Giansalvo Pio Fortunato, “Frammenti di inesistenza ed allegrie”

Giansalvo Pio Fortunato, Frammenti di inesistenza ed allegrie, puntoacapo Editrice, 2025, € 15,00


di Irene Sabetta

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L’ultima opera poetica di Giansalvo Pio Fortunato, Frammenti di inesistenza ed allegrie, è caratterizzata da una marcata densità simbolica e figurativa, nonché da continui slittamenti semantici e stilistici che rendono la raccolta un viaggio a tappe nelle potenzialità espressive e speculative della parola poetica.

Il termine “frammenti”, presente nel titolo, dà subito ragione della molteplicità d’intenti e di direzioni che connota il testo. Esso si compone infatti di tre sezioni, a mio avviso molto difformi tra loro, in cui il poeta tenta più strade per raggiungere tuttavia il punto fermo, lo “still point” di memoria eliotiana, da cui ripartire verso una meta ancora sconosciuta ma di certo più luminosa del luogo di partenza. E di partenze e di ritorni, di fughe e di separazioni, di attraversamenti e di voli, parlano i personaggi appartenenti ai miti sacri della Bibbia e a quelli pagani della classicità greca che animano la prima sezione, “Iniziazioni”.

In un paesaggio fosco e crepuscolare, minacciato da un incombente presagio di apocalisse imminente, le voci narranti si susseguono, in questa prima parte, con ritmo serrato e le cadenze di un tamburo di guerra.

Sia nel viaggio di ritorno di Ulisse che nella fuga di Giona o di Dafne, l’urgenza dello spostamento, sottolineato dall’uso di ripetizioni e toni cupi a suggerire quasi un inseguimento costante, sembra prevalere sul bisogno di stare. Fermarsi, sostare non è saggio, “meglio odissee perpetue / che non chiedono ordine”, conoscere Itaca, sapersi a casa significa tracciare confini e delineare separazioni che potrebbero deflagrare in conflitto, “non evadere più, sarà l’inizio / della carneficina”. Persino Dafne che, in un certo senso, trova la salvezza nella fissità testimonia la necessità del cambiamento che per lei vuol dire metamorfosi, “nel cuore di una natura che si squarcia” niente immobilismo ma “un’altalena eretta a maglie”. Si sente in questi versi qualcosa di urgente e inesorabile, quasi una necessità impellente di trovare una soluzione, seppure provvisoria, ad un enigma, di tentare una via di fuga da uno stato di paralisi o di degrado (dissoluzione).

Essere a casa, sembra dirci l’autore, è essere Medea. Ma è una casa dell’esilio la sua, una casa in cui si vive da stranieri, dilaniati dalla nostalgia di qualcosa che non può essere ottenuto. È una casa del pericolo e delle forze contrapposte. Figura per eccellenza del paradosso, Medea incarna, nel testo di Giansalvo, la fatale contraddittorietà insita nell’amore radicale: voce “clessidrica” e afona, per lei il taglio è la sollevazione; sacerdotessa della vitalità e della distruzione, mette in atto una vera e propria liturgia della “non redenzione”, citando un verso della poesia. Eppure, lo sguardo del poeta, che sa cogliere il molteplice in ogni singola manifestazione dell’umano, e del divino, vira sul finale in alto e gli ultimi due versi recitano: Ascensione / La nostra è attesa alla preghiera.

A me pare, che l’uso che Giansalvo fa del cosiddetto “metodo mitico”, in questa prima sezione della raccolta, non sia dovuto ad una volontà dell’autore di riscattare l’ovvietà del presente con riferimenti agli albori della civiltà ma piuttosto egli utilizza il mito e le sue diverse emanazioni come strumenti per dar conto della complessità arcana del reale.

Passando alla seconda sezione della raccolta, intitolata “Mogano”, la persistente “quest” del poeta-cavaliere errante, la sua ricerca del San Graal attraverso la terra devastata del reale presente, percorre strade più familiari. Come ne La ballata del Vecchio Marinaio di S. T. Coleridge, Fortunato induce la “willing suspension of disbelief” (la sospensione volontaria dell’incredulità), conquistando la disponibilità del lettore ad inoltrarsi in una dimensione extra-ordinaria partendo dall’esperienza nota e comune a tutti dell’amore. Nella seconda parte del libro, infatti, il linguaggio si fa carnale, sensuale e “anatomico”. Ma la carnalità evocata della passione amorosa è solo un modo per continuare ad esplorare, con strumenti diversi, l’insondabile frammentarietà dell’esistenza. Rendere comune ciò che è fuori dal comune, accessibile ciò che appartiene ad un livello metafisico della realtà richiede un estenuante lavoro sulla parola e sulle immagini e qui il poeta non si risparmia affatto. Inventa accostamenti inusitati, crea immagini spiazzanti e dissipa ogni riferimento banale. Riporto ad esempio i seguenti versi:

Incessante nel prato in fiore / ed acqua in lacrime, si bagna / la corsa al tuo ventre. Ora è giunto / ciò che è spezzato; ora è giunta / la voglia del fiore anemico. / Alla tua carne risponde / la muscolatura redenta: / esercizio all’armonia.

Ed è proprio una sorta di “esercizio all’armonia” che sembra connotare l’ultima sezione del corposo libro di Giansalvo, “Resilienze”. Le scelte lessicali e sintattiche diventano meno ardite, il tono è più pacato ed il ritmo più lento. Come riporta la citazione in esergo a quest’ultimo movimento, “la vita è nella lingua tra giorno e notte”. E allora, dopo aver chiamato in causa gli archetipi della nostra civiltà occidentale, dopo aver utilizzato il dialogo amoroso con un’entità astratta e fisica al contempo, qui si fruga nelle intercapedini, negli interstizi del senso, nella cerniera tra il buio e la luce per cercare, nella fissità apparente dell’andirivieni, nei percorsi “inversi”, nella sospensione tra l’esserci e il non esserci, nell’intermezzo delle ombre in specchio la dose minima di equilibrio sufficiente per r-esistere:

Tu resistevi ad un tratto / e tutto si incarniva, / aveva la voce ruvida di un pavimento. / Eresie del silenzio. / Giorni di pestilenze. / C’era ancora tempo / per rinascere all’inverso.

Sul finale, il verso si fa preghiera, implorazione, riconoscendo la necessarietà dello strappo e del sacrificio: per resistere occorre saper Adorare le piaghe / e restare nelle sbavature degli altri: / raccontare storie di gioco, / camminate rasenti i cieli.

L’invocazione irrompe chiara e forte negli ultimi versi del libro in cui Dio permea le cose, si manifesta, seppur segretamente, nelle campagne e ci esorta alla trasformazione.

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