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Snob e dandy nella letteratura italiana [Per Giuseppe Panella]

Snob e dandy nella letteratura italiana

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di Stefano Lanuzza
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A “Beppe” Panella per la sua Fenomenologia del dandy (“Retroguardia”, 22 ottobre 2010)

Il dandy è una figura eminentemente letteraria. Su questo, i suoi studiosi concordano da sempre. Il ‘vero’ dandysmo è quello letterario (Giuseppe Panella).

Ci sono snob relativi e snob assoluti. Per assoluti intendo gli snob che sono snob ovunque, in qualsiasi compagnia, da mattina a sera, dalla giovinezza alla tomba, essendo per natura dotati di snobismo; mentre gli altri sono snob solo in certe circostanze e occasioni della vita” (V. M. Thackeray, The Book of Snobs, “Punck”, 1846-1847)

Il dandy crea la propria unità con mezzi estetici. […] Il dandy per sua funzione è un oppositore. […]il dandy non può porsi se non opponendosi” (A. Camus, L’homme révolté, 1951).

Dandismo e snobismo si escludono a vicenda. Lo snob, che non cerca la differenza ma il privilegio, aspira ad aggregarsi a una classe sociale elevata spinto da un malanimo sorto da un sentimento d’inferiorità compensato con l’ambizione e l’attitudine all’autoinganno; il dandy, per il quale non conta ‘differirsi’, è, per destino, un ‘fuori-classe’”.

Alla dominante volgarità, il dandy oppone la sua solitaria eleganza morale fatta di sobrio individualismo artistico e ironia critica. Egli vive contro i dogmi del denaro, del profitto, del successo: esule, straniero, indifferente ai traffici del mondo, niente conta per lui più della nobiltà d’animo e della possibilità di esprimersi con le proprie opere” (S.L., Vita da dandy. Gli antisnob nella società, nella vita, nella letteratura, 1999).

In principio, muovendo dall’Ottocento tardo della letteratura italiana, c’è il conte Andrea Sperelli Fieschi d’Ugenta, perfetto snob spregiatore del generico volgo e convinto che “bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte”. Frequentatore dei salotti del bel mondo romano, l’estetizzante personaggio dell’antinaturalista-antipositivista Il piacere (1889) di D’Annunzio s’innamora della contessa Elena Muti, giovane vedova con cui avvia una relazione: finché la donna non decide di andarsene da Roma non senza, prima, dargli il benservito e provocargli una depressione che lo porta a passare da una donna all’altra fino all’incontro con la casta e timorata Maria Ferres, doti sufficienti per impegnare il ganimede a fare sua la donna.

Contemporaneamente, s’assiste al ritorno a Roma dell’ex amante Elena che, sposatosi con un lord inglese, ora non ha nessuna intenzione di riprendere il rapporto col sempre infatuato Andrea trovatosi lì lì per ottenere i favori di Maria… Ma cominciando a presumere di poter conquistare entrambe le signore (snob è chi presume di sé) e trovatosi in intimità con Maria, si sbaglia, lo scapato Sperelli, chiamandola col nome di Elena: altro non ottenendo se non di essere giubilato anche dalla possibile nuova amante.

Un decadente con vocazione futurista è il dimenticato Arnaldo Ginna (nom de plume di Arnaldo Ginanni Corradini), nativo di Campiano (Ravenna) e diplomato all’Accademia di Belle arti di Firenze. Dedito, oltre che alla letteratura, al giornalismo, alla poesia, alla pittura, alla fotografia, al cinema, nonché a occultismo, teosofia e filosofie orientali: quanto basta per definire il velleitarismo inguaribile d’uno snob un po’ gagà che, al solo fine di ‘apparire’, vorrebbe fare di tutto perché niente gli riesce di far bene… Per la parola snob, tratta da una non meglio identificata parola di gergo inglese settecentesco dall’incerta etimologia, resta invalsa l’indicazione del Dizionario moderno (1908) di Alfredo Panzini che l’adotta come un’abbreviazione di s(ine) nob(ilitate) = ‘senza nobiltà’. “Snob è voce di incerta etimologia” spiega il Panzini. “Nobs, abbreviazione di filius nobilis, dicevasi nei collegi dei giovanetti patrizi; coloro che vi si accostavano o ambivano accostarsi erano detti quasi-nobs, indi snobs”.  

