L’antisemitismo per Sartre (parte prima)

L’antisemitismo per Sartre (parte prima)


di Francisco Soriano

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«L’ebreo infatti è per l’ebreo il solo uomo con cui può dire noi. E ciò che tutti hanno in comune tra loro (almeno tutti gli ebrei inautentici) è la tentazione di ritenere di “non essere uomini come gli altri”, la vertigine di fronte all’opinione degli altri e la decisione cieca e disperata di fuggire a questa tentazione»: è questa una delle tantissime intuizioni di Jean-Paul Sartre in uno dei suoi libri più fecondi, L’antisemitismo. Riflessioni sulla questione ebraica1.

Nel primo capitolo del libro, Sartre esordisce dicendo che se «un uomo attribuisce tutte o parte delle disgrazie del Paese e delle sue personali» agli ebrei della sua comunità, negando e privando gli ebrei di alcuni dei loro diritti e cercando così di rimediare al suo «stato di cose», «si dice che costui è di opinioni antisemite». Sulla questione delle «opinioni» il filosofo francese ancora una volta ci illumina: l’opinione e il pensiero apparterrebbero a una categoria inoffensiva e verrebbero considerati alla stregua dei «gusti». I gusti come le opinioni esistono in natura e come tali non andrebbero discussi. Per questo in nome della democrazia e della libertà di opinione l’antisemita rivendica il suo diritto alla predicazione di una crociata antiebraica. Sartre dice lucidamente che dopo la Rivoluzione ci si è abituati al pensiero analitico, che considera ogni cosa come composta e strutturata in forma di mosaico: da questo modo di pensare si deduce che le persone e i caratteri, proprio come i mosaici, sono tessere che coesistono senza intaccare la natura del tutto. Per questo motivo possiamo dire che l’opinione antisemita può considerarsi come una molecola che può combinarsi con le altre senza alterarsi, tanto che un uomo può essere un buon padre di famiglia, un buon marito e addirittura un cittadino esemplare, un fine letterato e filantropo, ma inflessibilmente antisemita. L’antisemitismo apparirebbe dunque come un gusto soggettivo che si combina con altri gusti nel formare la persona, insieme al fenomeno impersonale e sociale che si esprime in cifre e statistiche, condizionato dalle costanti economiche, storiche e politiche.

Sartre allora si domanda se possa essere definita «opinione» una dottrina che prende di mira persone determinate e i loro diritti, con l’intenzione di sterminarle. Per gli antisemiti un ebreo in quanto tale è riconoscibile per il suo fisico, il colore dei capelli, il modo di vestire e per il suo carattere. L’antisemitismo, ci spiega Sartre, «non rientra nella categoria dei pensieri protetti dal diritto di libera opinione»2. L’antisemitismo «è innanzitutto una passione»3. Quest’ultima affermazione ben spiega molte delle questioni che si pongono oggi e che appaiono inspiegabili, come appaiono indecifrabili certe forme di “attrazione viscerale”, irrazionale talvolta, verso i cittadini di Israele nelle varie città europee. Infatti il filosofo ben definisce l’antisemita moderno: una persona cortese e educata che afferma di non detestare gli ebrei, che dice un istante dopo: «ci deve essere qualcosa negli ebrei. Mi disturbano fisicamente»4. L’esperienza dei discorsi che si sentono dimostra che l’antisemitismo nelle forme più temperate, e anche più evolute, si caratterizza come «una totalità sincretica che si esprime con discorsi di carattere ragionevole, ma che può trascendere fino a modificazioni corporali»5, e questo ha evidentemente una “forma” che nasce dalla «logica passionale». Dunque Sartre specifica che non è dal corpo che nasce la repulsione, ma dallo spirito, e che si trasmette successivamente al corpo, tanto che molte persone da lui intervistate sull’argomento, «gentilmente» antisemite, dicono di “amare” le loro compagne o compagni ebrei. In definitiva la presa di posizione è dell’anima, che si estende successivamente al campo fisiologico, «come nell’isterismo». Vi è addirittura una enumerazione delle spiegazioni del proprio antisemitismo: li detesto perché sono «interessati, intriganti, capricciosi, vischiosi, privi di tatto, ecc.». Insomma l’esperienza della vita non fa nascere la nozione di ebreo, magari al contrario è quest’ultima che chiarisce l’esperienza; «se l’ebreo non esistesse, l’antisemita lo inventerebbe»6.

