Tra teoria e prassi scritturale, gli usi delle preposizioni e dei gerundi

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Tra teoria e prassi scritturale, gli usi delle preposizioni e dei gerundi


di Antonino Contiliano

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Cosa fa una poesia come una macchina ‘da’ guerra — e non ‘di’ guerra — in un mondo-tele-mondo in guerra non tanto per i territori quanto per quello che alcuni territori conservano in grembo in termini di appropriazione di materiali energetici funzionali alle guerre contemporanee immateriali: simultanee e meticce (la diplomazia delle guerre-le guerre della diplomazia)?

Per prima cosa, questa macchina educa all’uso differenziale estetico-pratico delle preposizioni ‘di’ e ‘da’; e nel caso non è da poco la qualità semantica privilegiata: è varietà modale d’essere relazionale, oppure una specifica proprietà predicativa per connettere due campi di forze diversi!

Chiediamo aiuto a G. Deleuze e F. Guattari (inventori dell’accoppiata formula)? Sì!

Le preposizioni

Nella formula «macchina da guerra» la preposizione «da» non va però assunta come se possedesse, nella lingua italiana, un significato filosofico autonomo di relazione, divenire o potenzialità. La sua funzione grammaticale è più articolata: tra gli altri valori, da può introdurre destinazione, uso, funzione, provenienza, agente e durata. È precisamente questa disponibilità semantica, non una presunta ontologia della preposizione, che la scrittura può intensificare e rifunzionalizzare.

La differenza può essere resa così: 1) macchina ‘di’ guerra → può tendere a significare una macchina definita dalla guerra come ambito, appartenenza o caratterizzazione; 2) macchina da guerra → può indicare una macchina destinata, orientata o utilizzabile rispetto alla guerra. Nella scrittura poetica, questa seconda configurazione può essere ulteriormente spinta fino a diventare figura di una relazione operativa: non ciò che la macchina è in sé, ma ciò che può fare entrando in composizione con un campo di forze.

Il punto decisivo, dunque, non è che ‘di’ chiuda e da apra secondo una legge grammaticale assoluta. È che il testo può far lavorare la differenza tra le due preposizioni come differenza di regime: ‘di’ può essere intensificato come figura della determinazione e della specificazione; da può essere intensificato come figura della destinazione, dell’orientamento e della relazione operativa.

In termini di logica quasi matematica (onde evitare ambiguità e idiozie …), non conviene quindi stabilire che: I) macchina ‘di’ guerra → M ∈ Guerra; II) macchina da guerra → M —relazione→ G (come se tali formule traducessero direttamente una nuova grammatica)? Inoltre, in tal modo, diventa più rigoroso assumerle come formalizzazioni poetico-concettuali; per cui I) ‘di’ → M viene letto attraverso una relazione di determinazione/specificazione con G, mentre da → M viene letto attraverso una relazione di destinazione, uso o orientamento verso G. La seconda relazione in tal modo può poi essere filosoficamente interpretata come apertura alla composizione, relazionalmente po(i)etica.

Letta in chiave di macchina ‘di’ poesia, la «poetry machine» rischierebbe infatti, semanticamente, di essere una macchina che appartiene alla poesia (quasi che la poesia costituisca una sua proprietà o un dominio già dato), laddove il da, nella logica interna di questa scrittura, problematizza e indica invece una macchina che si mette in relazione con il poetico, producendo una zona di attrito ‘tra’ calcolo e contingenza, tempo algoritmico e tempo poetico, formalizzazione ed eccedenza. Il ‘tra’ introduce cioè la possibilità di una composizione che non preesiste ai rapporti di forza che la costituiscono.

Sintetizzando: ‘di’ può essere fatto lavorare come figura di una relazione che determina, specifica e delimita; da, nei suoi valori di destinazione, uso e orientamento, può invece essere fatto lavorare come figura di una relazione che mantiene operativo l’intervallo fra i termini. Così la scrittura poetica intensifica una differenza grammaticale fino a trasformarla in un dispositivo concettuale: non il “da = divenire”, ma una scrittura che del da fa un ‘dispositivo di divenire’.

