Marco Mondini, “Fiume 1919. Una guerra civile italiana”

Marco Mondini, Fiume 1919. Una guerra civile italiana, Roma, Salerno («Aculei», 35), 2019, 129 pp., 14 euro.

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di Luciano Curreri (ULiège)
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Un esperimento di recensione.

Una guerra non finisce mai quando vogliamo – magari nutriti delle migliori intenzioni del mondo – che finisca. Non basta, come dovrebbe essere ormai noto, un trattato di pace, sia perché quest’ultimo può nascondere le origini di un’altra guerra, sia perché una guerra è come un grosso autotreno sparato ai cento all’ora in autostrada: pur frenando, non si ferma subito e, spesso e volentieri, sbanda e travolge non pochi mezzi e non poche persone presenti sul suo ormai irregolare percorso. Se poi la guerra si chiama Prima guerra mondiale o, addirittura, Grande Guerra…

Dice subito Mondini: «All’Italia andò anche peggio. Convinti di aver vinto la guerra sul campo, ma di aver perduto la pace, molti italiani non deposero mai né le coscienze né (quel che è peggio) le armi, e il paese scivolò quasi senza interruzione dalla guerra mondiale alla guerra civile» (p. 10). E qui sta anche una certa novità, che già campeggia, peraltro, nel sottotitolo del libro-anniversario di Marco Mondini, Fiume 1919. Una guerra civile italiana, uscito da un paio di mesi, nella collana della Salerno diretta da Alessandro Barbero, «Aculei», di cui mi era capitato di dire qualcosa, non proprio a caso, tempo fa, all’altezza delle prime, pungenti uscite (http://domani.arcoiris.tv/il-fascismo-e-stato-e-rimane-antisemita-e-razzista-non-date-retta-alla-bugia-italiani-brava-gente/).

Un’altra guerra civile italiana, e di nuovo nei paraggi del fascismo? Ma non era solo un’avventura? Tutta colpa di un «poeta al comando», peraltro, che non era mai riuscito a fare altro che il poeta, secondo la vulgata. Vecchio rodomonte per un Hemingway, Gabriele d’Annunzio non sarebbe mai riuscito ad opporsi per davvero all’uomo politico nuovo che lo scrittore americano, in quegli anni, evocava come un bluff; quel Benito Mussolini che di lì a poco avrebbe marciato nella direzione giusta, orientando l’incipit di una non così sotterranea ma certo più disseminata guerra civile tesa all’acquisizione di un potere che si gettò nella seconda guerra mondiale e finì per ricongiungersi a un’altra guerra civile (1943-1945), registrata da Claudio Pavone all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso. Già, quel ‘conflitto nel conflitto’ che per anni abbiamo chiamato solo Resistenza e che in teoria terminò proprio in seno alla seconda guerra mondiale, in una giornata di ‘sole’ di fine aprile 1945, ma che di fatto fu cenere non spenta per molte giornate nere della prima Repubblica italiana. Tanto che ci sarebbe da dire: alzi la mano chi crede ancora oggi, povero ingenuo, di aver vissuto in pace, anche solo entro i confini nazionali. Certo, abbiamo finito per credere al Terrorismo (e in maniera anche composta e seria, senza magliette con su scritto, che so, «Io amo Piazza Fontana» o «Io sono Giovanni Arnoldi»…), ma da lì a dire che si fosse in pace… La bambagia costa e non tutti potevano permettersi di spedire in Svizzera un paio di eredi e quattro impressionisti.

Eppure, Fiume è stata anche un’avventura, meglio la promessa di un’avventura: «Fiume era la promessa di un’avventura che continuava, quella del cameratismo, dell’affetto sincero per i compagni e i propri ufficiali, delle passioni roventi e della fuga dalla noia e dagli affanni della vita civile» (p. 12). Occhio: si fugge dalla vita civile e si opta per una guerra civile (e lo si fa anche spinti dalla «stampa civile», p. 77).

