Le virtualità del caos. Mario Luzi, “Corale della Città di Palermo per S. Rosalia”

Immagine creata da retroguardia.net con I.A.

Le virtualità del caos


di Antonino Contiliano

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È insolito, per chi scrive, confessare che la sua mano, nell’attraversare le pagine del Corale della Città di Palermo per S. Rosalia di Mario Luzi (Genova, Edizioni S. Marco dei Giustiniani, 2024, pp. 73) – e nel seguire la “lettura” di Aldo Gerbino, curatore della nuova edizione – abbia giocato con un triangolo e due frutti: una mandorla e una noce. Da queste immagini artificiali e naturali, via via, sono emersi nessi, movimenti, domande: il dramma della poesia-teatro luziana dispiegava infatti il che cosa, il chi parla, il come, il quando e un parallelo culturale (con Stephen Hawking) con una forza che chiedeva schemi, non per ridurre, ma per orientarsi e attingere anche a categorie filosofiche come il nesso rappresentazione/senso, non assente dalla poesia e dal teatro. Da un lato, se la via della rappresentazione (logica/ordine) cerca di schiudere un rapporto per trovarvi un universo mappabile e corrispondente alle nostre strutture logiche, dall’altro la via del senso (poesia/enigma/mistero) riconosce che l’universo è dentro un “coro” che ci parla. Una polifonia di risonanze che contengono sempre un eccesso di significato, una dimensione inesauribile che possiamo solo avvicinare, senza mai possedere completamente.

La mandorla è l’immagine sensibile e simbolica che connota il libro di Luzi. Essa ritorna, con potenza evocativa, nel titolo dell’intervento di Aldo Gerbino: «Io, “nella mia mandorla di roccia”». Qui, la mandorla non è solo frutto, ma spazio interiore: guscio duro di isolamento e protezione, al tempo stesso custode di un seme, di una voce, di una memoria, di una salvezza possibile. “Ho aspettato tanti secoli / chiusa nella mia mandorla / di roccia e dimenticanza”, dice Rosalia (p. 18): la santa non appare, ma attende; non impone, ma germoglia.

Il triangolo, invece, è lo schema concettuale che raffigura i tre poli attorno a cui ruota l’esperimento luziano: Corale, Palermo, Santa Rosalia. Tre vertici che, tra leggenda, cronaca e storia, tra percezioni collettive e proiezioni psico-sociali della Sicilia, danno forma a un racconto teatrale in versi.

Il Corale è l’insieme delle voci che, nella pestilenza del 1625, nella carestia e nella sofferenza inarginabile si levano in un’unica invocazione. Non è un coro omogeneo, ma un’armonia dissonante: infermi, carrettieri, protomedico, viceré, cardinale, santi… tutti parlano, tutti soffrono, tutti sperano.

Palermo è il teatro storico di questa crisi: una comunità civica messa a nudo dalla peste, dove la politica, la scienza, la fede e il popolo. Santa Rosalia è l’evento miracoloso: non solo il ritrovamento delle ossa sul monte Pellegrino, ma la trascendenza che si fa storia, che “ingravida” il desiderio di una umanità piegata, offrendole un corpo per la speranza — la guarigione, la salvezza, il mistero del divenire tra morte e vita, materia e spirito.

La mandorla, dunque, incarna questa duplice natura: fisica e spirituale, chiusura e apertura, oblio e memoria, durata. È un’immagine antica – basti pensare all’aureola mandorlata dell’arte bizantina, segno di luce ultraterrena – ma qui si fa roccia, si fa tempo, si fa voce.

Eppure, mentre si meditava su questa immagine, è affiorata, per pura risonanza culturale, l’eco di un altro guscio: la noce di Stephen Hawking. Nel suo L’universo in un guscio di noce (2002), l’astrofisico e cosmologo riprende i versi di Amleto – “Potrei essere rinchiuso in un guscio di noce / e sentirmi re dello spazio infinito” – per dire che anche l’universo, nella sua complessità, può essere racchiuso in una forma minima, pur contenendo l’infinito. Il gheriglio, con le sue pieghe cerebrali, diventa metafora del pensiero che, pur chiuso, si apre al tutto.

Non si tratta, ovviamente, di equiparare la poesia di Luzi alla fisica quantistica. Ma è suggestivo notare come, in epoche e linguaggi diversi, la mente umana ricorra a immagini simili per esprimere ciò che è racchiuso eppure infinito: il seme nella mandorla, il cervello nella noce, la santa nella roccia, l’universo nelle formule. Dove il razionale tace, come ricordava Niels Bohr, la metafora parla: lo scienziato che scende alle profondità dell’atomo deve ricorrere alle metafore della poesia.

