L’antisemitismo per Sartre (parte seconda)
di Francisco Soriano
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Come ben sottolinea Franco Fortini nella postfazione al testo di Sartre, la tesi del filosofo francese è tutta psicologica ed «esistenzialistica»: «l’antisemitismo è una passione, una scelta di se stesso, collegata al senso di proprietà, al desiderio di appartenere ad una élite irrazionale». Inoltre, riassumendo quanto segnalato nella prima parte dedicata a questo libro di Sartre, l’antisemita vegeta fra i non produttori (classi medie) ed è sostanzialmente un manicheo che vede tutto nell’ottica bene/male. L’antisemita è «un sadico dal cuore puro»1, che teme se stesso e la propria libertà e si serve chiaramente dell’ebreo come pretesto.
Come sottolinea Fortini, Sartre ci ha voluto dire che il rapporto fra antisemita ed ebreo «è soltanto un momento della nota tensione hegeliana fra il padrone e il servo». Per Sartre pessimo difensore dell’ebreo è il “democratico”, colui che sostiene l’eguaglianza fra gli uomini, e che pertanto può accettare l’ebreo nel momento in cui costui si neghi come tale. Gli ebrei non possono essere individuati dalle forme fisiche ma per la loro “situazione”, perché vive all’interno di una comunità che lo considera tale. All’ebreo dunque vengono deputate due soluzioni: “accettarsi o non accettarsi”, “essere un ebreo autentico o inautentico”. Ma qual è la formula risolutiva per il pensatore francese? Per Sartre gli ebrei dovrebbero sviluppare la loro autenticità, accettare la loro posizione, rifiutare ogni assimilazione “democratica”, distruggere quel mondo che permette la separazione e l’isolamento dalla comunità, il conflitto di interessi, lo smembramento delle passioni, il mondo della società divisa in classi sociali.
Dunque l’antisemitismo costituirebbe una rappresentazione mitica e borghese della lotta di classe. Sartre sostiene che anche per gli ebrei ci sarà una rivoluzione. Consideriamo che in un testo della fine degli anni ’40 del secolo scorso è comprensibile questa tesi figlia di un’idea della storia e del futuro che oggi chiaramente appare incomprensibile. Più pertinente invece l’affermazione che «non ci sarà un francese libero sin quando gli ebrei non godranno la pienezza dei loro diritti, non un francese vivrà in sicurezza sin quando un ebreo, in Francia e nel mondo intero, dovrà temere per la propria esistenza»2.
Fortini, elencando una serie di contraddizioni in cui sarebbe incorso Sartre nella sua disanima, cita un testo che il filosofo francese avrebbe accantonato, ma fondamentale per chi vuole avere strumenti concreti di analisi al fenomeno dell’antisemitismo: Sulle interdizioni israelitiche di Carlo Cattaneo. Non solo questo testo, che riguarda un tentativo di spiegare con gli elementi della storia economica l’antisemitismo, ma anche un libro del giovane Marx, Judenfrage. Marx citato da Fortini dice: «L’emancipazione politica non è l’emancipazione umana, […] il giudaismo è la comune applicazione pratica del cristianesimo». Dunque «l’emancipazione sociale dell’ebreo è l’emancipazione della società dall’ebraismo». Per Fortini si completa l’indagine di Sarte: non si distrugge la sporca piaga dell’antisemitismo (né quelle di tutte le altre forme di antisemitismo che si annidano nella nostra società) facendo appello alla universale «natura umana»3, alla uguaglianza astratta (e nemmeno – aggiungiamo noi – ricordando l’universale discendenza da uno stesso Padre, perché un fatto di irrazionale collettivo non si risolve nella pericolosa zona dell’irrazionale religioso, se non per anime individue e in termini socialmente non identificabili)4. Per Fortini la figura storica dell’antisemita e dell’ebreo, con tutta la infetta coorte di passioni verminose, «si sconfigge con il trasferimento del conflitto nel materiale terreno della lotta delle classi e delle strutture di produzione», in termini politici e sociali, «ai limiti dell’ambiguo gioco di specchi dell’autocoscienza». Quando l’ebreo insomma si difende con certe posizioni di classe, non sente su di sé l’ombra dell’antisemita, tanto che quest’ultimo scompare, rivelandosi solo per quello che rappresenta, cioè un inconscio agente del privilegio.
I testi di Sartre e quest’ultimo di Fortini hanno secondo me il «vizio» del tempo, delle trasformazioni ineluttabili della nostra società con tutte le implicazioni economiche, sociali e giuridiche, ma concedono strumenti importanti a chi cerca ineluttabilmente di sconfiggere il cancro dell’antisemitismo, male «incurabile» pericolosissimo.
NOTE
1 Jean-Paul Sartre, L’antisemitismo. Riflessioni sulla questione ebraica, trad. di Ignazio Weiss, con gli scritti di Franco Fortini, Bernard-Henri Lévy e Françoise Collin, SE, Milano 2015, p. 105.
2 Ivi, p. 106.
3 Ivi, p. 107.


































