Sulle tracce di una fede implicita. Paolo Ghezzi, “Il Vangelo secondo De André”

Paolo Ghezzi, Il Vangelo secondo De André. “Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria”. Ancora edizioni, 2003.

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di Gustavo Micheletti
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Sulle tracce di una fede implicita. Una rilettura di un saggio di Paolo Ghezzi su Fabrizio De André alla luce del pensiero di Simone Weil.

Nessun altro autore di canzoni del Novecento italiano, nella sua opera, ha toccato così profondamente il problema di Dio, il mistero di Gesù di Nazareth, la coscienza di chi ha fede, i dubbi dei non credenti, i sentieri dei cercatori di qualche verità o del senso della vita”. Paolo Ghezzi, in un libro di ormai una quindicina di anni fa, sosteneva questa tesi difficile da confutare, sottolineando un aspetto dell’opera di Fabrizio de André che, pur essendo stato da molti avvertito, non era stato fino ad allora individuato come un aspetto saliente e decisivo della sua poetica. In effetti, le canzoni di Fabrizio sono disseminate di orme evangeliche in una variegata galleria di santi peccatori, in tante “anime salve” perdute per il potere e prive di potere, in personaggi che si sono svuotati dal loro essere “persona” e che hanno rinunciato a identificarsi con la propria forza, di qualsiasi tipo essa sia, per riconoscersi piuttosto nella loro debolezza.

La stroncatura che Sanguineti ne fece nel 2003, fino a considerarlo un autore mediocre e sopravvalutato, sembra oggi un lascito disanimato di sterili preconcetti intellettualistici, e non solo alla luce del successo di quelle canzoni presso varie generazioni e diversi contesti culturali, ma per la miopia estetica che tale stroncatura aveva ispirato. L’amore che s’impara nella pietà che non cede al rancore doveva forse sembrare al novissimo poeta un motivo ispiratore di scarso prestigio intellettuale, o poco rivoluzionario, mentre costituisce da almeno duemila anni il motivo rivoluzionario per eccellenza dell’occidente, e di gran lunga il più scandaloso. Nell’opera di De André, persino lo scandalo politico dell’ideale anarchico gli è in qualche modo subordinato: la libertà gratuita che cercava nell’anarchia, anche questa mèta ostinata e infinita, aveva infatti, come sfondo, una dimensione religiosa, qualcosa che rimaneva incomprensibile alle sue spiegazioni razionali, qualcosa che gli “veniva spontaneo chiamare Dio”.

Se da un lato le sue canzoni riecheggiano un maestro dell’anarchismo come Max Stirner, da un altro si percepisce l’influsso di un anarchismo cristiano di tipo tolstoiano. Come per Tolstoj, che fa del Discorso della montagna il perno della sua lettura del cristianesimo, anche per Errico Malatesta, uno dei padri dell’anarchismo italiano, non si dovrebbe ripagare il male con il male: questo tipo di risposta dovrebbe essere infatti lasciata per lui “ai facitori di codici penali ed ai giudici ed agli sgherri che si incaricano di applicarli: la missione che noi ci siamo dati è quella di redimere, è quella di diminuire per quanto possibile il dolore umano”.

Proprio quest’aspetto dell’ideale anarchico si fonde nelle canzoni di Fabrizio con quell’ispirazione cristiana che emerge in maniera nitida dallo sguardo che in esse viene rivolto agli sventurati di ogni tipo e risma. Se mai per lui c’è un Dio, è infatti nella croce e nel cuore dei perduti e dei miti, nell’anima purificata dalla “sventura”, da intendersi qui in un’accezione molto simile a quella con cui Simone Weil usa il termine malheur. Lo sventurato è infatti per la Weil colui che ha smarrito la propria immagine sociale, o che se la vede restituita drasticamente falsificata: può essere un reietto o un rinnegato, ma è comunque qualcuno che non ha più motivi per sperare in un riscatto della propria persona, che nemmeno scorge più le ragioni per nutrire una simile speranza, e che si sente per questo schiacciato e oppresso da un orizzonte svuotato di senso.

Sebbene il pregevole saggio di Ghezzi non proponga quest’accostamento, leggendolo balza agli occhi che la poetica della sventura che anima le canzoni di De André ha delle rilevanti analogie con l’etica della sventura all’interno dell’opera di Simone Weil: ciò che accomuna i personaggi che compaiono nelle canzoni di Faber sembra infatti proprio quel malheur che costituisce un tema ricorrente e una nota dominante nell’opera della filosofa francese, con la quale De André condivide però anche altre tematiche significative, come quella della diffidenza e del profondo disagio di fronte all’azione della “grossa bestia”, della “grande meretrice”.

