Tommaso Giartosio, “Il mare”

Tommaso Giartosio, Il mare, Giulio Einaudi Editore, 2026, pp. 153, € 13,00


di Annalisa Lucini

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Il mare di Tommaso Giartosio è «nonterra», è «vocabolario scritto e riscritto» di una terra nella quale i versi fluiscono in una «chiacchierante sera cosmopolita che somiglia – somiglia e poi basta – alla vita».

Le poesie in ouverture lasciano presagire i temi del libro: dialogo diretto ed introspettivo con il mare, uno sguardo verso i ricordi, i desideri, il mutare delle cose, le contraddizioni dell’umana esistenza, il mare come «valle-vallo d’acqua» che separa terre e nel quale si svolge la tragedia umana dei tanti Ulisse.

Hai scritto una poesia solo battendo gli occhi, / ma non è stata scritta e nessuno la legge, nemmeno / io con il mio amore né vestito né nudo, / né a cavallo né a piedi, né solo né accompagnato.

Il dialogo poetico tra l’Io e Il mare è luogo intimo di riflessione dell’autore, ma ciò non impedisce al lettore di attraversare, prima con lo sguardo e poi con l’autoanalisi, il tempo scandito dalla memoria lontana e dagli anni più vicini.

Il passaggio segreto tra storia e diario, è aspetto peculiare che trova voce anche in alcune illustrazioni presenti nel libro, traccia anch’esse di un percorso intrapreso con le parole, nel quale il segno -anzi il disegno- è mappatura di punti d’inizio e punti di arrivo.

Volevo scrivere una poesia / Invece come un bambino ho solo / mostrato un disegno

Lo sciabordio del mare genera sempre riflessioni profonde, ritorno di ricordi perduti, sensazioni legate al mutare delle cose, quasi risvegli da letarghi mentali, ritorni in altri abissi.

Tommaso Giartosio torna alla propria esistenza e traccia un parallelo con gli accadimenti della storia: gli insegnamenti paterni e materni e le esperienze vissute fanno da contraltare agli anni Settanta, Ottanta, sino ad arrivare a questa contemporaneità.

L’acqua del mare che si muove, continua ad infrangersi su scogli e in quel battere c’è il bisbiglio che diventa immagine, metafora, riflessione, voce.

Un popolo è uno specchio / vetusto, venusto, / crivellato di bolle: / la dove non resiste / la faccia nascosta / la patina di piombo, / non riflette (non vuole) / ed è soltanto vecchio.

Molto presente quel senso di svelamento delle tante identità nella moltitudine attraverso una visione dettagliata degli accadimenti, ed in ciò, il gesto creativo trasmette molto bene l’afflato che ha ispirato il testo.

Ecco perché è interessante e struggente il parallelo tra Revi bambino incontrato da Pier Paolo Pasolini nel remoto tempo dell’India negli anni Sessanta e Omar, solitario immigrato sudanese incontrato dall’autore: sensazioni tangibili che custodiscono la possibilità e l’impossibilità delle cose, il senso di colpa, le umane ipocrisie.

Intanto ne avevo attorno

cento di Ulisse, mille

con le scarpe senza calzini

e le foto dei bambini;

e lo potevo chiamare,

un così lungo andare dietro a un sogno,

solamente un tornare.


[Leggi tutti gli articoli di Annalisa Lucini pubblicati su Retroguardia 3.0]

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