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Orizzonte degli eventi

a cura di Francesco Sasso

Tag: QUEL CHE RESTA DEL VERSO Page 1 of 5

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.100: La scienza e la vita. Mario Lena, “Attrattore strano”

La scienza e la vita. Mario Lena, Attrattore strano, Lucca, Pacini Fazzi Editore, 2012

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di Giuseppe Panella*

 

Attrattore strano è il ventesimo libro di poesie di Mario Lena e rappresenta il suo congedo dall’attività letteraria. In esso, tutta la prima parte è contrassegnata da testi che recano il titolo delle sue opere precedentemente pubblicate e vogliono rappresentare una sorta di bilancio della sua  lunga esistenza spesa operosamente al servizio della comunità (Lena è stato lungamente sindaco della città natale di Bagni di Lucca) e intenta a conciliare la vita quotidiana con l’apprezzamento e l’amore per la sua Musa (terrena e tutta umana, intrisa di stupori e di slanci e di una struggente curiosità nei confronti della natura e del cosmo).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.99: Il vento soffia ancora… Giuseppe Iuliano, “Vento di fronda”

Il vento soffia ancora… Giuseppe Iuliano, Vento di fronda, Grottaminarda (AV), Delta 3 Edizioni, 2012

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di Giuseppe Panella*

 

«Soggetti plurali. Respiriamo a fatica / in un mondo usuraio / che guarda al solo profitto / e accumula talenti. // Chissà se avremo forza di semenza / e le donne voglia di parto / tra sterili convenienze, aborti / di ogni peccato? Del vero peccato. // Ci resta una terra spolpata / l’osso dei meridionalisti / la gobba di monti e piane / occhio di malizia per discariche // gli inganni della politica / gli intrighi ruffiani / premi e castighi a capriccio / come rovesci di pioggia // Monta invasiva l’orgia del potere / adesca, fascina e corrompe. // La terra è sfruttata / come corpo di prostituta / presto vecchia e rinsecchita. // Avremo solo agonia e morte ai paesi. / Anche la parola è radice sterrata / negata a voci opposte discordi / tra bocche cucite con fili / che tessono convenienze e paure. // Sono invece i figli a lasciarci / scoraggiati stanchi già prima del tempo. / Povera e senza memoria ci separa / una storia divisa da troppi rimorsi» (p. 27).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.98. Il doppio della vita. Sandra Vergamini, “Il tenero peso dell’ombra”

Il doppio della vita. Sandra Vergamini, Il tenero peso dell’ombra, Roma, Lepisma, 2011

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di Giuseppe Panella*


Scrive Dante Maffia nella Prefazione a questo terzo volume di liriche di Sandra Vergamini, operosa  poetessa di Bagni di Lucca, che anche un libro di versi d’amore, genere poetico abusato e spesso sdilinquito quant’altri mai soprattutto in Italia, può essere capace di suscitare sensazioni forti e sentimenti potenti quando è in grado di cogliere l’elemento “indicibile” della soggettività umana. Non a caso L’indicibile si intitola il primo testo di questa nuova raccolta di Sandra Vergamini: “L’indicibile appare d’improvviso. // Non c’è tempo / per calcolare il raggio d’azione. // Solo fermarsi / sollevare lo sguardo / e accecati / vedere finalmente oltre” (p. 15).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.97: Elegie dell’assenza e del ricordo. Guido Pellegrini, “L’amor segreto e altre storie”

Elegie dell’assenza e del ricordo. Guido Pellegrini, L’amor segreto e altre storie, Firenze. Gazebo, 2011

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di Giuseppe Panella*


Il segreto è l’altra faccia della nostalgia, del rimpianto, dell’assonanza attonita tra ciò che un tempo è stato e quello che si sarebbe voluto che fosse. Ne scaturisce un tono tra l’elegiaco e l’interrogativo che contraddistingue questa quarta raccolta di Guido Pellegrini (la seconda con Gazebo Libri). E’ sull’elemento della segretezza che l’autore spinge il pedale del suo registro poetico tutto orientato verso il ricordo e l’interrogazione, in un dialogo ideale con un interlocutore assoluto, che funge da sponda alla sua richiesta di verità illuminata dalla nostalgia:

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.96: I versi che mai saranno prosa. Mauro Raddi, “Le cose della natura e festa!”

