In morte di Jafar Pouyandeh, vittima del regime nella fine degli anni ‘90
di Maryam Azadi
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Mohammad Jafar Pouyandeh appartiene a quella generazione di intellettuali iraniani che hanno considerato la cultura non come un’attività separata dalla vita sociale, ma come una responsabilità pubblica. Scrittore, traduttore e sociologo, fu una delle vittime degli omicidi politici che colpirono l’Iran nel 1998 e che sarebbero poi diventati noti come gli «omicidi a catena». Tuttavia, comprendere la sua figura esclusivamente attraverso la sua morte significherebbe ignorare la profondità del suo percorso intellettuale e il significato della sua opera.
Nato nel 1954 ad Ashkhezar, nella provincia di Yazd, in una famiglia di modeste condizioni economiche, conobbe sin dall’infanzia la necessità di conciliare studio e lavoro. A dieci anni contribuiva già al sostentamento familiare. Nonostante le difficoltà, riuscì a distinguersi negli studi e ad essere ammesso alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Teheran. Durante gli anni universitari prese parte ai movimenti studenteschi contrari al regime dello Scià.
Successivamente si trasferì in Francia per proseguire gli studi di sociologia presso la Sorbona. L’esperienza francese gli consentì di entrare in contatto con correnti di pensiero che avrebbero influenzato profondamente il suo lavoro futuro. Rientrato in Iran poco prima della rivoluzione del 1979, scelse di dedicarsi principalmente alla traduzione e alla riflessione sulla società civile, sui diritti umani e sulla libertà di espressione.
A partire dai venticinque anni tradusse dal francese oltre venti opere. La sua attività era caratterizzata da una straordinaria disciplina: lavorava per lunghissime ore ogni giorno, convinto che la diffusione della conoscenza costituisse una forma concreta di impegno sociale. Le opere che scelse di tradurre non furono casuali. I suoi interessi si concentrarono sulle questioni femminili e sulla critica delle discriminazioni di genere, sui diritti umani, sulla sociologia, sulla filosofia, sulla critica letteraria e sul confronto con il pensiero marxista.
Tra le sue traduzioni più significative vi è la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, pubblicata in occasione della Giornata Mondiale dei Diritti Umani e dedicata a tutte le donne e gli uomini che considerano tali diritti una condizione necessaria per la liberazione e la piena realizzazione dell’essere umano.
In quegli anni ebbe inoltre un ruolo importante nella rinascita del Kānun-e Nevisandegān-e Iran, l’Associazione degli Scrittori Iraniani. Fu tra coloro che contribuirono alla ricostruzione dell’associazione e partecipò alla stesura e alla diffusione del celebre testo firmato da 134 scrittori iraniani contro la censura.
Per comprendere il pensiero di Pouyandeh occorre soffermarsi sul concetto di libertà di espressione, tema che attraversa gran parte dei suoi scritti e delle sue interviste. A suo giudizio la libertà della parola non rappresentava semplicemente un diritto individuale dello scrittore o del giornalista, ma una delle condizioni fondamentali dell’esistenza di una società civile.
Nel libro Domande e risposte sulla società civile egli sostiene che la libertà di espressione costituisce una delle principali libertà democratiche e che senza di essa non possono esistere né una reale partecipazione dei cittadini alla vita pubblica né uno sviluppo culturale autentico. Per Pouyandeh la democrazia non si misura soltanto attraverso le istituzioni politiche, ma anche attraverso la possibilità per i cittadini di esprimere liberamente idee, opinioni e critiche.
La sua riflessione si sviluppa attorno a un argomento molto preciso. Secondo Pouyandeh, qualsiasi limitazione che la legge impone alla libertà di espressione finisce inevitabilmente per trasformarsi in uno strumento di repressione delle idee dissenzienti. Se viene riconosciuto allo Stato il diritto di stabilire quali opinioni possano essere espresse e quali no, nulla impedisce che tale potere venga progressivamente esteso fino a colpire ogni forma di critica considerata indesiderabile.
Per questa ragione egli sosteneva che la libertà di espressione dovesse rimanere indipendente dall’autorità politica. La libertà di critica, la libertà di pubblicazione, la libertà di dissentire e persino la libertà di sostenere opinioni impopolari erano, a suo avviso, elementi indispensabili di una società democratica. Senza tali libertà, la partecipazione dei cittadini perde significato e la democrazia si svuota del suo contenuto sostanziale.
È significativo osservare che l’attività di Pouyandeh non consisteva principalmente nella propaganda politica. Egli traduceva opere di sociologia, filosofia, critica letteraria, studi sulla discriminazione di genere e testi sui diritti umani. Il suo obiettivo era ampliare l’orizzonte culturale della società iraniana e favorire il confronto con idee provenienti da altre tradizioni intellettuali. Proprio per questo la sua vicenda assume un valore simbolico particolare: ciò che venne percepito come pericoloso non fu un’azione violenta o insurrezionale, ma la circolazione stessa delle idee.
Poche settimane prima della sua morte partecipò all’organizzazione della commemorazione del trentesimo anniversario dell’Associazione degli Scrittori Iraniani insieme ad altri intellettuali, tra cui Mohammad Mokhtari, anch’egli destinato a diventare vittima degli omicidi a catena. Nello stesso periodo continuava il proprio lavoro di traduttore e studioso. La sua ultima traduzione, Domande e risposte sui diritti umani, venne pubblicata proprio nei giorni del suo assassinio.
Il 18 dicembre 1998 Mohammad Jafar Pouyandeh scomparve dopo «essere stato ritrovato morto» dalla polizia nella città di Karaj, riferendo alla moglie di aver trovato un «cadavere», senza concedere nessuna ragione plausibile e senza la possibilità di indagare sul caso. Solo successivamente emerse il coinvolgimento di agenti del Ministero dell’Informazione iraniano negli omicidi di numerosi scrittori e intellettuali in quegli anni.
A distanza di anni, il lascito di Pouyandeh risiede soprattutto nella coerenza del suo pensiero. Nel libro Domande e risposte sulla società civile egli sostiene che la libertà di espressione costituisca una delle condizioni fondamentali della vita democratica e che senza la libera circolazione delle idee la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica e lo sviluppo culturale della società risultino gravemente compromessi. La sua riflessione si fonda sulla convinzione che la libertà di espressione non debba essere subordinata al potere politico, poiché ogni limitazione imposta alla parola rischia di trasformarsi in uno strumento di repressione del dissenso.
La sua figura rimane così non soltanto una pagina dolorosa della storia iraniana contemporanea, ma anche un esempio significativo del ruolo che gli intellettuali possono svolgere nella difesa degli spazi di libertà e nella costruzione di una società aperta al confronto delle idee.
Breve bibliografia su questo autore:
https://www.iranrights.org/library/document/255/open-letter-by-134-writers
https://en.wikipedia.org/wiki/Mohammad-Ja’far_Pouyandeh
https://www.iranrights.org/memorial/story/28412/mohammad-jafar-puyandeh