Di concavo e di convesso delle forme della poesia. Prefazione a “Poesie sparse” di Francisco Soriano

Francisco Soriano, Poesie sparse, Aurea Nox, 2026, pp.146, € 15,00


di Marcello Carlino

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A tratti parole stampate in corsivo screziano le sequenze dei versi: sono sintagmi di nuovo conio, riflessi di bicromie, che per altro confermano il rilievo che i colori assumono nel testo. La loro si direbbe una funzione semaforica: liberano e accompagnano, cioè, il flusso della scrittura poetica, che si dipana in una sorta di oratio soluta, ininterrotta nonostante le strette delle partizioni disposte: un solo poema si compone filato di pagina in pagina, al dunque. Di fatto la materia versale si espande lungo alvei prosodici dalla quantità contenuta; e anima un caos calmo, tenendosi ad un regime che non ha nulla di torrentizio.

A volte la corrente ristà e la varietà multiforme del tutto, come è detto, si ritrae per ritornare uno. Il distendersi tra gli argini e, di quando in quando, il sostare in anse (è di specie liquida la sostanza di queste pagine) rammentano suggestive ambivalenze barocche. Sono il movimento centrifugo e il retrogrado di un riassorbimento centripeto, avvistati nelle architetture di Bernini e di Borromini, a potersi usare da metafore per lo scorrere della poesia di Soriano, che sembra condursi, ancora in chiave di barocco, nell’alternanza senza soluzioni di continuità del concavo e del convesso (e concavi/convessi sono gli stessi indici di bicromie, che pulsano dal corsivo e stanno come i toni d’accompagno ad una partitura musicale). Per certo la res extensa di foglio in foglio nel “discorso” della scrittura si configura secondo logiche simmetriche che non ammettono né andamenti rettilinei né gerarchie di immagini. E che, come in uno spazio onirico, sono tali da ricusare selezioni. E allora passano, gli uni partecipi degli altri, le figure umane e i paesaggi che hanno parti da coprotagonisti (i paesaggi consistono in nature farcite di colorati fiori odorosi, di succosi frutti); e tralucono corpi rivisti lungo sentieri di pietre e di manti erbosi (il cammino è una costante; a connotarlo è un che di iniziatico) mentre respirano anime silenti; affiorano vissuti popolati da sentimenti (dolcezze, rattenute passioni) e si ascolta la parola frammentata, rapsodica di miti; si riverberano atmosfere impalpabili e pure si compongono a pelo d’acqua immagini di costruzioni classiche (che sanno di cultura dell’uomo, che confinano col sacro). Panta rei epperò nulla sembra accadere in un tempo che è fermo, sospeso e in un presente che si fa assoluto (e che, come nel negativo di una fotografia, riferisce di ciò che lo intristisce di inquietudini e di lutti proprio dalla specola del suo volersi astratto, dal suo essere come altrove).

Nella sospensione del tempo e nei luoghi di una condizione parallela, il linguaggio si mostra nettamente scandito, sostenuto e rara è la pronuncia; ancora hanno familiarità col barocco le volture metamorfiche, che accostano ai volti steli ingemmati, petali.

Il tema battuto dalla poesia di Soriano è amoroso, senza però che l’incontro d’amore trovi svolgimento e si riconosca in una storia; il tema è amoroso purché si consideri che l’espandersi dei versi in un caos calmo e il loro succedersi secondo logiche simmetriche si sostanzino di un eros diffuso, linfa e sangue in circolo nelle varie presenze animate e inanimate (presenze per intero o in frammenti) e delle svariate azioni (inevitabilmente, perennemente incoative) che il discorso della poesia chiama in scena o evoca. Un eros che non ha confini, un eros senza oggetto che non distingue ruoli da protagonisti o da comparse, che segue la traiettoria senza origine e senza fine della circonferenza di un cerchio, che è denominatore comune e fermento di vita, che è di una realtà parallela in cui è principio di realtà: questo testo di Soriano è teatro di un eros diffuso, che ricusa diritti di proprietà ed esclude che la rappresentazione possa aver termine (non ha termine vero l’oratio soluta allestita dalla scrittura), che fa conto della parola e del canto della poesia, in essa come incarnandosi (così si ripete e si assevera nel fluire dei versi). Una parola che sta ferma a garanzia e per tenuta e durata della forza diveniente dell’eros: e infatti la parola è «soffiata dal liuto di un vetraio», e infatti non v’è parola che «non sia ardesia / squillo di una litania / nel deserto del mondo».

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