I versi che mai saranno prosa. Mauro Raddi, Le cose della natura e festa!, Pistoia, Tipografia Pistoiese, 2011

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di Giuseppe Panella*

 

“Dolcezza estrema / di sentimenti / che negli oggetti / inseguo. / Ma non aggancio: guardo / Da distante mi accosto: Così vivo / così sogno” (p. 279).
Sintetizzare criticamente il progetto che Mauro Raddi esplicita in questa che è la vera e propria summa di un percorso di ricerca condotto con forza espressiva e filosofica determinazione da un numero impressionante di anni (il suo primo libro qui antologizzato è del 1987) non è certo facile né forse fattibile senza un esame analitico in profondità.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.95: Giorno dopo giorno, la rabbia e l’ Eros cosmogonico. Alfredo De Palchi, “Foemina Tellus”

Giorno dopo giorno, la rabbia e l’ Eros cosmogonico. Alfredo De Palchi, Foemina Tellus, con una Prefazione di Sandro Montalto e una Nota di Luigi Fontanella, Novi Ligure (Alessandria), Joker Edizioni, 2010

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di Giuseppe Panella*


Giorno dopo giorno (“Alfredo De Palchi nasce ogni mattina” – è l’unica nota biografica che si può trovare nel libro), il dolore di vivere permane e si rinnova e così pure la rabbia e il duro (quanto giustificato) risentimento contro coloro che hanno cercato di distruggerne la vita e la passione che l’animava prima dell’esplosione del furore poetico ed affabulatorio.

Foemina Tellus è il libro che conclude forse una carriera poetica densa e tracimante (ma, ovviamente, non si può mai dire mai) e in questa veste va letto come una resa di conti con il Tempo (ormai divenuto nemico) e la Morte, ultimo avversario contro il quale combattere con ferocia e non larvato disappunto. La conclusione della vita appare come un evento del quale si può fare poesia in termini che forse non sarebbero permessi alla prosa.

 

« per il mio compleanno. Il dieci dicembre / la morte è nata / compagna / sposa che allarga le cosce per accogliere / nello zolfo la mia vita // avida a succhiare la tetta sgonfia / rimanere scarna / ossuta e porosa quanto la pretesa / imponderabile »[1].

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.94: Elegie per la vita che passa. Carlo Carabba, “Canti dell’abbandono”

Elegie per la vita che passa. Carlo Carabba, Canti dell’abbandono, Milano, Mondadori, 2011

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di Giuseppe Panella*

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“Un giorno sarò morto e intanto vivo” – con questa lucida e terribile affermazione si chiude l’esile ma significativo e pregnante mannello di poesie contenuto in Canti dell’abbandono, opera seconda di Carlo Carabba. Il volumetto è strutturalmente costituito da poche poesie che risultano, tuttavia,  tutte dense di prospettive liriche da approfondire, tutte confortate dalla volontà di sondare il mistero della vita e delle sue premesse, tutte fondate su una dimensione pensosa e, nello stesso tempo, coraggiosamente protesa allo sforzo di comprendere e di salvare ciò che resta dopo quello che il poeta definisce il possibile trauma dell’”abbandono”.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.93: Cantico della solitudine. Francesco Bargellini, “Dresda”

Cantico della solitudine. Francesco Bargellini, Dresda, con una premessa di Fabio Flego, Viareggio (Lucca), Pezzini Editore, 2011

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di Giuseppe Panella*

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Sono il vuoto, la solitudine, l’abbandono le Muse che presiedono alle operazioni di scrittura del quinto volumetto di versi del giovane poeta di Pistoia. Anche se la disperazione sembrerebbe avvolgere la sua lirica di una sorta di funereo manto, il sentimento che la salva è, alla fine, un’ironia di grana fine che lo porta a privilegiare i momenti di riflessione amara e desolata ma sostanziale sulla sua vita e sul mondo che lo circonda. La stessa Solitudine presa come punto di partenza esistenziale viene, alla fine, personificata e trasformata in un personaggio in cerca d’autore:

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.92: L’altra faccia della luna. Roberta Degl’Innocenti, “I graffi della luna”

L’altra faccia della luna. Roberta Degl’Innocenti, I graffi della luna, prefazione di Paolo Ruffilli, Venezia, Edizioni del Leone, 2012