A naso direi che si tratta di una scelta giovane (non ancora, comunque, radicalmente giovanilista, come sotto il primo e ultimo fascismo; p. 94) e nuova: «Non piú contro austriaci e tedeschi, ma contro altri italiani, variamente disfattisti, bolscevichi, traditori, o semplicemente troppo smidollati, troppo liberali, troppo democratici. Fu cosí che Fiume diventò il palcoscenico di una nuova guerra civile: era solo il primo atto, ma pochi se ne accorsero» (p. 13). Scelta, certo, agevolata dal fatto che il cameratismo, il corpo dei compagni e degli ufficiali era «abituato da anni di leggi eccezionali a non far dipendere piú le proprie decisioni dal potere civile» (p. 29). E siamo già di fronte a due «NO» maiuscoli: NO al potere civile e NO alla vita civile. Del resto pure i «generali erano perlopiú persuasi che nessun ministro civile avrebbe saputo gestire una faccenda tanto delicata come la transizione dalla guerra alla pace» (p. 33): «Anche in italia, come altrove in Europa, la guerra non stava finendo, e la sua prosecuzione, sotto qualsiasi forma essa si presentasse, dai conflitti localizzati non dichiarati nell’Europa centro-orientale alla guerra civile in nome di obiettivi politici come in Ungheria, in Germania e ora in italia, comportava comunque l’indebolimento quando non il collasso degli ordinamenti liberali legittimi. Il problema è che l’italia non era un piccolo paese in balia del caos, o uno sconfitto ridotto all’impotenza e scosso dalla frustrazione, ma una delle “quattro grandi potenze che dovevano stabilire l’ordinamento futuro dell’Europa e del mondo”» (pp. 37-38). Il socialista Ivanoe Bonomi, dice Mondini citandolo a più riprese nei paraggi, è uno dei pochi a capirci qualcosa e, dico io, a sopravvivere almeno a due guerre civili.

Giusto. Quel che invece non ci appare giusto – e tutto sommato ci sorprende, nella ricostruzione di un contesto che, lo abbiamo appena mostrato via le citazioni, è largo e non dipende dalle sparate di un «attore» di cinquantasei anni all’inizio dell’avventura fiumana – è il modo in cui è presentato Gabriele d’Annunzio. Le pagine 46-54 (ma anche buona parte di quelle dell’Epilogo) sono in tal senso tra le più sbrigative e facili del libro di Mondini, in cui si vede quanta fatica faccia lo storico militare a essere storico della cultura (i parchi riferimenti letterari e cinematografici sono davvero poco utili, ormai per niente pungenti e in niente e per niente conclusivi: non bastano un paio di righe sul Piacere e una supposta derivazione dannunziana del senso dello spettacolo dalla Cabiria di Pastrone per imbrigliare l’immaginario di un uomo così complesso e di un lettore così avvertito come Gabriele d’Annunzio). Alla vulgata si può anche strizzare l’occhio, come abbiamo fatto anche noi qui sopra, in apertura di recensione, in modo ridanciano, ma nel farlo bisogna sempre ricordarsi di tenere bene aperto l’altro. Il rischio, in effetti, è di essere dominati dalla tradizione, che è un brutto affare quando si ha un po’ l’ambizione di dominarla e pure di ribattezzarla, n’est-ce pas? Insomma, meglio osare e pungere altrimenti, magari cercando di capire la giacenza, il residuo che l’avventura fiumana non lascia, in chiave univoca, al fascismo: se Gramsci si interroga (con un certo ritardo) e Lenin ne è attratto, un motivo, una ragione ci saranno. Se oggi si parla di un d’Annunzio socialista (Antonio Alosco, per esempio, abbastanza di recente), se oggi ci si azzecca un po’ di più pure in via narrativa (Alessandro Barbero fra gli altri), forse è perché Fiume è stata una guerra civile tesa a tessere, via Carta e non solo, una comunità diversa, un esperimento otto-novecentesco non banale in area latina e slava a un tempo, sul quale molti saggisti hanno riflettuto e tornano a riflettere, senza facilmente leggere e stroncare – quasi al quadrato – «la sedicente “Reggenza del Carnaro”, con i suoi volontari male organizzati, immobili e circondati, guidati da un comandante da operetta politicamente isolato» (p. 108).

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