Viene a cadere a questo punto il postulato che l’antisemitismo si spiega con alcuni presupposti storici. Sartre risponde anche a questo: in Francia gli ebrei furono perseguitati e ostracizzati fino al 1789, questi ultimi partecipando successivamente, come potevano, alla vita civile e politica del Paese. Li si accusa di aver approfittato della libera concorrenza per prendere il posto dei più deboli: «certamente!» Ma come tutti gli altri francesi. Molte dinamiche storiche vengono prese in esame dal filosofo, dalle rivolte polacche del XIX secolo ai pogrom in Russia. Il dato di fatto in generale è che i governi di questi Stati hanno ritenuto nel corso della storia non assimilabili gli ebrei nelle loro società. Si considera pertanto dall’analisi dei fatti storici che l’idea che ci si forma dell’ebreo è quella che sembra determinare la storia, non il dato storico che fa nascere l’idea: «l’antisemitismo è una scelta libera e totale di sé stessi, un atteggiamento globale che si assume non solamente verso gli ebrei ma verso gli uomini in generale, verso la storia e la società; è, al tempo stesso, una passione e una concezione del mondo»7.

Nella sua disamina, Sartre ci parla sapientemente del concetto di «odio antisemita». Un concetto importante che, alla luce attuale, andrebbe ancor meglio calibrato. Oggi accade che agli antisemiti viene fornita anche una «giustificazione» in più al proprio atavico odio contro l’ebreo. Il filosofo francese dunque aggiungeva al suo discorso: «presentandosi l’antisemitismo come una passione, [essa] è piuttosto una manifestazione di odio o di collera. Ma di solito l’odio e la collera sono provocati: io odio colui che mi ha fatto soffrire, colui che mi disprezza o che mi insulta. Abbiamo visto che la passione antisemita non ha un tale carattere, essa precorre i fatti che dovrebbero farla nascere, li ricerca per alimentarsene, deve anzi interpretarli a modo suo perché divengano veramente offensivi. Ma se tu parli dell’ebreo all’antisemita, costui manifesta tutti i segni di una viva irritazione»8. Ora, se Sartre avesse immaginato in questi giorni un testo sull’antisemitismo forse non avrebbe mai potuto scrivere «la passione antisemita […] precorre i fatti che dovrebbero farla nascere, li ricerca per alimentarsene»: lo avrebbe scritto solo perché è una evidenza, ma avrebbe aggiunto che è venuta a cadere anche questa idea dell’antisemitismo generato da un odio «indipendentemente da tutto». Oggi non si sente il bisogno di «precorrere» un bel niente, il massacro di Gaza e la guerra in Palestina alimentano ormai l’antisemitismo a ogni latitudine, in ogni angolo, divenendo orgasmo del mainstream radicale e intellettuale in ogni università, scuola, e addirittura istituzioni pubbliche degli Stati. Non solo, neppure un’opinione moderatamente o lontanamente diversa dal prontuario di parole messe a disposizione contro l’ebreo di turno, come «genocidio», «dal fiume al mare», «flottiglia» sarebbe concessa, anzi verrebbe immediatamente tacciata come ignominiosa e puntualmente censurata con la precisa legittima superiorità morale di un cristallino fascio-comunista. La gogna è pronta e la lista di proscrizione debitamente stilata per artisti, intellettuali ed elementi della società civile più in vista.

Antisemita è colui il quale ha scelto di vivere in modo passionale anziché ragionevole, nella considerazione che egli sceglie addirittura di ragionare falsamente. Perché? Per la nostalgia della “impermeabilità”. Un uomo sensato nella ricerca è consapevole dei suoi limiti e della probabilità dei ragionamenti, è aperto al dubbio: «alcuni sono attratti dalla falsità della pietra»9. Coloro i quali scelgono di non essere ragionevoli sono spaventati dal contenuto della verità, che non sospettano, così hanno timore della forma stessa del vero, «questo oggetto di approssimazione indefinita»10. Essi vogliono vivere non in differita, ma totalmente e subito. Trovo le parole di Sartre molto serie e puntuali. Esse ben spiegano alcuni comportamenti che oggi facciamo fatica a capire con una normale dose di razionalità proprio perché dettati dall’irrazionale a tutti i costi. Gli afflati antisemiti sono spesso quasi inconsci, ma alla fine dei conti ben consapevoli della propria incapacità di vivere nel dubbio e nel differimento di alcune verità. Ha ragione Sartre quando sostiene che queste persone adottano un modo di vita che tenga conto di opinioni innate in cui il ragionamento è un elemento subordinato, dove viene cercato ciò che si è trovato e si diventa ciò che in realtà già si era. Infatti una forte prevenzione sentimentale può fornire una certezza folgorante, e solo così si può mantenere il ragionamento in uno stato laterale, distante, al margine, impermeabile all’esperienza e resistere per tutta la vita. Se l’antisemita ha scelto l’odio è perché «l’odio è una fede»11.