Durante un concerto a Treviglio, il 24 marzo 1997, disse per esempio che ciò che gli faceva paura erano “le aggregazioni, le consociazioni: è al loro interno che nascono i germi della violenza, perché le aggregazioni si danno delle regole, per rispettare le quali creano le polizie”. Si tratta in fondo delle stesse aggregazioni che temeva la Weil, quelle che caratterizzano ogni “chiesa” e che ruotano intorno al prestigio di cui gode la “grossa bestia”, la massa delle opinioni prevalenti e di una sofistica circolante, prestigio rispetto al quale i singoli individui non dispongono spesso d’idonei strumenti critici di difesa e di controffensiva.

In linea generale, l’attribuzione alla Weil di una “fede implicita” potrebbe essere estesa anche a Fabrizio. Chi sa a memoria il diritto divino, ma scorda il perdono, appartiene per lui alla schiera di coloro che sono destinati a ritrovarsi con le tasche piene di una pietà avariata. Chi ha aderito formalmente alla fede storica proposta da qualche chiesa, ma resta indifferente alla “sventura”, ha dimenticato l’essenza di una fede che non abita i templi, ma lo spaesamento del cuore; e che non vive e germina nella forza, ma nella debolezza, in quella condizione disarmata in cui la “persona” si svuota per riconoscersi nella fede in un Dio assente.

Fabrizio non arriva, come Pasolini, a odiare un Dio immoto, a volerlo cancellare da sé per seguire il suo arbitrio (“O immoto Dio che odio […] / Ti cancello da me, / e seguo il mio arbitrio”, P. P. Pasolini, L’usignolo della Chiesa Cattolica, 1958); anzi, pur prendendone le distanze instaura con lui un dialogo fitto e senza remore, come solo alcuni santi conclamati e altri non riconosciuti sono stati capaci d’intraprendere. Ma anche in questo senso il Dio cui fa riferimento assomiglia molto a quello di cui ci parla la Weil, perché si tratta sempre del Dio che si manifesta nella sventura e nella pietà che la sventura riesce e generare. Come Vito Mancuso ha ben evidenziato, il Dio cristiano è il Dio della sofferenza, che incarnandosi in Cristo si è svuotato della sua potenza divina per farsi compiutamente umano: a Cristo – spiega Mancuso – “non fu concesso alcun miracolo quando venne inchiodato alla croce” e ciò perché nel mondo fisico “Dio, Dio Padre, è assente. È l’assente”.

Si tratta del padre assente di quel figlio compiutamente umano – la cui umanità è rintracciata da De André più nei Vangeli apocrifi che nei sinottici, i quali risentono maggiormente dell’influenza del Vecchio Testamento – proprio in quanto provò nella sua carne l’abbandono di Dio, attestato poi dal male rimasto nel mondo dopo la sua morte. Si tratta di un tema presente e centrale già nel primo album di Fabrizio, ed esplicito in Si chiamava Gesù, il cui testo è sospettabile, come del resto la teologia della Weil, di marcionismo: Non intendo cantare la gloria/né invocare la grazia e il perdono/di chi non fu altri che un uomo/come Dio passato alla storia/ma inumano è pur sempre l’amore/di chi rantola senza rancore/perdonando con l’ultima voce/ chi lo uccide fra le braccia d’una croce. […] E morì come tutti si muore/come tutti cambiando colore/non si può dire che sia servito a molto, perché il mare dalla terra non fu tolto […] / Di Maria dicono fosse il figlio/sulla croce sbianco come un giglio.

Non si può dire che sia servito a molto, perché il mare dalla terra non fu tolto: in fondo si tratta della stessa obiezione – osserva ancora Ghezzi – di Ivan Karamazov: “è il dolore innocente che diventa scandalo di Dio”. Ma al tempo stesso quel “rantolare senza rancore” costituisce la prova sia di un fatto divino sia di una fede implicita infinita: rappresenta l’unica vera testimonianza della divinità di Cristo, del suo essere compitamente umano e proprio per questo più che umano, e quindi divino. Alla fine, di fronte allo scandalo del dolore innocente, di fronte al dolore rimasto nel mondo dopo la sua morte, disponiamo solo dell’arma della compassione, della fede che sorge da Dio nella sventura attraverso l’esempio di Gesù Cristo, perché, come dice Pascal, “è possibile conoscere Dio senza la propria miseria; e la propria miseria senza conoscer Dio; ma non è possibile conoscere Gesù Cristo senza conoscere insieme Dio e la propria miseria (Pensieri, n. 556)”.

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