Ben più sobrio, di quella sobrietà che secondo Lord (Beau) Brummell deve connotare il vero dandy, è il fratello di Ginna, Bruno Corra (pseud. di Bruno Ginanni Corradini), drammaturgo e autore, tra l’altro, di Sam Dunn è morto (1915), forse un piccolo capolavoro dove il tratto di eleganza senza orpelli di Sam si esprime nel non facile saper “stare immobile per quattro ore di seguito, silenzioso, imbambolato, estatico”. E a chi se non a un dandy disciolto dalle ‘apparenze’ per pienamente ‘essere’ è poi dato di poter “passare attraverso una porta senza aprirla”? Certo è una meticolosa pigrizia, da distinguere dall’ozio atarassico dell’impotente fannullone, l’impassibilità di questo dandy che rifugge le inutili fatiche, lo sfiancante attivismo, l’avventurismo stolido, le opportunità opportunistiche, le tediose angherie dell’obbligata solerzia… Pas de commission – potrebbe essere il motto del dandy, un possibilista non disponibile…: uno che quasi non esiste.

Apro la finestra, ed è la notte di Capri sul mare, chiudo la finestra, ed è la notte di Capri sulla mia casa solitaria a picco sul mare […]. Esco, ed è già l’alba, m’avvio su per il sentiero che sale a Matromania” scrive Curzio Malaparte nel postumo Benedetti italiani (1961)… È di circa mille metri quadrati lo spazio sul promontorio sopra la grotta di Matromania a Capri acquistato dall’autore di Kaputt (1944) per farvi costruire una badiale villa lunga ventotto metri, fatta a forma di parallelepipedo e giudicata da tanti la prova provata della snobistica megalomania dello scrittore. Malaparte la chiama “Casa come me” e, dopo avere giudicato “triste, dura e severa” questa sua magione progettata da lui stesso con l’architetto Adalberto Libera, quando muore, nel 1957, la lascia in eredità agli artisti del Partito comunista cinese. In seguito, il regista cinematografico Godard vi gira il film Il disprezzo (1963), tratto dall’omonimo romanzo (1954) di Moravia.

Non è uno snob, ma un androgino dandy quell’Hermaphrodito (1918) creato per speziati frammenti e reliquie mitiche da Alberto Savinio (pseud. di Andrea Francesco Alberto De Chirico) che fin da questo suo primo libro compendia la propria complessiva poetica di scrittore, artista figurativo, scenografo e musicista (lo vediamo in verde età che, elegantemente vestito, martella fino a farsi sanguinare le dita un pianoforte durante un “petit concert” parigino). Convinto della compresenza nell’artista del sesso maschile e femminile, certo senza implicarvi dubbi di omosessualità (il dandy è supremamente intrigato, e un po’ assatanato, dall’Eterno femminino), fa dire al suo Signor Dido (romanzo del 1927) che “l’uomo in quanto maschio è creatura incompleta. Il proprio complemento l’uomo lo trova nella donna, e forma assieme con essa quella creatura completa che i greci una volta figuravano nell’ermafrodito, e oggi designano con la parola Androgino”.

Incluso in Hermaphrodito è il testo Les Chants de la mi-mort, pubblicato nel 1914 in “Les Soirées de Paris”. Non alle coeve tematiche di Apollinaire o Jarry sono assimilabili Les Chants evocanti l’Io dell’‘artista completo’, bensì al poema in prosa Les Chants de Maldoror (1869) del giovane ‘dandy maledetto’ Isidore Ducasse conte di Lautréamont… Quanto al Signor Dido – alfine anziano dandy in disarmo ridotto alla domesticità e riflettendo seduto in poltrona calzato di “grosse pantofole a orecchie, imbottite di pelo di gatto” –, lo seguiamo allorché, distogliendosi dalla propria frustrante condizione, parte per la Sicilia a presenziare in veste di giurato un patetico premio di poesia. A questo punto, assai avvilito, altro non fa, Dido, se non profittare di una gita sull’Etna per buttarsi nel vulcano: a imitazione di quell’Empedocle del V secolo a. C., filosofo e medico agrigentino esperto pure di epidemie.

Pressoché sodale in dandismo di Savinio, ecco, oscuro, notturno e umbratile, anarchico e anticonvenzionale, l’applicato onomaturgo formalista Tommaso Landolfi, un distruttore del reale mediante il ricorso a parole provocatoriamente cervellotiche o in disuso; il quale, sempre concentrato sulla pervicace costruzione di un Sé scampato verso bische e sale da gioco, sembra avvolgere di stanchezza e bruciante sprezzatura l’ingrato ‘umano-troppo umano’, d’indifferenza ogni politica e ideologia, di scetticismo qualsivoglia credo e afflato sentimentale… Ma, a ben riflettere, è davvero così oppure tutto questo farebbe solo parte d’una vulgata e trita ‘apparenza’? Perché non è vero che in questo scrittore della razza dei dandies Poe o Baudelaire non finisca per emergere, per chi sappia leggerlo intus et in cute – per esempio attestandosi sulla sua oltremodo inerme, accorata e ferocemente autocritica produzione diaristica –, se non una più cospicua essenza: ossia la metafisica disperazione dell’assoluto dandy refrattario a integrarsi in qualsivoglia modello di vita non meno che letterario.