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di Giuseppe Panella*

I graffi della luna, pubblicato dalle Edizioni del Leone nel 2012 con una prestigiosa Prefazione di Paolo Ruffilli, è un libro “capitale” (secondo una definizione che campeggia nella quarta di copertina). Il libro continua la linea descrittiva presente in D’aria e d’acqua le parole (uscito sempre presso le Edizioni del Leone nel 2009). Di quella prova lirica conserva il nitore e la passione struggente, il languore del ricordo, la manutenzione della memoria. Ma ora il mondo intorno sembra essere più aperto e meno sfumato nel tratto, i colori più intensi, l’occhio più vivo e meno velato dalle lacrime. La luna, nume tutelare dei poeti, non è soltanto la guardiana silente degli amori degli umani ma è anche un personaggio teatrale di cui ci si può garbatamente prendersi gioco nel descriverla:

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.91: Parabole dell’inconscio. Antonio Spagnuolo, “Misure del timore. Antologia poetica dai volumi 1985-2010”

Parabole dell’inconscio. Antonio Spagnuolo, Misure del timore. Antologia poetica dai volumi 1985-2010, Napoli, Kairos Edizioni 2011

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di Giuseppe Panella*

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Misure del timore è un’antologia che risulta ricavata e ricomposta dal lavoro di tutta una vita operosa e quasi frenetica, tutta intesa ad inseguire e ricomporre le fratture esistenti tra inconscio e vita della consapevolezza (il volume contiene testi redatti dal 1985 al 2010, la cui sezione, quella che dà il titolo al libro, è in realtà composta di poesie finora in gran parte inedite).

Dichiarazione programmatica:

«La libido produce il sapere senza oggetto in disarmonia con il reale. La poesia è legata all’inconscio e l’inconscio è il luogo della poesia»

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.90: “Intus et in cute”: il tempo secondo di Franco Manescalchi. Franco Manescalchi, “Selva domestica”

 Intus et in cute: il tempo secondo di Franco Manescalchi. Franco Manescalchi, Selva domestica (1956-2006), prefazione di Marco Marchi, Firenze, Polistampa, 2011

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di Giuseppe Panella*

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Selva domestica è il tempo secondo della produzione poetica di Franco Manescalchi: secondo in ordine di tempo (anche se raccoglie testi che vanno dal 1956 fino a tutto il 2006), secondo nel senso etimologico del termine in quanto felice ritorno alla scrittura poetica dopo l’apparente chiusura delle pagine liriche presentata in La neve di maggio, la precedente raccolta che chiude il secolo che è trascorso o forse apre il secolo che viene. Selva domestica è, dunque, ancora un libro di sintesi ma nel senso peculiare in cui il termine può avere per un poeta come Manescalchi.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.89: Il Tempo è il solo nemico. Aldo Roda, “Rompere la forma del tempo”

Il Tempo è il solo nemico. Aldo Roda, Rompere la forma del tempo, Firenze, Gazebo, 2011

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di Giuseppe Panella*

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Aldo Roda, architetto fiorentino trapiantato in Chianti, da tempo persegue con ostinazione e tenacia un proprio progetto di lettura delle dimensioni profonde e segrete della realtà, un percorso che lo ha portato ad esplorare la dimensione alchemica dello studiolo di Francesco I de’ Medici o a leggere gli elementi mercuriali della natura come sostanza solida del Tempo e della Storia. Convinto allievo dell’opera e del pensiero di Joseph Beuys, gli ha dedicato opere in poesia e in installazioni artistiche.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.88: Cantare la totalità del mondo. Tiziana Curti, “Alle radici del canto”

Cantare la totalità del mondo. Tiziana Curti, Alle radici del canto, Poggibonsi (SI), Nencini, 2011

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di Giuseppe Panella*


“Così la poetessa, sospesa tra il Novecento e il Terzo Millennio, scioglie le cantate di una donna che racconta la sua epoca con gli occhi dell’amore” – scrive Dalmazio Masini nella nota introduttiva al libro. Ma l’amore cantato da Tiziana Curti non è soltanto quello magico tra uomo e donna (che pure alimenta spesso la sua ispirazione – si vedano poesie come Non dirò o Come vorrei) o quello per la natura e per la sua bellezza spesso inesplorata e incompresa dagli occhi degli uomini. Il suo desiderio di poesia avvolge la totalità del mondo in empito di accettazione della sua complessità, in una sua forma di immedesimazione con la realtà in continuo e assoluto divenire. Come Tiziana Curti scrive in E non basta il cielo, la lirica che apre il volume: “[…] Spalanco le mie braccia incontro al sole / divento terra verde e rigogliosa / su cui nasce la rosa / fiammeggiante nel vento dell’altura. / Scrivo una nuova rotta avventurosa / sul giornale di bordo // per le navi lanciate all’orizzonte / delle nostre translucide mattine. / Le siepi vespertine / che fecero da limite ai miei canti / non son più l’inviolabile confine / alle vene del cuore”.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.87: Elegie per il Sud. Antonio La Penna, … qui vidi ridere nel cielo le Ninfe eterne…. “Poesie irpine e altri versi”

