sul fare poesia. l’endecasillabo come resistenza
di Francisco Soriano
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qualche premessa è necessaria prima di cominciare un discorso sulla poesia contemporanea e su un ipotetico nuovo canone poetico, una legittima dialettica ormai risalente alla notte dei tempi. innanzitutto si dovrebbe subito segnalare che la poesia in quanto risultato di un atto creativo, artigianale, utopistico, fantasioso, intelligibile in uno spazio lontano e talvolta misterioso, realistico, civile, nuovo, antico, progressivo, atemporale, parafrasando Gesualdo Bufalino, non ha lo scopo di insegnare «giustizia e verità», oppure proporre qualcosa che dona speranza, perché lo scopo del poeta si raggiunge anche scrivendo «di sogni e di musiche e di favole», non per forza di «fastidiose pedagogie», perché «l’arte più apparentemente disimpegnata» è più provvidenziale e più socialmente attiva di testi che si arrogano questa funzione. per sua natura, e questo mi sembra abbastanza inconfutabile, la poesia è atto anti-potere, anti-coercizione, anti-politica concepita come ammaestramento e mera gestione del potere. in senso tecnico è «in assoluto» forma e sostanza: negare o ridurre l’importanza della sua forma significa negare qualcosa di irrinunciabile, cioè l’essenza costitutiva che nella poesia determina la forma. perché ritengo che questo è facile dirlo: la poesia essendo soprattutto, se non in tutto «voce e soprattutto verbo», mantiene una forma ben definita in tutte le sue trasformazioni e metamorfosi, ibridandosi allo stesso tempo molto di più di quello che avviene per i contenuti e i valori che essa esprime.

































Ritratti di Poesia. Roma 10 aprile 2026, Auditorium della Conciliazione, 