Così, l’“Io” di Rosalia – “nella mia mandorla di roccia” – risuona con l’“Io” di Amleto/Hawking – “nella mia noce di spazio”. Entrambi sono soggetti pensanti racchiusi, e tuttavia non rinunciano al desiderio di varcare la soglia, di farsi voce, di benedire il mondo, leggerlo, presentarlo, interpretarlo. E non a caso Aldo Gerbino, nel titolare la sua lettura, attinge proprio all’ “Io” di Angelos, il narratore del sogno di Geronima che annuncia il messaggio di Santa Rosalia: un “Io” collettivo, frammentato, corale.

L’opera di Luzi – riedita nel 2024 da Edizioni S. Marco dei Giustiniani nella collana “Quaderni di poesia” diretta da Giorgio Devoto – non è solo un testo poetico, ma un evento editoriale curato con rigore: in copertina l’invocazione “O Rosalea, sicut liberasti a peste Panhormun”; all’interno le immagini di Giacomo Serpotta e Gaetano Lo Manto; i contributi di Massimo Midiri e Michelangelo Gruttadauria. La nuova pubblicazione, in appendice, include sia l’introduzione originale di Stefano Verdino (Luzi 1989), sia la nota autobiografica di Luzi (“Come e quando”), sia un saggio di Gerbino sull’arte di Lo Manto.

Ma è nella struttura drammatica del Corale che risiede la sua forza. Luzi non racconta Rosalia: la fa parlare, insieme a tanti altri. Il sogno di Geronima – raccolto da Angelos sotto la pressione del coro – diventa il nucleo mitopoietico da cui scaturisce il miracolo. Eppure, nulla è dato per certo: la rappresentazione del sacro si muove tra sogno e cronaca, tra fede e ironia.

È qui che colpisce il distico chiasmatico tra Santa Cecilia e Santa Rosalia:

Cecilia (ridendo): “Credono a ciò che vedono, / vedono ciò a cui credono.” (p. 5).

Rosalia (sorridendo): “Sì, così credo che sia: / Ne è prova la storia mia. / Siano benedetti comunque.” (ibidem).

Il riso – ridendo, sorridendo – introduce un’ironia sottile, bachtiniana: mette in crisi il rapporto inferenziale tra percezione, impressione e credenza, tra segno e realtà. Crisi!, scissisione schizofrenica che delira l’ordine dato, investendo sia il mondo naturale sia il convenzionale delle istituzioni umane con i loro modelli. Qui, però, se gli schemi non mutano pelle per rinnovarsi, inventando un ordine diverso, sarà il delirio dello sregolamento di ogni misura razionale, relazionale, immaginale, etc. Le regole, tra costanti e variabili, governano sia il mondo naturale che quello artificiale delle istituzioni e delle abitudini sociali. In questo ambiente, sebbene preda di imprevisti sconvolgimenti e catastrofi, i modi d’essere collettivi necessitano di governare il caos e le contraddizioni in agguato. I conflitti, sebbene inevitabili, non vanno lasciati a se stessi o al potere dei forti.

Nella peste, dove il vedere non salva e il credere non guarisce, solo l’ironia permette di tenere insieme le contraddizioni all’interno delle disimmetrie della logica e delle passioni. Il circolo “credono → vedono → credono”, che sembra un rapporto di inferenza logica (categorica o modale) tra premessa e conclusione, è invece una relazione ermeneutica: il modo in cui una comunità, pervasa dal sentire come passione (volontà di un miracolo!), costruisce senso in mezzo al caos e comportamenti consonanti e, pur metastabili, equilibri fra i suoi membri. Co-ricerca di spiegazioni, di un altro ordine probabile e di una nuova forma di vita possibile.

Ecco allora il senso ultimo del Corale: non è un’apologia del miracolo, ma un atto di benedizione, di speranza umana universale e risonante intesa collettiva. Come scrive Gerbino, Luzi non si distoglie dal teatro per “distrazione”, ma per esigenze civili, spirituali, etiche. La sua poesia teatrale nasce dall’indignazione per la cronaca cruenta, dalla sensibilità alle urgenze della storia. Eppure, in mezzo al dolore, Rosalia dice: “Rispondo con gioia, rispondo con dolore”. È l’unità molteplice del misto, il “desiderio di sospirata unità” tra poesia e teatro, tra individuo e coro, tra terra e cielo.

La mandorla si schiude. La noce, altrove, continua a contenere l’universo. E il coro – di Palermo, del mondo, dei secoli – continua a parlare. Senza pretendere un nesso diretto tra Luzi e Hawking, piuttosto un’eco culturale condivisa, la mandorla e la noce, come simboli paralleli, non sono che potenzialità racchiusa e virtualità che cercano un varco per uscire dalla soglia e attualizzarsi o come rappresentazione (corrispondenza perfetta tra le cose della logica e la logica delle cose) o come senso, l’inesauribile e irriducibile dimensione che sempre aleggia sul misto di cose, esperienze e segni organizzati, funzionali a nuovi orizzonti estetici e di senso.


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