Dio è morto, Marx pure, il woke forse

Immagine creata da retroguardia.net con I.A.

Dio è morto, Marx pure, il woke forse

(Per Alexandria Ocasio-Cortez il woke è una «follia»)


di Francisco Soriano

.

Il cosiddetto wokismo appare ormai in una fase di «esaurimento» o, quanto meno, abbia perso la sua spinta propulsiva in merito a certi «valori». Questo movimento che assume connotazioni criticabili perché divenuto una ideologia «metafisica» nelle società occidentali, nasce però come promozione della giustizia sociale, contro il razzismo, le disuguaglianze di genere e i diritti delle minoranze: si è inoltre esteso come concetto, verso questioni sociali più ampie come per i diritti LGBTQ+ e come propugnatore di inclusività. Chi potrebbe dunque pensare di essere contro tutto questo?

Eppure è da tempo che si è scatenato un dibattito pubblico, politico e soprattutto accademico (verso il quale nutro seri dubbi di obiettività e onestà intellettuale) sulla riconducibilità dei valori woke al contributo che intende fornire in seno alle società attraversate da insopportabili diseguaglianze. La prima critica al woke potrebbe essere rivolta nei confronti del suo esasperato «moralismo coercitivo», che promuove certamente azioni contro le «ingiustizie», ma con modalità al limite dell’intolleranza: i propugnatori del woke attivano gravi discriminazioni, ad esempio con esclusioni imbarazzanti di chi non la pensa allo stesso modo, nel mondo accademico e nei luoghi dove il dialogo culturale e sportivo dovrebbe rappresentarsi in serenità dialettica. Penso comunque che, in generale, i propugnatori del woke abbiano carenze molto profonde in termini di analisi strutturali in relazione a quello che accade nelle società complesse, e il tentativo di soluzione delle contraddizioni risulta essere spesso maldestro. In molti movimenti e manifestazioni che lasciano ricordare quelle avvenute negli anni ‘60 e ’70, si inneggiano slogan vuoti e trasandati, rivendicazioni urlate emotivamente che hanno scarsa attinenza, talvolta, con le proposte di cambiamento producendo effetti pericolosi e fuorvianti. In generale, quando qualcosa diventa dottrina e dunque metafisica chi aderisce è già sulla strada dell’intolleranza: non importa se chi ne parla si definisce ateo, perché ha già aderito a una nuova religione, dunque a una nuova presunta verità.

Il termine “woke” è nato nella cultura afroamericana degli anni Trenta, intimando di rimanere “svegli” sulle questioni che riguardavano le discriminazioni razziali. Negli anni Duemila (in seguito alla selvaggia uccisione di George Floyd) nasce il movimento Black Lives Matter contro la brutalità della polizia e le discriminazioni sistemiche e rilancia una nuova e lampante forma di protesta. “Woke” è, come già segnalato, concetto esteso per i diritti LGBTQ+, la decolonizzazione della cultura e la cosiddetta sensibilità linguistica che si definisce nell’attenzione verso il cosiddetto “linguaggio inclusivo”: l’utilizzo di pronomi neutri, espressioni non connotate al maschile, schwa e cose del genere che lasciano talvolta interdetti.

Il wokismo dunque non nasce dal nulla, ma si innesta su una solida terra dove ha germogliato con veemenza, ad esempio, sulle orme della Critical Race Theory, l’Intersezionalità e il Postmodernismo: la Critical Race Theory sostiene che il razzismo non sia solo il prodotto di atteggiamenti individuali, ma una struttura sistemica incorporata nelle istituzioni sociali ed economiche. La teoria dell’intersezionalità di Kimberlé Crenshaw (1989) tenta invece di evidenziare come le diverse forme di oppressione (razza, genere, classe) si intersechino e amplifichino a vicenda, subendo più forme di discriminazione allo stesso tempo. Ma di tutte queste ricordiamo soprattutto il Postmodernismo e il Decostruzionismo che basano il proprio credo sulle idee di Michel Foucault e Jacques Derrida: pensatori che hanno criticato con serietà scientifica le narrazioni dominanti e i concetti tradizionali di verità e oggettività, tante altre dinamiche che appartengono alle distorsioni del potere. Questi filosofi hanno creato condizioni per lo sviluppo del wokismo in quanto critica radicale delle strutture sociali che vogliono dominare a discapito di gruppi di persone. Secondo Helen Pluckrose e James Lindsay, queste idee hanno influenzato una forma di attivismo che «enfatizza il linguaggio, la rappresentazione e la “decostruzione” delle strutture sociali oppressive». Questa prospettiva ha portato a una maggiore attenzione alle simbologie e alle parole nel discorso pubblico, promuovendo politiche di sensibilizzazione in tal senso nei media e anche nei programmi aziendali e talvolta scolastici.

