P. Levi, La chiave a stella

Ho trovato al secondo piano la targa che cercavo: Oddenino Gallo. Dunque sorelle della madre, non del padre: o forse zie alla lontana, o nel senso vago del termine. Sono venute ad aprirmi tutte e due, ed al primo sguardo ho notato fra loro quella falsa rassomiglianza che spesso e assurdamente ravvisiamo fra due persone, per quanto diverse, che veniamo a conoscere nella stessa sorte ed allo stesso tempo. No, in realtà non si rassomigliavano molto: nulla al di là di una indefinibile aria di famiglia, dell’ossatura solida e della decorosa modestia delle vesti. Una aveva i capelli bianchi, l’altra castani scuri. Tinti? No, non tinti: da vicino si distinguevano alcuni pochi fili bianchi sulle tempie che facevano fede. Hanno ritirato il pacco, mi hanno ringraziato e mi hanno fatto sedere su un piccolo divano a due posti, piuttosto consunto e di una forma che non avevo mai visto: quasi diviso in due da una strozzatura, e con le due metà disposte fra loro ad angolo retto. Sull’altro posto del divano si è seduta la sorella castana; la sorella bianca, su una poltroncina di fronte.

«Permette che apra la lettera? Sa, Tino scrive così poco… eh già, infatti, guardi qua: “Carissime zie, approfitto della cortesia di un amico per farvi pervenire questo regalino, saluti affettuosi e baci da chi sempre vi ricorda, e sono il vostro Tino, punto e basta. Non gli viene il mal di testa di sicuro. Così lei è un suo amico, non è vero?». Le ho spiegato che proprio amico no, se non altro per la differenza di età, ma ci eravamo trovati in quei paesi lontani, avevamo passato insieme tante sere, insomma ci eravamo fatta buona compagnia, e lui mi aveva raccontato molte cose interessanti. Ho colto un rapido sguardo della sorella bianca alla sorella bruna. «Davvero?» ha risposto questa. «Sa, con noi parla così poco…».

Ho cercato di rimediare al fallo: laggiù svaghi ce n’erano pochi, anzi nessuno, e a trovarsi fra due italiani in mezzo a tanti forestieri veniva naturale di parlare. Del resto, lui mi raccontava quasi soltanto del suo lavoro. Come è buona usanza, cercavo di rivolgermi volta a volta ad entrambe le donne, ma non era facile. La zia bianca raramente puntava lo sguardo verso di me; per lo più guardava in terra, oppure, anche se io mi volgevo verso di lei, teneva gli occhi fissi in quelli della sorella bruna; le poche volte che prendeva la parola, si rivolgeva alla sorella, come se lei parlasse una lingua che io non avrei potuto capire, e la bruna dovesse fare da interprete. Quando invece era la bruna a parlare, la bianca la guardava fissamente col busto leggermente piegato verso di lei, come se la volesse sorvegliare e stesse pronta a coglierla in difetto.

La bruna era loquace e di umore gaio: in breve ho saputo molto di lei, che era vedova senza figli, che aveva sessantatré anni e la sorella sessantasei, che si chiamava Teresa, e la bianca Mentina che voleva dire Clementina; che il suo povero marito era stato motorista abilitato nella marina mercantile, ma poi al tempo di guerra l’avevano imbarcato sui caccia ed era sparito nell’Adriatico, al principio del ’43, proprio l’anno che era nato Tino. Erano appena sposati; invece Mentina non si era mai sposata.

(P. Levi, La chiave a stella, Einaudi, Torino, 1978)