Come la stirpe delle foglie. Da Omero a Borges attraverso Leopardi
di Gustavo Micheletti
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Vi sono immagini poetiche che sembrano attraversare i secoli e che come certi profumi sanno riannodare i fili più remoti della memoria. Non appartengono soltanto alla letteratura: sembrano appartenere alla coscienza stessa dell’uomo, quasi fossero archetipi celesti che incalzano ogni esistenza quando si sofferma a guardare e pensare. Ritornano nei poeti più lontani tra loro, nei secoli più diversi, nelle civiltà più estranee; e tuttavia ogni volta conservano qualcosa di una medesima vibrazione originaria.
Fra queste immagini antichissime ve n’è una che accompagna l’intera tradizione occidentale almeno dai tempi di Omero: il paragone dell’uomo con una foglia. La foglia nasce fragile, vive sospesa nell’aria e nella luce, trema al vento, cade senza rumore, ma nello stesso tempo appartiene a un ordine più grande di lei, al ritmo delle stagioni, alla continuità invisibile della vita e alla segreta permanenza del mondo. Per questo essa ha potuto rappresentare, nel corso dei millenni, la successione delle generazioni, la brevità della giovinezza, la precarietà della guerra, la dispersione della memoria, l’esilio dell’individuo moderno e infine quella malinconica vertigine del tempo che da Leopardi conduce fino a Borges.
































Ritratti di Poesia. Roma 10 aprile 2026, Auditorium della Conciliazione, 
