Valerio Aiolli, “Lo stesso vento” & “Carteggio Bellosguardo”

Valerio Aiolli, Lo stesso vento, Evoland, 2016, 154 p.

Valerio Aiolli, Carteggio Bellosguardo, Italo Svevo Editore, 2017

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di Gabriele Lastrucci

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Ho appena finito di leggere due libri di Valerio Aiolli. E non so che dire, cosa scrivere. Ho soltanto dentro di me la sensazione, ancora una volta e per sempre, che un libro non sia solo un libro, ma qualcos’altro, qualcosa di più… di oltre…

Lo stesso vento (edito da Voland, 2016) è un romanzo inclassificabile e necessario. La storia narrata, consapevolmente dislocata attraverso frammenti-flussi temporali, racconta l’istantaneo dilatarsi esistenziale di alcuni protagonisti (Fausto e Adriana, fra tutti) che adempiono momenti cruciali della loro vita come fossero osservati da un chirurgico microscopio narrativo, con cui Aiolli illumina le loro piccole e fatalmente eroiche scelte emotive e vitali. Il linguaggio dell’autore fiorentino è sommesso e piano, come un lucifero telegrafo marconiano, mai inutilmente iperbolico o barocco, bensì essenziale e ricercato, eppure misteriosamente, potentemente muscolare… L’imprevista combinazione temporale dell’intreccio, come detto, dislocata e apparentemente disorganica – invece altamente voluta e sofferta – rende la lettura (e la scrittura) unica e sbalorditiva fino all’ultima pagina del libro. Le vicende narrate, di uomini eccezionalmente comuni, si stagliano granitiche attraverso alcuni momenti topici della storia del nostro Novecento, e non solo (il periodo fascista italiano, la seconda guerra mondiale, il sessantotto, la caduta del muro di Berlino, il pirotecnico e fumoso millenovecentonovantanove…) senza che tali cruciali episodi storici, intervengano a mutare l’universalità della loro condizione umana, svelata mirabilmente dall’autore. Anzi, la rigida ferrosità di queste date-evento, si corrode inevitabilmente, come uno spettrale e grigio lucore di fondo, attraverso il focoso caleidoscopio dei protagonisti, immortalati, con piccoli e precisi tratti d’autore, nella loro immensa nudità. (Inoltre ho la sensazione, del tutto personale ma convinta, che Fausto sia uno dei più affascinanti e riusciti personaggi della letteratura contemporanea).

A fare da oracolare occhio-guida, ci pensa un ventilatore che – inusuale e forse malgradito pegno d’amore – passa di mano in mano tra i protagonisti, creando un segreto legame tra loro, e che, attraverso un magico diapason narrativo, invade di una pulsione incontrollabile il lettore catturandolo nell’universo letterario di Aiolli (e, soprattutto, nel più che umano e viscerale mondo dei suoi “comuni” eroi quotidiani): per sempre.

Il romanzo, lontano dalle furie verbali di alcuni, e da me amatissimi, autori novecenteschi (Celine, Malaparte, Fenoglio, ad esempio) si colloca, seppur con l’incanto randagio della sua unicità, accanto ad autori più classici e scritturalmente più asciutti dei primi (penso a Flaubert, Cechov, Hemingway – autore caro ad Aiolli – e, sicuramente, forse, a Vincenzo Cerami e a Daniele Del Giudice) che, attraverso epifanie più nascoste, anche se non meno rivoluzionarie e cocenti, hanno svelato al meglio l’inquietudine e la sublime normalità dell’uomo contemporaneo.

Così come accade nel suo bellissimo Carteggio Bellosguardo (Italo Svevo Editore, 2017) – piccolo eppure immensamente prezioso cadeau letterario – l’amore, nel romanzo dello scrittore fiorentino, si mostra nella sua forma più umana (e più vera, forse), nel suo lento e cruciale oscillamento proustianamente perso e infinitamente ritrovato, nel suo preciso e dolorosamente furtivo mancare.

Poco conta se nel caso del Carteggio l’attesa e l’incompiutezza sentimentale si sviluppino tra due grandissimi scrittori dell’Ottocento anglo-americano: Henry James e la sua “amica” e paziente lettrice-mentore Constance Woolson. L’amore, sembra suggerire Aiolli ancora una volta, brucia freddamente e maestosamente nel silenzio, nell’attesa, nella perdita: tra le vampe nascoste della solitudine e dell’imminente separazione.

Eppure, l’amore, anche e soprattutto questo pietroso amore, pare esistere e resistere, proprio tra le rossalbe braci del suo più lungo, interminabile e nascente addio.

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