Adriana Tasin, Voragini d’azzurro, Interno Libri Edizioni 2025, p. 90, € 15,00
di Maddalena Carbone
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Le montagne a guardarle dal centro città paiono celesti, e blu le più vicine, mai diresti che sono di un altro colore e, quando svaniscono al tramonto restano a separare: le radure | le case | i treni | i mari | le pianure | le autostrade | l’ade. Questi versi sono posti a coronamento della quarta di copertina di Voragini d’azzurro (2025), ultima raccolta poetica di Adriana Tasin, poetessa e docente di discipline scientifiche fino al 2021 in Val Rendena.
In quest’opera è condensato tutto l’amore dell’autrice per la montagna, insieme all’esperienza che ha di essa (Tasin vive a Madonna di Campiglio), reinterpretata in chiave simbolica.
La montagna è un organismo della natura, che solo lo sguardo, verso l’alto o verso il basso, sembra poter attraversare. Esso si presenta sia come un cammino da percorrere, che fiacca il corpo, sia come un ecosistema che, con le sue leggi, il suo clima, i suoi anfratti, comporta un dispendio di energie sia per chi lo abita sia per chi è di passaggio.
Sfioro con l’anima gli strati che ho dentro: / magnesite passaggi obbligati soste e traversi / aggettivi apposti a tutti i gradi di difficoltà: è proprio a causa dello sforzo fisico e mentale richiesto, allora, che nell’opera della Tasin la montagna assurge ad archetipo di spazio allusivo, segnato da stratificazione di memoria individuale e collettiva. La verticalità, concetto ricorrente in questa raccolta, non è solo fisica, ma anche del pensiero, dello sguardo e dell’esistenza: la montagna è un dispositivo percettivo, che costringe ad osservare in una triplice direzionalità, acuendo i sensi.
Perfino il tempo appare sospeso in una dimensione diversa, rarefatta quasi, in un limbo di suggestioni e istanti frammentati che solo il brusco ri-precipitare nel trambusto della città sembra poter richiamare alla sua concretezza: tra i palazzi, l’aria ferma / e l’acqua morta delle fontane / le montagne ti stanno di fronte / tu le guardi, senti l’eternità / venirti incontro, tremarti dentro? / arriva l’autobus, devi lasciare… / lasciarle andare.
Il distacco dalla montagna, sembra configurarsi come qualcosa di doloroso, quasi uno strappo dalla propria essenza, così faticosamente trattenuta sotto il peso dei ritmi cittadini e libera di essere solo in montagna, dove ci si può confrontare con sé stessi, finanche sfidando la morte.
salire contro parete / è andare contro la legge / del peso che porti / il volere dei morti. Ecco, allora forse, che la scalata della parete rocciosa si fa metafora di un confronto con il limite, con il peso della memoria e con ciò che resiste nell’esistenza. Arrivare alla vetta richiede la forza d’animo di sfidare il proprio destino.
Gli echi di morte che aleggiano talvolta in alcuni componimenti non tolgono luminosità alla silloge nel suo complesso. I testi si susseguono in modo solo apparentemente frammentario, quasi dessero voce a pensieri improvvisi che l’autrice esplica di fronte ad alcuni aspetti della montagna. In realtà, nell’opera esiste un fil rouge (anzi, un fil bleu, direi, azzurro come le distese di cielo che accompagnano l’intera raccolta), dove salita, caduta, rinascita sono unite da legami fitti, come le corde gemelle che uniscono due scalatori mentre salgono sulla montagna.
La lingua della Tasin procede per sottrazione: essenziale, precisa, mai lirica; lascia che siano le immagini a costruire il senso. Non mancano tecnicismi propri del lessico della montagna, che non appesantiscono le poesie, ma, anzi, le impreziosiscono (da apprezzare la raffinatezza della Tasin che correda di note esplicative i termini più specifici, lasciando al lettore la possibilità di godersi la bellezza dei versi).
La poesia è assolutamente libera. Colpisce, in alcuni componimenti, la disposizione grafica dei versi, che rallenta la lettura e accentua l’impressione di verticalità e di sospensione dell’intera raccolta. In montagna non ci sono arrivi e non ci sono partenze: ci sono passaggi inseriti nei passaggi precedenti e in quelli futuri, ed è in questo andirivieni di vita e morte che passa l’essenza di tutte le cose.
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