Annalisa Barletta, Piccola come una febbre, Edizioni Dialoghi, Viterbo 2026, pp.62, € 13,30
di Francisco Soriano
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Finalmente una «febbre bruciante» ci coglie durante la lettura della silloge di Annalisa Barletta, Piccola come una febbre, componimento strutturato in una sorta di trilogia declinata in nominativo, vocativo e locativo. Più che nelle singole parole, proiezione e prova di una conoscenza lessicale profonda, le contrapposizioni, le dicotomie e le altre forme retoriche che a questi ultimi strumenti si riferiscono, attraversano il lettore costringendolo a un arduo compito interpretativo: “Piccola come una febbre e tua, come un’infedele”, “bocca senza più nome”, “spegnimi gli occhi sulle ragioni della luce”, “si tenta il rimorso e l’acqua che consacri la cavità ai perdoni”, “disunito e infecondo oltre la preghiera ortodossa del cielo”, “la preghiera è un clinamen di discordanze e tradimenti”, “corpo di minima voce sussurrato a labbra spente”.
E a proposito di variazioni lessicali non appaiono impervie, ma finalmente «redivive», le parole della poetessa sussurrate da antichi canoni, che non protendono a semplificare e ridurre, ma a implementare e fortificare e arricchire lo scarno vocabolario dei nostri giorni. Che sia anche questa l’operazione tecnica e pregnante di contenuti della Barletta ci appare come una buona notizia, oltre a rappresentare una speranza solida che, nel poetare «esordiente», esista anche chi con profondità di pensiero dice la sua con questa autorevolezza cristallina. Senza mai sradicare forme riconducibili a poeti del passato, l’atteggiamento si fa apprezzare per originalità e per l’impossibilità di scadere in citazionismi di retorica alquanto sgradevole. La carnalità insita in molti testi nascondono accenni semantici di tensione erotica, sensualità che non è disgiunta dall’immaginazione, anzi finalmente diviene motore creativo, in cui le labbra e gli occhi e il grembo diventano veri e propri spazi di dissennato delirio amoroso. Dal febbrile ritmo, e come non poteva esserlo, rimane il verso che non si abbandona mai ad astrusi paradigmi formali, ma cerca insistentemente una propria esclusività.
La poetessa ha inteso declinare la «purezza» della parola, finalmente e inesorabilmente legata a quella dei corpi e delle «commozioni» sotto forma di pensieri e profondità, raggiunte solo con l’intento di frantumare e disorientare il banale e l’ovvio che ormai ci circondano con implacabile continuità. Enorme e piacevolissima la propensione della poetessa all’elogio della parola, sublimata, e sublimante nella variegata e originaria memoria di quanto la lingua italiana sia ancora fervida e viva: “hapax”, “chiasmo”, “evanescit”, “sghimbescio”, “scranna”, “etra”, “ubbia”, “refe”, “ossitona”, “prandiale”, “clinamen”, “enimma”, “lucore”, “melibeo”, “adynaton”, “absconditus”, “astata”, “fusciacca”, “cretta”.
Dunque la volontarietà di infondere nel corpus la serietà intransigente della profondità lessicale, dove le parole sono forme, ma anche e soprattutto idee non radicate «semplicemente» nell’iperuranio, come lo si evince nei versi della poetessa: «Mi inchioda, a ogni emissione di sillaba, / la lingua astata che giudica; / mi sguaina il corpo da un’intenzione di donna / la madre che genera a questa balbuzie / scorticata di malcelato disamore». Di insensato fulgore nella sua bellezza è il verso amoroso: «È un regime profondo / la seduzione stretta del cielo / se labbra a labbra ci danza / un vento sbottonato di ali». All’estasi del pensiero, reale, nel giorno senza ombre si attende il tramonto ineluttabile, ma è lì che il sogno ci salva, lasciando che le acque non travolgano e a delta scorrano seppur nella notte: «Ti penso come il giorno / che conta le sue luci / e s’appressa a morire / nel ventre dei silenzi. / Ti sogno ancora, / perché alla fede delle notti / tutte le acque ti scorrano a delta / in questo vizio del tempo / che mi trascendi in attesa».
«Ancora una notte / sul freddo germoglio / della terra: una lucciola tenta il simulacro /spento alla finestra»: siamo al mondo e la madre terra non smette, comunque, il suo germogliare, il suo generare vita, la rinascita e l’epifania del «dunque» che ci appariva ormai irrisolto. In soccorso, laddove appare ancora più impossibile, una lucciola tenta con il suo lucore la chimera ingannevole dell’oggi.
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Stephen King, On Writing: Autobiografia di un mestiere, Sperling & Kupfer, 2000, pp.320





