Che cosa dunque non funziona nei molti intendimenti sui quali si basa l’intero impianto che rivendica, in generale, giustizia sociale e rilettura di dinamiche di potere apparentemente superate dal tempo? Alcuni commentatori, studiosi e uomini politici hanno combattuto il wokismo perché ritenuto avamposto della sinistra radicale, prima quella americana, come solitamente succede, e poi globale. Personalmente credo che vi sia una questione molto seria che consiste nella misura delle rivendicazioni, nelle modalità del raggiungimento di certe rivendicazioni e, soprattutto, di profondità nel tentativo di conseguire alcune delle più che motivate idee del wokismo, ormai un involucro vuoto perché ostentato addirittura dal «capitale», come conquista del nuovo mondo in cui tutto è prodotto e merce. Dunque già il fatto di essere stati in molte dimensioni conglobati in un sistema che si voleva abbattere desta seri dubbi e non poche critiche. In questo solco il wokismo è a tutti gli effetti compatibile con il neoliberismo, che ha promosso il cambiamento individuale e simbolico senza essere in grado di mettere in discussione il sistema economico che «produce» ingiustizia. Non hanno proposte di cambiamento serie né sistemi da contrapporre all’esistente che, ripeto, è legittimamente criticato. La pretesa poi di un universalismo che non ha senso quando invece si relativizzano contesti culturali diversi, senza essere capaci di criticare e imporsi nei loro confronti, ad esempio, delle pratiche medioevali perpetrate anche in Occidente contro le donne e i minori o altri soggetti deboli della società, hanno fatto capire la sufficienza ideologico-istintiva dei wokisti. Inoltre molteplici sono i casi imbarazzanti di cecità nei confronti di gruppi religiosi estremisti che compiono azioni ripugnanti e ostili nei confronti delle proprie popolazioni o di altri gruppi, massacrando e perpetrando cancellazioni sistemiche.

E a proposito di cancellazione che cosa dire dalla devastante «Cancel Culture» e del rischio di autoritarismo sociale. Vedo la Cancel Culture come una dimostrazione estrema del wokismo, in cui le persone vengono boicottate o escluse dal dibattito pubblico per aver espresso opinioni «controcorrente» o, addirittura, colpevoli di essersi astenute dall’esprimerle, venendo tacciate di «essersi girate dall’altra parte». Questo meccanismo, sebbene nato con l’intento di correggere ingiustizie storiche, può avere effetti autoritari, eliminando il dissenso e riducendo lo spazio per il pluralismo delle idee. In questa ottica sulla mia pelle ho provato l’essenza della più bieca e ignorante esclusione perché accusato di aver rinnegato alcuni ideali propri della sinistra, mentre chi propugna con ignoranza siderale la verità propria è solo figlio della propria schiavitù, che è quella di non comprendere e soprattutto di essere incapace di profondità.

L’altro tema molto irritante è quello del canto della fine dell’Occidente, così intenso e battuto da essere realmente un mainstream cieco e ridicolo. Mentre erano tutti impegnati nell’autodistruzione delle nostre conquiste ottenute a caro prezzo e in secoli di lotte anche sanguinose, l’ideologia woke dominante sostenuta di una parte di intellettuali italiani catto-comunisti diffondeva nelle università e nei luoghi del pensiero e della società civile la colpevolizzazione di interi popoli. La dittatura novella di tipo metafisico-ideologico ha solo demolito, anche con strumenti di ragionamento che hanno un retroterra di verità, laddove si condanna schiavismo e colonialismo, soprattutto, senza adombrare, e qui è il punto, spazi geografici anche al di fuori del pianeta Terra dove non vi sono state queste atroci pratiche tipiche degli esseri umani. Ora una cosa non può giustificare l’altra, ma le elaborazioni critiche e il risarcimento storico e collettivo di quanto fatto è solo appannaggio dell’Occidente: non mi pare che in Turchia si sia cercato di elaborare, un esempio fra i mille, il genocidio degli armeni. Nell’Iran «anticapitalista», dove ho risieduto per oltre un decennio, molti miei amici mi hanno riferito che i propri figli hanno subito la tortura, la sparizione, la violenza sessuale in carcere e, purtroppo, molti sono stati assassinati nelle strade con machete e colpi d’arma da fuoco da guerra. Nessuno commento da parte del mondo woke.

Già nel 2023 la Corte Suprema russa ha decretato che il “movimento internazionale LGBTQ+” fosse un’organizzazione estremista, rendendo illegale qualsiasi attivismo, l’esposizione di simboli come la bandiera arcobaleno e l’appartenenza o il sostegno a gruppi di difesa dei diritti come illegali. In data 2 gennaio 2026 l’omosessualità rimane reato ufficialmente in circa 62 paesi del mondo; 63 se si considera un paese che condanna de facto l’omosessualità anche se in assenza di leggi specifiche, ovvero l’Egitto. Attualmente 7 di loro prevedono la pena di morte per omosessualità in tutto il loro territorio: Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi Uniti, Afghanistan, Somalia, Mauritania e Yemen. Esistono, inoltre, altri paesi in cui la pena di morte nei confronti delle persone che hanno avuto rapporti omosessuali viene esercitata solo in alcune regioni specifiche, ovvero in alcune zone dell’Iraq e in certi stati a maggioranza musulmana della Nigeria settentrionale. In Italia vi sono sostenitori di Putin e condannano l’Ucraina, fino a prova del contrario, Paese aggredito. Chi ha tradito gli ideali di Pace? Gli esempi si susseguono anche in relazione agli Stati musulmani che non fanno sentire la loro voce se in Cina si è perpetrato e ultimato nel silenzio più assoluto, anche dei woke, del genocidio degli uiguri, minoranza di religione islamica.