A questo punto però diventa importante precisare anche il rapporto con il francese di Deleuze e Guattari. Nella lingua francese la loro formula «machine de guerre» è nozione filosofica che non deriva, come nella lingua italiana, dalla distinzione italiana tra ‘di’ e da. Qui l’operazione compiuta è diversa: assume la nozione deleuziano-guattariana della macchina da guerra e la riarticola attraverso la differenza che la scrittura istituisce tra ‘di’ e da. La preposizione italiana diventa così un luogo di traduzione e di trasformazione concettuale, non la prova linguistica della teoria deleuziana.

Il gerundio: dalla temporalità grammaticale alla processualità poetica

Il ‘gerundio’, spostando l’attenzione dalla spazializzazione delle cose alla temporalità, può temporalizzare e dinamizzare — rendere plastico — il rapporto tra soggetto, pensiero e azione, sottraendolo, nella scrittura, alla rappresentazione statica di identità, oggetti o posizioni. Il gerundio non nomina tanto ciò che una cosa è, quanto ciò che un soggetto sta facendo, producendo o trasformando attraverso la scrittura.

Estrapolando da altre riflessioni, qualche esempio: frequentando linguaggi meticci / eterologici-eterocliti → il soggetto si situa in un attraversamento; riconoscendo che… → il pensiero appare come un processo di riconoscimento; abbattendo frontiere nazionalistiche → l’azione è colta nel suo farsi; praticando un parziale spossessamento della sovranità dell’io → l’identità non è una sostanza, ma una pratica di decentramento; denudando il potere → il potere non viene semplicemente descritto, ma sottoposto a un’azione che ne modifica la visibilità e i consensi che lo sostengono.

La precisazione teorica è necessaria: il gerundio, grammaticalmente, non dissolve il soggetto e non lo rende automaticamente processuale. Un soggetto può restare pienamente identificabile anche quando l’azione è espressa al gerundio. Nella scrittura poetica, tuttavia, il gerundio può essere impiegato per privilegiare la dimensione processuale dell’azione rispetto alla sua rappresentazione come proprietà di un soggetto già costituito. Quindi il gerundio introduce, nella configurazione poetica (qui perseguita), una dimensione processuale temporalizzante: non semplicemente «il soggetto è X», ma «il soggetto si costituisce facendo X». Non si tratta di una conseguenza grammaticale necessaria, bensì di un effetto di scrittura: il soggetto viene rappresentato attraverso le azioni che sta compiendo, e può dunque apparire come figura provvisoria del proprio stesso fare.

L’uso del gerundio, teorizzando e formalizzando, sposta così l’attenzione dalla spazializzazione statica delle identità, delle cose e delle posizioni alla temporalità dei processi, mettendo in primo piano il farsi dell’azione, la trasformazione del soggetto e gli effetti che tale azione produce nel tempo. Anziché rappresentare soggetti, identità e pratiche come realtà già date e spazialmente delimitate, nella scrittura letteraria, artistica e poetica il gerundio può introdurre una temporalità processuale: ne mostra il costituirsi nell’azione e attraverso l’azione, rendendo visibili gli effetti temporalizzati del loro divenire. Il soggetto che scrive (da parte sua) non viene necessariamente presentato come un «io» già costituito che compie delle azioni dall’esterno, bensì può essere presentato attraverso le azioni che sta compiendo. Praticando lo spossessamento dell’io, per esempio, si produce una contraddizione produttiva: è l’io stesso che, agendo, mette in questione la propria sovranità. E, per una conclusione forte, è dunque possibile affermare non che il gerundio temporalizzi grammaticalmente il soggetto, ma che, nella scrittura poetica, il gerundio può temporalizzarne la figura: può sottrarla alla rappresentazione di un’identità già compiuta e farla apparire come effetto provvisorio di pratiche, attraversamenti e trasformazioni. Quanto basta per mettere il bastone fra le ruote ai fascismi contemporanei che, mediante muri, recinti spinati e politiche diplomatiche e non diplomatiche di guerre continue (militari e non militari …), hanno ri-nazionalizzato i confini e instaurato regimi di ri-identificazione globalmente controllata e profilata mediante i nuovi strumenti e i flussi planetari dell’elettronica sofistica.

