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AVVICINANDOMI A UN LIBRO CHE SENTO AFFINE. Cosimo Marco Mazzoni, “Quale dignità. Il lungo viaggio di un’idea”

Cosimo Marco Mazzoni, Quale dignità. Il lungo viaggio di un’idea, Firenze, Olschki («Ambienti del diritto», 1), 2019, VII-128 pp., 18 euro.

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di Luciano Curreri (ULiège)
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Aperto e suggestivo il titolo di una nuova collana di Olschki: «Ambienti del diritto». In effetti, in molti ambienti, circola ancora l’idea che il diritto sia chiuso nel suo, di ambiente, e a doppia mandata. Quando invece il diritto, e non dovrei certo dirlo io, fa parte a pieno titolo, e dalle sue origini quanto meno, di una vasta storia delle idee (o della cultura) che di ambienti ne infila uno dopo l’altro: dalla filosofia, morale e non, alla psicologia, dall’antropologia culturale alla sociologia politica, dalla teologia etica alla critica artistica e letteraria a un tempo, dalle filosofie dell’educazione, dei diritti alle politiche comunitarie europee, dalla letteratura alla saggistica più avvertita et j’en passe.

Ecco, tra archetipi dei diritti umani e visioni giusnaturaliste, il diritto si dà e si dice nella realtà tutta, in seno a quel «lungo viaggio di un’idea» che non proprio a caso è evocato nel sottotitolo del libro di Cosimo Marco Mazzoni; libro cui provo ad avvicinarmi, pur non avendo particolari competenze, perché lo sento affine.

Due, comunque, i numi tutelari: Giovanni Pico della Mirandola e Immanuel Kant, presenti dall’inizio alla fine del libro e veri fautori, tra Umanesimo e Modernità, del principio della dignità umana. Quasi tutto il discorso di Mazzoni ruota attorno al pensiero di questi grandi personaggi. E solo per fare un esempio e accennare così a un altro concetto su cui ritorneremo in chiusura, direi che non è un caso che Pico introduca il discorso sulla «responsabilità», tesa a chiarire il senso della parola «dignità». Ma proviamo a procedere con ordine, perché il rischio di una recensione a un libro molto denso (e pure molto chiaro) è proprio questo: inanellare subito troppi concetti-parole intorno alla «dignità», con cui molti discorsi quotidiani (quello cattolico per esempio e per tacere del politico) vanno a nozze, infilandola dappertutto.

L’avvertito autore dice subito che «dibattere ancora della dignità, dopo i fiumi di scritti degli ultimi tempi, può sembrare proposito che lascia il tempo che trova, oppure temerario, oppure addirittura pregiudizioso». Ma aggiunge anche che «è proprio la sua sempre rinnovata modernità, così smisurata da diventare una moda pressoché quotidiana del parlare corrente, accresciuta dai continui proclami contenuti in quasi tutte le leggi europee, a obbligare a ripercorrere […] il suo lungo percorso espressivo» (p. 1).

Bene, sappiate che questo «obbligare» non è banale e se è vero che qui dipende dalla «sempre rinnovata modernità» della «dignità», leggendo il volume di Mazzoni ci rendiamo conto che si tratta di un «obbligo» che l’autore fa proprio. Ci sono momenti in cui ci si sente «obbligati» a scrivere di un’idea.

Il problema, semmai, è un altro. Trovare un modo per non sentirsi tirato per i capelli da più parti, proprio come è capitato all’idea in questione. Parliamo dell’umanità, parliamo di noi, e allora proviamo a circoscrivere «il campo parlando di “dignità umana”» (p. 2). D’accordo, ma il concetto in sé non è più chiaro e non lo è neppure se lo intendiamo, all’opposto, come «concetto assoluto», anche perché «dignità non è concetto ecumenico, generale, e neppure principio assoluto». Che fare? Contestualizzare, caso per caso, ovvero essere tirato da più parti e costruire un discorso « à bâtons rompus… », alla Montaigne. Anche se ci si affatica e le idee si disperdono, e magari si dà l’impressione di essere dei touche-à-tout irresponsabili (specie agli occhi dei puristi, e forse non solo).

Due discorsi forti hanno tentato allora due strade molto diverse: «dignità come qualità innata dell’uomo, da un lato; e dignità come virtù da conquistare e conservare, dall’altro» (p. 3). Sono due strade che sboccano spesso in sensi unici, da cui si può anche tentare di uscire con una manovra inconsueta, con una provocazione, magari relativa alla bioetica; un po’ come quella tentata da Steven Pinker, psicologo di Harvard che nel 2008 ci informa che «il problema è che la “dignità” è una nozione sdolcinata e soggettiva, inidonea a svolgere i pesanti compiti morali a essa assegnati» (p. 5). Altro senso unico.

