Bruce Chatwin, mai in una stanza chiusa
di Francisco Soriano
.
Chi era Bruce Chatwin? Un nomade “claustrofobico” che ricercava nei meandri del Nulla l’origine delle cose? Un esteta inquieto finalmente sublimato dalla felicità del suo moto perpetuo? Forse, meglio di tutti, fu Werner Herzog a definire la sua personalità. Il regista tedesco colse le straordinarie doti narrative di Chatwin e tradusse, in una parte consistente della sua produzione artistica di cineasta, quelle dinamiche umane (descritte con rara introspezione dallo scrittore-viaggiatore inglese) caratterizzate da gesta bibliche di straordinaria potenza e, all’opposto, da enormi atrocità frutto dell’infima natura dell’uomo. Infatti, in alcuni dei suoi lavori Herzog si ispirò ai taccuini di viaggio di Chatwin, che concepiva il cammino come esplorazione tout court dell’ignoto e di luoghi inaccessibili, lussureggianti o infernali, popolati all’inverosimile o avvolti in un silenzio lunare. Dunque il suo vagare, in apparenza senza meta, rappresentava un elemento primordiale all’origine di quell’intelligenza che ha caratterizzato e spinto gli uomini, nei millenni, alla scoperta, alla poesia, alla visione e alla realizzazione delle loro utopie.



















