘intellettuale’” o “senza soluzione” qual è, massimo esempio, il Pasticciaccio (1957) di Gadda; cui si deve “il più assoluto ‘giallo’ che sia mai stato scritto, un ‘giallo’ senza soluzione”: ovvero il ‘giallo’ della ricerca d’una verità consegnata alla metafisica.

(Firenze, 14-15.XI.2019)

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