Quando si vive una impasse a proposito di un’idea, di un concetto, di una parola, forse è arrivato il momento di cambiare parola, concetto, idea. Mazzoni lo fa puntando su Richard Sennett , sociologo americano che ha lavorato sul «rispetto» (p. 6). Ma rispetto di chi? Se si parla di rispetto di noi stessi, siamo tutti pronti a infilzare una suite quasi sinonimica fatta di solidarietà e compassione. Diciamocelo, riusciamo a regalarci tanto di quello spirito di corpo e a piangerci addosso a tal punto che, più o meno significativamente, finiamo per oscurare, con le stesse lacrime, quel minimo sindacale di rispetto per gli altri in «forme sentimentali o emotive di falsa solidarietà» (p. 7) qui ne mènent nulle part. E per tacere del fatto che quando ci si decide a far del bene per davvero si rischia di offendere l’amor proprio del destinatario con le nostre, materiali e sentimentali attenzioni, tanto che quest’ultimo non ci perdonerà mai di averlo aiutato e sovente si sentirà manipolato, gridando al sopruso con un’innocenza simile a quella del questuante moralmente teso a rifiutare l’elemosina che ha chiesto e di cui ha goduto. Perché? Ma perché elaborare un dono vero è come elaborare un vero lutto e perché dignità intesa come rispetto concreto degli altri produce spesso ingratitudine: e invito a leggere in tal senso – anche solo per un rapido confronto di ambienti – un paio di altri libri che sento affini: Cosimo Marco Mazzoni, Il dono è il dramma, Milano, Bompiani, 2016 e Duccio Demetrio, Ingratitudine. La memoria breve della riconoscenza, Milano, Cortina, 2016.

Fatto questo, è meglio ritornare a misurare la nostra parola: quella «dignità» di cui molti cultori della materia hanno finito per fare l’elogio (Flick) o per pensarla quasi come un input barricadiero, come il complemento di specificazione più adatto a «rivoluzione» (Rodotà). Nel nostro mondo, del resto, ciò che è d’incerto assetto (giuridico, ideologico, politico) può anche e forse soprattutto sedurre. E la seduzione è naturalmente rivoluzione, è ponte di alberi distesi tra due rive lontane, è traghetto tra gli errori e orrori del passato e, per l’appunto, le incertezze e le paure del presente e del futuro (pp. 9-10). E potremmo quasi dire che chi evita, in modo accurato, di farsi sedurre e quindi evita di tentare la traversata (fors’anche «il lungo viaggio di un’idea») ha senza dubbio alcuno un’idea precisa, per sé e i Suoi, di «dignità», ma forse senza intuire che «un’idea precisa è un’idea senza futuro» (cito da Gaston Salvatore, Stalin, Torino, Einaudi, 1988, p. 82). Insomma, siamo alla dignità come diktat, assunto, bolla papale, ovvero siamo dalla parte della dignità, sempre, in seno a una concezione astratta e decorativa della stessa: un «super-argomento» (p. 12) che nuoce gravemente alla salute degli altri. Perché? Perché tutti gli altri, spesso, stanno a gingillarsi nelle oscure pieghe di un’esperienza troppo emotivamente distesa, che li ha catapultati tutti dalle parti degli infedeli, come ebbe a dire uno che di una certa dignità se ne intendeva, parlando di un campione autentico di candore, di diritto, di schiettezza (penso, ovviamente, a quel Leonardo Sciascia che disegna da par suo la parabola di Angelo Ficarra nel famoso e inaugurale libro di memorabile collana Sellerio del 1979).

Ecco, questo volume di Cosimo Marco Mazzoni, cui ho cercato di avvicinarmi, lo sento un libro affine perché mette in scena un diritto che va a caccia di sé a partire da un concetto che diventa non tanto il diritto stesso (sarebbe, in fondo, mossa autoreferenziale e banale) ma l’aspirazione del diritto colto nel suo respiro, nella sua più dettagliata e plurale volontà di andare a fondo delle cose e nel suo non farsi piacere tout court nemmeno i nomi à la page o altisonanti della più o meno recente bibliografia, da Éric Fiat a Martha Nussbaum (p. 15).

In questa prospettiva, il capitolo su Identità e dignità (pp. 69-74) è fra gli affondi più rapidi e incisivi di un volume che si affida a quindici microsaggi, dalla complessa Premessa (pp. 1-15), sopra percorsa con inserzioni (e intersezioni) personali, alle Conclusioni (pp. 109-111), salvo poi aggiungere un ultimo affondo per prendere in considerazione Una dignità non umana, la dignità animale (pp. 113-121), con la quale continuare il lungo viaggio oltre le colonne d’Ercole – e poco importa se poi saremo puniti – delle ‘classiche’ conclusioni.

A mio avviso, il capitolo su Identità e dignità è forse il microsaggio che più degli altri mette in luce questa modalità procedurale, questo – direi quasi – istinto di andare oltre. Muove in effetti da un’epigrafe forte, tratta dal grande Primo Levi («Per vivere occorre un’identità, ossia una dignità. Senza dignità l’identità è povera, diventa ambigua, può essere manipolata»), e poi attacca con un’avversativa che si coglie come stacco dalla considerazione cui approdava il microsaggio precedente.