Lo stato della dialettica diviene così futile, nel senso che le parole e le ragioni vengono svalorizzate. L’antisemita sa che il suo discorso è superficiale, incerto, ma in questa dinamica si resiste. La scelta è quella di essere impermeabile, ha scelto il partito d’essere terribile, si teme per questo di irritarlo e, soprattutto, egli si dispensa dalla ricerca della sua personalità in sé stesso, di essere altresì la paura che incute negli altri e fugge l’intima coscienza che ha di sé stesso. L’antisemita pone le qualità degli ebrei che riconosce, come intelligente, lavoratore, altro, fra parentesi, quasi come una concessione. Di solito queste persone mediocri non si vergognano, pur essendo consapevoli di essere uomini medi, e non solo lo accetta, ma vuole essere parte della folla, del branco: per Sartre dire «io odio gli ebrei» bisogna essere in gruppo, in una élite di mediocri. Nel caso della ricerca sartriana il vero francese radicato nella tradizione dei secoli nella sua provincia «non ha bisogno dell’intelligenza», ma della saggezza ancestrale guidata dai costumi sperimentati nel tempo. Si arriva al punto della questione quando si comprende che le virtù di questa tipologia di francesi consistono nelle qualità depositate dal lavoro di molte generazioni sugli oggetti che gli sono intorno: la proprietà, che è ereditaria. L’antisemita è ostaggio di una incomprensione per le diverse forme della proprietà moderna: denaro, azioni, ecc., che rappresentano astrazioni e somigliano tanto all’intelligenza del semita. Per questo l’antisemita concepisce l’appropriazione primitiva e terriera, ha un rapporto «mistico» con la proprietà, diviene il poeta della proprietà fondiaria. La sua sensibilità non si rivolge all’esterno, all’universale che è ebraico.

Sartre cita Barthes quando quest’ultimo afferma: «Perché meravigliarsi? Gli ebrei non sono i borsisti della nazione? Tutto ciò che può acquistare l’intelligenza, il denaro, lo si lascia loro; ma tutto ciò è vento. Sono solamente i valori tradizionali che contano, e sono precisamente questi che si negano agli ebrei per sempre. Così l’antisemita aderisce, in partenza, a un irrazionalismo di fatto. Si oppone all’ebreo così come si oppone all’intelligenza, il particolare all’universale, il passato al presente, il concreto all’astratto, il possessore di beni fondiari al proprietario di valori immobiliari»12. La dinamica è quella tipica dei piccoli proprietari e della piccola borghesia cittadina, funzionari, impiegati che si ergono contro l’ebreo che vuol rubargli la Francia, il ladro per antonomasia. In questo solco si innesta il discorso sull’antisemitismo della piccola borghesia tedesca negli anni ’20 del secolo: «questo “proletariato in colletto” aveva soprattutto la preoccupazione di distinguersi dal vero proletariato. Rovinato dalla grande industria, dileggiato dagli Junkers, il suo cuore batteva per loro e per i grandi industriali. Abbracciò l’antisemitismo con la stessa disinvoltura con cui indossava i vestiti borghesi: perché gli operai erano internazionalisti, perché gli Junkers possedevano la Germania e anch’essi volevano possederla. L’antisemitismo non è solo la gioia di odiare; procura piaceri positivi: trattando un ebreo come un inferiore e pernicioso, affermo al tempo stesso che appartengo a una “élite”. Ed essa, profondamente diversa dalle élite moderne che si fondano sul merito e sul lavoro, somiglia in ogni punto a un’aristocrazia della nascita»13.

Le analisi di Sartre sul fenomeno dell’antisemitismo, soprattutto francese, non ci lasciano indifferenti. Alla luce di quello che accade ogni nella terra di Palestina, molti dei suoi spunti servono a trovare le ragioni di una rinascita dell’antisemitismo seppur su presupposti diversi. In realtà l’antisemitismo «non se ne è mai andato» ed è rimasto paziente a trovare la sua virulenta reazione al torpore di questi anni in cui era stato relegato. In questa prima parte del libro vengono enucleate alcune delle espressioni più sintomatiche di questa forma di razzismo millenaria, fondate su energie irrazionali ma anche su motivazioni di carattere valoriale ed economico. Jean-Paul Sartre elabora «da sinistra» elementi e spunti di riflessione assolutamente irrinunciabili.


NOTE

1 Jean-Paul Sartre, L’antisemitismo. Riflessioni sulla questione ebraica, trad. di Ignazio Weiss, con gli scritti di Franco Fortini, Bernard-Henri Lévy e Françoise Collin, SE, Milano 2015, p. 69.

2 Ivi, p. 10.

3 Ibid.

4 Ivi, p. 11.

5 Ibid.

6 Ivi, p. 13.

7 Ivi, p. 13.

8 Ivi, p. 15.

9 Ivi, p. 17.

10 Ibid.

11 Ivi, p. 16.

12 Ivi, p. 20.

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