Coerenza tra teoria e prassi scritturale

Il punto forse più forte della nostra costruzione è che la scrittura fa ciò che sostiene. La serie «frequentando / riconoscendo / abbattendo / praticando / denudando» non si limita a parlare del processo: lo mette in scena sintatticamente. Può sistere quindi una coerenza performativa tra il livello teorico e quello scritturale-pratico. La tesi risulta particolarmente orientata — crediamo — quando il dato grammaticale, assunto come punto di partenza, viene trasformato in procedura poetica e infine interpretato in chiave filosofica (una XIIa tesi marxiana). La sequenza corretta così diventa: dato grammaticale → possibilità semantica → uso poetico → interpret-azione di pensiero teorico-pratico singolare in quanto si evita di attribuire alla lingua ciò che appartiene invece alla scelta e alla praxis dell’autore: la scrittura non scopre nel da un significato filosofico già contenuto nella grammatica; sfrutta una possibilità semantica della preposizione per produrre un effetto concettuale; analogamente, non è il gerundio, in quanto forma grammaticale, a dissolvere il soggetto: è la sua organizzazione nella scrittura a poter rappresentare il soggetto come processo.

Approccio conclusivo

La tesi — nostra — può essere quindi ricondotta a una formulazione più precisa: la differenza tra ‘di’ e da e l’impiego del gerundio non costituisce, di per sé, una filosofia della relazione e del divenire; nella prassi poetica diventa però un dinamico regime di dispositivi/concatenamenti capaci di costruirla. Il testo non dimostra grammaticalmente che da significhi divenire o che il gerundio significhi soggettivazione processuale, mette in opera invece il fatto che tali possibilità si attuino attraverso una scelta intenzionale nell’uso della lingua. Ne consegue — da ciò — una poetica nella quale la grammatica non è soltanto materiale espressivo, ma materia di pensiero: la preposizione lavora sulla relazione e il gerundio sul processo; il ‘tra’ lavora sull’intervallo e la sintassi (variegata/piegata) rende visibile il movimento. L’andare teorico, allora, non viene semplicemente applicato alla scrittura: viene verificato nella scrittura stessa: non «da = divenire», ma la scrittura che del da fa un dispositivo di divenire/i; non «il gerundio temporalizza il soggetto», ma la scrittura può usare il gerundio per rappresentare il soggetto come effetto temporaneo del proprio stesso farsi.

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Si vorrebbe tentare un parallelo analogico — solamente esplorativo, non come equivalenza teorica — con le differenze tra terre rare, silicio e coltan, le forze che nel “telemondo” (digitale, telecomunicazioni, elettronica, AI …) svolgono funzioni apparentabili. Ma lasciamo il tutto in termini di semplificazione abbozzata (dobbiamo ancora studiare e prepararci bene …).

Da joker, in termini molto semplificati:

  • Silicio → è il materiale strutturale del calcolo (tramite di una “grammatica generativa”?): transistor, microchip, processori, memoria, sensori. È quindi fondamentale per la capacità di elaborazione.
  • Coltan → da cui si ricava il tantalio (procedure di sottrazione?) è importante soprattutto per costruire i condensatori elettronici, capaci di lavorare con elevata affidabilità in piccoli volumi (testi poetici), oltre che per altri componenti e applicazioni ad alta temperatura.
  • Terre rare → hanno soprattutto funzioni specifiche e funzionalità plastiche (dispositivi poetici?): magneti permanenti molto potenti (neodimio, praseodimio, disprosio); fosfori, materiali ottici e alcuni componenti di display, laser, sensori e attuatori. Non sono dunque il “supporto” generale del calcolo, ma conferiscono proprietà e funzioni fisiche difficilmente sostituibili. Il neodimio, per esempio, non “calcola”, ma permette di ottenere un campo magnetico elevatissimo in un magnete molto piccolo, costituendo rapporti.

Così sul rapporto materia–calcolo–macchina: il silicio abilita il calcolo; il coltan contribuisce alla miniaturizzazione e all’affidabilità dell’elettronica; le terre rare introducono proprietà fisiche specifiche (dinamiche/complesse) permettendo alla macchina digitale di vedere, muoversi, comunicare, convertire e produrre “segnali” (semiotica) di divenire/i. In sintesi figurano i diversi regimi funzionali della materia tecnologica: il silicio è vicino alla computazione, il tantalio alla componentistica, le terre rare alla conversione di proprietà fisiche (magnetiche, ottiche, ecc.).

Marsala, 22 settembre 2026


NOTE

1 Nota. Si precisa che le informazioni relative ai tre elementi sono state ricavate da una ricerca di rete (Internet).


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