Elegie per il Sud. Antonio La Penna, … qui vidi ridere nel cielo le Ninfe eterne…. Poesie irpine e altri versi, a cura di Paolo Saggese, Grottaminarda (AV), Delta 3 Edizioni, 2010

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di Giuseppe Panella*

«Oscata 1. Anche gli olmi sono secchi, ischeletriti, / mentre primavera d’intorno / finalmente prorompe. E’ un’infanzia che affonda / nell’erba umida di questa primavera tardiva, / forse una vita. // Il progresso è arrivato anche qui / con automobili, case imbiancate, / con blue jeans e provocanti seni, / con cartelloni logori piantati / sui letamai. // Non ero nato per questo. / Predicavo progresso. Ero incapace / di spostare un fuscello; ero incapace / di godere i frutti / della nuova era. // Come se fossimo nati / per segnare destini, per una vita degna / di biografia, non per la cieca marcia / ripetitiva / delle formiche! Meglio di me / lo sanno da sempre i vecchi rannicchiati, / sonnecchianti al sole. // Eppure io qui / vidi ridere nel cielo le Ninfe eterne, / rifiorire le primavere / dei patriarchi, alzarsi cupole / di eguaglianza e giustizia / in palingenesi millenarie. // Ma ora gli olmi sono secchi…» (p. 21).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.86: “Country of My Heart”. Maria Franca Martino, “Fiore d’ulivo”

Country of My Heart. Maria Franca Martino, Fiore d’ulivo, Campobasso, Editrice San Giorgio, 2010

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di Giuseppe Panella*

Non è tanto una Spoon River del molisano quanto un racconto di Natale. Maria Franca Martino ricorda il passato della sua infanzia e della sua giovinezza ma non si fa (troppe) illusioni. Se il paese natio poteva sembrare agli occhi della bambina di un tempo un luogo incantato e ricco di meraviglie non lo era certo di fronte a quelli degli emigranti “in terre assai luntane” che ogni tanto tornavano a casa per le feste natalizie. Castelverrino è un paese minuscolo (140 abitanti) del Molise, in provincia di Isernia, ed è situato in una terra desolata e povera, anche se spesso di selvaggia quanto non coltivata bellezza. La sua storia e i suoi monumenti sono stati studiati a lungo e con accuratezza dalla Martino che al suo paese (come già fece Benedetto Croce per la sua Pescasseroli che non è poi tanto distante) ha già dedicato due libri di quella che si suole definire “storia locale” (Castelverrino, Isernia, Grafica Isernina uscito nel 2003 e Il Palazzo Baronale di Castelverrino che è, invece, del 2006 pubblicato da Terenzi editore di Venafro, Isernia). Ma la qualità migliore, più autentica di Fiore d’ulivo non è tanto l’accuratezza della testimonianza storica quanto di quella umana:

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.85: Finale di partita ed eredità dell’umano. Giovanni Stefano Savino, “Lascito. Anni solari VII”

Finale di partita ed eredità dell’umano. Giovanni Stefano Savino, Lascito. Anni solari VII, Firenze, Gazebo, 2011

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di Giuseppe Panella*


«LXXIV. Da una pasqua all’altra (questa notte / la luna al primo quarto oltre la tenda / si è appoggiata sul vetro del tuo quadro) / un soffio sembra la voce che ascolto / di un operato alla gola, sommesso / e vetrato. Il mio verso, come il pane / donato dal fornaio a un canile / o a qualche poveraccio del quartiere / secco, meglio ai rifiuti con le bucce / e gli ossi della cena o con i rami / alle fiamme. Risolve un dubbio il libro / che nuovo mette radici. Non toglie, / io spero, il cencio del tempo la polvere / della memoria. Ma questa a chi serve?» (p. 70).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.84: Liriche per cantare, versi per ricordare. Aa. Vv. “L’amore del giglio. Poesie alla mamma” – Domenico Cipriano, “Novembre”

Liriche per cantare, versi per ricordare. Aa. Vv. L’amore del giglio. Poesie alla mamma, Fanna (PN), Samuele Editore, 2010; Domenico Cipriano, Novembre, con una prefazione di Antonio La Penna, Massa, Transeuropa, 2010