Explicit di Dignità sociale. Eguaglianza e libertà (pp. 61-68): «Dignità – dunque – non è un diritto, non è neppure un principio. È qualcosa di più. È un valore morale, un criterio col quale si misura l’effettività di principi e di diritti che sono fondamentali per la manifestazione e lo sviluppo della personalità umana. È la pre-condizione necessaria per l’esercizio dei diritti» (p. 68). Incipit di Identità e dignità: «Ma dignità è anche un sentimento, forsanche un’emozione, una coscienza di sé, o se vogliamo uno stato d’animo. È un “sentirsi” parte di qualcosa, dentro e fuori di sé. È banale e assai riduttivo pensarlo solamente come un “valore” ascrivibile a una norma costituzionale. Anche da questo punto di vista è indubbio che vada insieme a libertà ed eguaglianza: anche questi principi fanno leva su sentimenti che ciascuno prova per sé e che segnano il territorio spirituale oltre il quale nessuno può sconfinare. Non solo, ma è proprio dentro quel terreno spirituale che l’individuo può trovare la certezza della propria appartenenza: voglio dire dunque la propria identità» (p. 69). E così si transita da Primo Levi (pp. 69-70) a Axel Honneth, l’ultimo (e, per quanto importante, forse troppo sbandierato) campione della Scuola di Francoforte, fino alla citata Martha Nussbaum e a un più facile (e ormai, diciamocelo, facilone) George Steiner (pp. 71-74), per dare e dire il «sentimento della dignità», che è anche «senso della dignità» e che è alla base del «rapporto tra identità della persona e dignità umana e le conseguenze sia giuridiche che morali che ne discendono», ovvero della «correlazione che si ritrova principalmente nella Convenzione di Oviedo del 1997»: in breve «Convenzione sui diritti dell’uomo e la biomedicina» (p. 70).

In effetti, via il concetto hegeliano, ripreso da Honneth, di «riconoscimento», si può dire ch’io «riconosca me stesso nella mia coincidenza di persona umana, in quanto sono dotato di dignità» (p. 71). Ma ciò non basterebbe a reggere il discorso se non intervenisse il concetto di «responsabilità» perché «dignità deve essere esercizio consapevole, cioè responsabile, della libertà»: «Parrà forse troppo sincretistico riunire attorno ad un solo ragionamento tutti questi concetti: identità, libertà, responsabilità. Eppure nessuno di essi vive di vita propria, nessuno può fare a meno degli altri due. A ben vedere, tuttavia, è proprio l’ultimo richiamato a essere la chiave dell’intero discorso» (p. 72). Solo che la maggior parte delle volte la responsabilità che vive e serve a sentire la dignità in sé, l’importanza (e la qualità normativa traslata da altri concetti) della dignità, è ridotta, quando va bene peraltro, a una certa eleganza formale e, quando va male, a una specie di intuizione che si autocertifica in modo arbitrario e incoerente, come pare suggerire anche la Nussbaum (p. 73). E qui, oltre la metà del libro, capiamo ancor meglio che la ricerca disinteressata di quel sapere che noi chiamiamo dignità è difficilmente saisissable (identificabile, percepibile, riconoscibile) da una retorica che crede ancora l’uomo essenzialemente degno, magari proprio nei termini di quella ricerca disinteressata e via quella versione aristocratica che ha ancora in testa Steiner (o che ha aveva la buon’anima di Eco). Non è un caso, allora, che per continuare il suo lungo viaggio, Cosimo Marco Mazzoni, approdi a quella dignità che sembra scomparire praticamente del tutto quando è negata, quando è offesa, perché «l’uomo non è più degno quando ha abdicato alla responsabilità verso se stesso e a quella in rapporto con l’altro; oppure quando gli altri hanno rifiutato di assumersi la propria» (p. 75).

Oggi è di moda, anche grazie al famoso libro di Hans Jonas, Das Prinzip Verantwortung (1979), il «principio di responsabilità». Nella parola Verantwortung, la lingua tedesca – che ha anche Haftung come concetto giuridico relativo alla «responsabilità» e che significa che «chi produce un danno è responsabile, deve pagare il danno» – indica la coscienza di sé, il giudizio, il prudente arbitrio: bref, è la libertà di coscienza dei moderni che, via contestazioni e dispute varie (quelle sul libero arbitrio per esempio), arriva comunque ad individuare il concetto di «libertà» e il suo stretto legame con quello di «responsabilità» di cui discute non a caso Cosimo Marco Mazzoni nel penultimo (e a un tempo ultimo, se escludiamo le Conclusioni e l’affondo aggiunto di cui si è detto sopra) capitolo del suo bel libro, il 14 (Libertà e responsabilità, pp. 95-107).

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