Sembrerebbe una beffarda critica dello snobismo quella di Ennio Flaiano, pescarese come D’Annunzio ed epigrafico aforista, narratore e sceneggiatore, inadattato flâneur che concepisce per il Fellini di La dolce vita (1960) la memorabile scena con l’attrice Anita Ekberg, prorompente immagine del pacchiano benessere italico, immersa nell’acqua della Fontana di Trevi. Accade poi che Fellini si guardi bene di far sapere del merito “flaianeo” (pare sia di Maccari l’arguto aggettivo) anche per le sceneggiature di Otto e mezzo (1963) o Amarcord (1973). “Mi ha trattato come fossi una bottiglia di Coca-Cola,” dice il frustrato sceneggiatore a proposito del pur grande regista “lui tira dalla cannuccia e aspira” (Giovanni Russo, Oh, Flaiano!, 2001)…

Di malinconica scontentezza e dandistico disincanto sono caricate le parole del “marziano a Roma” Flaiano che, riconosciuto postumamente come un classico magari minore, non crede al mito del successo e, stretto a sé stesso e al proprio sentimento d’inconciliato ‘irregolare’ volante su un’esistenziale “astronave”, ripensando al Premio Strega conseguito nel 1947 per il romanzo Tempo di uccidere pubblicato nello stesso anno, s’appunta: “La mortificazione del successo – e la certezza di non esservi tagliato […] e io cercavo di capire che cosa mi angustiava tanto. Forse la sensazione che ogni successo, in fondo, è un malinteso” (Frasario essenziale per passare inosservati in società, postumo, 1969)… Flaiano – scrive svariando Alberto Arbasino – “possedeva il sense of humour pronto e l’amarezza fondamentale così peculiari nel nostro più profondo Sud. […] Ennio dissimulava con pudore la palla al piede di una tristezza antropologica e personale, e i freni dell’autocritica lucidissima” (Ritratto d’autore, “La Repubblica”, 3 agosto 1999)… Dandistico Flaiano che in una rara poesia, Inno, da lui “datata 4 gennaio 61”, traccia la dolente fenomenologia di una società dove l’inquietudine presessantottesca è la maschera dei conformismi a venire: “Siamo anarchici a domicilio / bombe scariche fabbrichiamo, / tante volte ci addormentiamo / sul più bello dell’attentato. // La sorella del re in esilio / ci protegga. Noi l’amiamo / pei ricordi del passato. // Panca, trono, industria, altare, / l’uomo nudo, Iddio che fare, / quante cose da regolare! // Vola il tempo in quest’idillio. / Come invecchia, questa pace!”.

Non a Palermo ma presso l’Hotel Bagarella nell’ameno centro marinaro di Solanto in provincia del capoluogo siciliano, dal tre all’otto ottobre 1963 si svolge un congresso di scrittori italiani che, con sommo snobismo, si gloriano di rifiutare la tradizione letteraria italiana e, guardando ai Joyce, Céline o Gadda, aborrono le “Liale” ritenute corrive, banali, superficiali relitti ottocenteschi: per lo più identificati negli incolpevoli Cassola e Bassani, l’uno autodefinitosi “realista subliminale” l’altro riposto tra gli elegiaci.

Ne nasce quel “Gruppo 63” di “Novissimi” configuratosi, a similitudine del primonovecentesco futurismo, come l’ultima avanguardia italiana o “Neoavanguardia”. Ne fanno parte, insieme a molti altri e coi capofila Balestrini Sanguineti Giuliani o Angelo Guglielmi, anche Umberto Eco, Giorgio Manganelli, Luigi Malerba e il consumato dandy Arbasino che, nel celebre articolo del 1963 La gita a Chiasso, ammonisce gli italici scribi di uscire dal provincialismo dei confini territoriali per guardare all’Europa e al mondo – ai Marx, Wittgenstein, Husserl, all’Ulysses joyciano, a Ivy Compton-Burnett, Max Scheler, Focillon, Cyril Connolly, Edmund Wilson, Empson, Bachelard, Barthes, Lévy-Strauss, con “Blanchot e Bataille assortiti”.

(Firenze, 14.V.’20)

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