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di Giuseppe Panella*

L’amore del giglio è un libro collettivo redatto da cinque poeti, due donne (Alejandra Craules Bretòn, poetessa messicana, Natasha Bondarenko, invece, ucraina) e tre uomini (Nabil Mada, marocchino, Patrick Williamson, inglese e l’italiano Domenico Cipriano) che ricordano, rievocano, cantano, riflettono, fanno emergere, si concentrano, sognano e presentano aspetti e momenti del loro rapporto con la loro mamma. Alla fine dell’antologia, Domenico Cipriano non si tira indietro annota con nitido disincanto e tuttavia con continuato amore:

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.83: Tra classicismo e amore per la vita quotidiana. Nicola Prebenna, “Era il maggio odoroso”

Tra classicismo e amore per la vita quotidiana. Nicola Prebenna, Era il maggio odoroso, prefazione di Sandro Gros-Pietro, Torino, Genesi, 2011

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di Giuseppe Panella*

 

Nicola Prebenna sta moltiplicando la propria produzione letteraria in questo periodo della sua vita costruendo i propri libri di poesia come altrettante tappe di un percorso in cui dare conto (e rendere di conseguenza maggiormente fluide, più sistematizzate e comunicabili le proprie idee sul mondo e sulla propria ragion d’essere in quest’ultimo.

Era il maggio odoroso ( : e tu solevi / così menare il giorno…) è citazione diretta da A Silvia di Giacomo Leopardi, un autore che rappresenta sicuramente il punto di riferimento lirico di quest’ultimo saggio poetico di Prebenna. Ma, allo stesso modo, la sua poesia non è lontana da certi accenti lirici novecenteschi e più vicini alla sensibilità dei Moderni come questi versi di Apollinaire:

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.82: Una gioia tanto dolorosa… Italo Testa, “La divisione della gioia”

Una gioia tanto dolorosa… Italo Testa, La divisione della gioia, Massa, Transeuropa, 2010

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di Giuseppe Panella*


La divisione della gioia è traduzione letterale di Joy Division, grande (quanto troppo rapidamente discioltosi nel corso delle sue burrascose vicende) complesso post-punk inglese costituitosi a Salford, nella contea di Greater Manchester, nel 1977. Il nome del gruppo rock derivava dalla denominazione delle baracche femminili dei campi di concentramento nazisti descritti in un celebre libro di memorie, La casa delle bambole, opera di un’ex-detenuto nel lager di Auschwitz che si firmava Ka-Tzetnik 135633 (al secolo Yehiel De-Nur – il suo pseudonimo deriva, infatti, dalle iniziali di Konzentration Zenter seguito dal suo numero personale di matricola tatuato sul braccio sinistro) ed edito nel 1955. Le donne che erano state imprigionate nell’area che portava questo famigerato nome erano utilizzate come prostitute e usate come puri e semplici oggetti sessuali dalle SS e dai soldati tedeschi che stazionavano nel lager. Il testo di una delle canzoni più note dei Joy Division (No love lost) contiene, infatti, un esplicito riferimento al libro.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.81: Poesia nella lingua dell’Altro. Mihaela Cernitu, “Parole senza posa / Vorbe fără astâmpăr”

Poesia nella lingua dell’Altro. Mihaela Cernitu, Parole senza posa / Vorbe fără astâmpăr, Firenze, Edizioni Novecento Poesia, 2010

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di Giuseppe Panella*

 

Mihaela Cernitu scrive in italiano ma è nata a Craiova, in Romania. La sua lingua madre in cui accuratamente poi traduce i suoi versi italiani è il rumeno, una lingua simile e dissimile in una volta all’italiano che usa per la sua scrittura. Il suo sguardo poetico, dunque, è sempre quello dell’osservatore, di chi guarda dalla finestra il mondo in cui si è ritrovata a vivere e che spesso non riesce a comprendere totalmente. L’oggetto della sua poesia è un’Italia in cui è venuta a vivere e di cui ha prescelto e prediletto cultura e vita quotidiana; la lingua che usa per farlo è un tentativo di conciliare esigenze culturali e consumo usuale delle parole necessarie per farsi comprendere e per comunicare. La poetessa vive allora tra due mondi: quello della scrittura poetica che frequenta abitualmente ma che non esaurisce la sfera delle sue osservazioni umane e culturali e quello della vita quotidiana da cui trae gli spunti per la sua produzione lirica. Scrive, infatti, Franco Manescalchi nella sua precisa Presentazione del volume di Mihaela Cernitu:

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