In memoria di Mary de Rachewiltz

In memoria di Mary de Rachewiltz


di Paola Tonussi

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Oggi dobbiamo riascoltare la Pavane di Ravel, “in morte di una principessina”. Si, perché malgrado il titolo non rispecchi l’intenzione, una principessa ieri ci ha lasciato davvero: Mary de Rachewiltz, figlia di Ezra Pound e della violinista Olga Rudge.

Poetessa (i suoi versi li ha curati Massimo Bacigalupo), traduttrice, custode inflessibile della memoria letteraria e umana del padre, Mary de Rachewiltz aveva 101 anni. A lei “Ez” aveva affidato il compito, quasi impossibile, di tradurre i Cantos.

Nata a Merano nel 1925, Mary era cresciuta dapprima con una famiglia di contadini tirolesi, quindi con la madre fuori Rapallo, e si era riavvicinata al padre dopo la guerra.

Negli stessi anni in cui si sposava con il principe egittologo italo-russo Boris de Rachewiltz stabilendosi con lui al castello di Brunnenburg a Merano – principessa lo era nella realtà e per la letteratura del ‘900 – Ezra Pound veniva arrestato dai militari americani: tradimento e propaganda nazifascista l’accusa. Detenuto presso Pisa in una gabbia d’acciaio (una sorta di recinto di neanche due metri per due), esposta alle intemperie e illuminata anche di notte, e poi trasferito negli Stati Uniti, uno dei massimi poeti del secolo scorso doveva trascorrere dodici anni al manicomio criminale di Washington. E lì Mary e la madre andavano, quando veniva loro concesso, a trovarlo. Alla sua liberazione nel 1958, avvenuta grazie anche all’impegno di scrittori e intellettuali, Pound l’aveva raggiunta a Brunnenburg.

Mary aveva assolto al compito immane di tradurre l’opera paterna (e di E.E. Cummings, Robinson Jeffers, Ronald Duncan e Denise Levertow), oltre a preservarne e onorarne l’immenso patrimonio di memorie e documenti: “Ho tradotto Pound”, mi disse anni fa, quando l’andai a trovare a Brunnenburg.

Chiamava quasi sempre il padre con il cognome. Lei sola, cosmopolita che parlava varie lingue, signora di un mondo scomparso, aveva potuto dare un ordine alla massa fiammeggiante dei Cantos per volgerli in italiano. Era quindi diventata il genio tutelare dell’universo poundiano.

L’avevo incontrata a Verona e ci eravamo tenute in contatto, complice anche Venezia, dove ho vissuto a lungo come lei. Il mio primo appartamento distava poche centinaia di metri dal “rifugio” di Pound e Olga Rudge. Qualcuno degli amici veneziani li ricorda ancora seduti al Cucciolo, un bar sulle Zattere ritrovo celebre di artisti e letterati, che oggi non esiste più.

Nell’occasione veronese e a Brunnenburg Mary de Rachewiltz mi aveva riservato una cordialità spontanea da gran dama, il sorriso aperto che metteva ancora più in risalto gli occhi azzurrissimi, tagliati un poco a mandorla come quelli del padre.

Conducendomi in una visita incantata del castello, mi aveva introdotta all’atmosfera vissuta lassù, tra opere d’arte e colloquio quotidiano con i grandi della letteratura. Avevamo parlato della biblioteca di Pound, ovviamente, i libri riparati da tende in scaffalature che toccavano il soffitto. Nel torrido pomeriggio estivo mi aveva offerto un tè bollente (“il caldo fa passare il caldo, come nel deserto…”), davanti a un tavolino con decine di scarabei raccolti dal marito, facendomi accomodare sul sofà preferito dalla madre, perché guardava alla valle sottostante. Mi aveva mostrato le sedie realizzate dal padre (“autarchia assoluta era uno dei suoi motti”), suoi oggetti, libri e annotazioni, alcuni inediti, le lettere di Hemingway e altri.

E quel che ancora conservava a Brunnenburg dell’archivio di Pound: aveva donato gran parte della collezione di manoscritti, libri e oggetti all’Università di Yale, dove era stata curatrice per venticinque anni dell’Archivio Pound alla Beinecke Library. Avrebbe voluto avere tempo abbastanza per finire di riordinare quelle carte.

Mary leggeva ogni giorno passi dei Cantos, i Pisani “dalla musicalità intraducibile”, che per lei erano “infiniti”, e gli altri versi, traduceva, scriveva. Come faceva suo padre, accoglieva studiosi e appassionati, chiunque desiderasse parlare con lei: riteneva un dovere andare dai poeti, dai “maestri”, e parlare con loro prima che fosse troppo tardi, “anche Pound sosteneva che bisogna andare a trovare i grandi…”.

Alessandro Rivali ha trascorso molte estati a Brunnenburg, in conversazioni con lei, il cui esito è stato l’affascinante libro Ho cercato di scrivere Paradiso: conversazioni con Mary de Rachewiltz.

A questa indimenticabile signora della poesia novecentesca la città di Merano ha conferito la cittadinanza onoraria e l’anno scorso, in occasione dei suoi cento anni, dedicato la mostra Mary’s dream. Portrait of a Lady, che ha ricostruito e narrato la sua straordinaria figura nell’ambito della letteratura novecentesca.

Aveva molti sogni, Mary de Rachewiltz: più e più volte aveva tentato di dissociare il nome del poeta dalla famigerata “Casa Pound” – “Pound una vera casa, tra l’altro, non l’ha mai avuta…” – senza mai riuscirvi.

Un altro sogno l’aveva invece realizzato: far sì che dal 1958 il castello di Brunnenburg diventasse per Pound un rifugio, un luogo dello spirito in cui, riconquistata la pace e il silenzio necessari al lavoro, il poeta potesse dedicarsi esclusivamente alla poesia.

L’ultima parte della sua vita Pound l’avrebbe in effetti consacrata a terminare la parte finale del suo poema, il “Paradiso”. Un omaggio a Dante, perché “Pound ha dato all’America la sua Divina Commedia”.

Qualche verso dal Paradiso è inciso anche sullo schienale di una panchina del parco. Come il frammento stupendo:

I have tried to write Paradise.
Do not move.
Let the wind speak.
That is Paradise.

Ho cercato di scrivere Paradiso.
Non muoverti.
Lascia parlare il vento.
Quello è il Paradiso.

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