Non è vero che gli occidentali non hanno più valori ma solo crimini da espiare. Le decisioni in Europa non sono quelle degli Stati autocrati in cui inserisco anche gli USA per certi aspetti, ma sono lente e pensate, perché la democrazia ha tempi lunghi e complessi. Non tutto è nel posto giusto ma esiste uno spazio dei diritti che funzioni meglio dell’Europa? Gli autocrati sanno che intere masse di derelitti del pensiero fragile ci stanno auto-suicidando, e proprio gli USA sono la culla di questo pensiero idiota e religioso. Nelle università americane e ora anche europee si escludono studenti di una provenienza geografica e se non si aderisce al politicamente corretto dove solo alcune minoranze etniche e sessuali hanno ragioni, si viene cacciati fisicamente e in modo violento. I giovani radical chic quelli ai quali i genitori pagano rette da capogiro all’università, sono quelli più manipolati dal capitalismo che contestano, fanno in modo che l’alleanza fra wall street e della Silicon Tech continuino l’erosione del ceto medio cancellando le questioni serie dei meno abbienti e delle diseguaglianze. Il politicamente corretto è divenuto una oscenità in tutti i sensi, quando si abbatte la statua di Cristoforo Colombo e mutila la memoria dell’olocausto. È la nuova «forma di bigottismo secolare» e di «laicismo correttista» che rifiuta ogni evidenza: «C’è un capitalismo woke sposato dalle grandi multinazionali, da Apple a Disney; da Gillette, per le campagne contro la mascolinità tossica; da Nike, per quelle contro il razzismo, da Coca Cola, per la sponsorizzazione dei Pride. La realtà è che il wokismo si è trasformato in moralismo e conformismo sociale. Chi mette anche e soltanto alcuni aspetti dell’ideologia woke ha l’etichetta di reazionario e nemico della giustizia sociale. senza un minimo di approccio critico».

Tornando al tema che dà il nome a questo testo, si dà il caso che negli USA Alexandria Ocasio-Cortez, fra le più radicali della sinistra americana e rappresentante delle istituzioni del suo Paese, intervistata da ABC, la deputata democratica ha ripreso una battuta del consigliere socialista newyorkese Chi Ossé: «Woke one was crazy». Non solo, quando il giornalista le ha elencato alcune posizioni contenute nel programma nazionale dei Democratic Socialists of America – abolizione della polizia e delle carceri, amnistia generalizzata, abolizione del Senato, proprietà pubblica delle industrie essenziali – la Ocasio-Cortez ha risposto semplicemente che non le condivide. La realtà, ma il danno è compiuto, è che anche i propugnatori del più fervido woke si sono imbattuti in un eccesso ideologico, quello che io ho definito dottrina-metafisica con ascendenti autoritarie e fascio-comuniste, e con una sorta di enfasi mito-poetica. Personalmente non ho mai aderito a nulla di tutto questo e l’ho fatto da libertario, non avendo bisogno di simboli e canoni falsi e stereotipati dal più bieco radical chic che sbandiera nelle piazze scontrandosi inutilmente con la polizia facendo proprio il gioco di questi ultimi. Non avevo bisogno di inginocchiarmi a terra, di abbattere statue, di far finta di leggere manuali di antirazzismo obbligatorio, il blackwashing ossessivo sui prodotti cinematografici, la revisione dei canoni di bellezza femminili e stupidità del genere. Il mito messo su da questa gente è servito al capitalismo vero agente rivoluzionario di farci un sacco di soldi, e la narrativa è stata quella di far diventare valori seri come la diseguaglianza, la violenza patriarcale e il patriarcato come una grammatica morale, aggiungerei una grammatica religiosa che si era vista solo ai tempi di quel genio del male, come sostiene il mio amico Andrea Papi, di Lenin.

E se a qualche catto-comunista italico cavaliere del woke, in perenne dissidio nel conciliare Lenin con quel povero cristo di Gesù, la propria patria rimane Gaza, per noi che siamo forse dalla parte più giusta della storia se crediamo che la dialettica umana è in costante trasformazione e la lotta diventa sempre più complessa, diciamo che la nostra Patria è il Mondo, non scegliamo quali vittime ci fanno comodo e la nostra bandiera rimane, fino alla morte, la Libertà.


[Leggi tutti gli articoli di Francisco Soriano pubblicati su Retroguardia 3.0]

Pubblicità

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.