SUL TAMBURO n.76: Evaristo Seghetta Andreoli, “Il paradigma di esse”

Evaristo Seghetta Andreoli, Il paradigma di esse, prefazione di Carlo Fini e con una nota critica di Franco Manescalchi, Firenze, Passigli, 2017

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di Giuseppe Panella*

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Il destino poetico di Evaristo Seghetta Andreoli è tutto racchiuso in quell’esse, in quell’essere che non vuol decidersi a confondersi con l’avere o scivolare nell’esserci: un verbo che si fa sostantivo e si appoggia alla vita per continuare il suo percorso esistenziale.

Scrive Carlo Fini nella sua densa e intuitiva prefazione:

«In queste nuove liriche, tuttavia, l’autore approfondisce la sua consolidata vena poetica: il linguaggio, di affascinante creatività, si prosciuga, come attestano l’apparente naturalezza e la scorrevolezza. In questa rinnovata essenzialità lo stile si esalta nelle immagini, nelle riflessioni su se stesso e l’altro. Il ritmo dei versi acquista sicurezza e musicalità. Appare importante aggiungere a queste prime annotazioni un particolare innovativo: l’autore spazia ancora di più (e con maggiore aderenza) sulla vita reale, sulle incerte sue sorti e in quelle del mondo. Ecco, allora, nella parte finale della silloge, comparire – come antiche divinità ostili – Il Tempo, lo Spazio e il Caos» (p. 5).

Ma è tutto qui racchiuso e compresso lo spessore direi speculativo dell’opera? Forse c’è qualcosa di ancora diverso rispetto alle opere precedenti – lo rileva anche Franco Manescalchi in una sua breve nota critica che si può leggere nelle bandelle del volume e che ne arricchiscono il paratesto:

«Ora Seghetta Andreoli ha scaltrito il suo linguaggio in un rapporto con la pagina come se fosse un fotogramma filmico, un’immagine ferma e insieme scorrevole del proprio divenire, dove il corpo stesso vibra nella sua dinamica, dà forma e sostanza al corpus del verso e della strofa che egli disperde oppure trattiene in un rapporto di universale empatia»

La poesia di Seghetta vive dei lampi delle sue intuizioni: sguardi sogni riflessioni desiderio e senso della morte. Il suo essere è già segnato dal senso della fine, eppure è pieno di speranza nel futuro incerto e impossibile che attende tutti. Nella prima sezione, si celebra il Sum, ciò che è e che costituisce la sostanza del vivere, l’Io che parla e si (auto)-descrive, che usa le parole come strumento di conoscenza. La seconda sezione è dedicata all’Es ovvero al tu, al confronto con l’Altro e con la persona amata, con il mondo che può dare una risposta plausibile alle domande abissali sull’essere e sul non-essere delle cose. Nella terza parte è di scena il Fui, il passato e ciò che è stato, i ricordi e le aspirazioni, la dimensione altra cui si appartiene e da cui non si può uscire. Infine, la quarta parte è l’Esse, tra il futuro e il presente, tra la breccia aperta dalla poesia nel mondo e il tentativo di trovare una via d’uscita attraverso di essa. Sum Es Fui Esse – altrettante coniugazioni del verbo Essere, il più difficile da maneggiare per poeti e pensatori.

La scrittura di Seghetta è limpida come non mai: conosce momenti nativi di canto, abbandoni a una voce lirica sorretta da un senso forte della descrizione dei paesaggi, capacità narrativa rispetto al passato e sogni ininterrotti di un possibile avvenire senza il male.

«Obliquità. Essere ai margini, scrivere lentamente / in questa obliquità di postura / nella convinzione che ogni apertura / non porti altro che delusione. / Allora relegare la passione alla fonte, / nel ventre della sensazione nascente / quella che delude, quella che / scende alla radice della mala pianta, / quella disprezzata, la prescelta dal peccato, dell’uomo la mente» (p. 97).

Le passioni non bastano ad alimentare la poesia, bisogna che quest’ultima scenda a cogliere la “prima radice” delle sensazioni, dei sentimenti e dei sogni: ciò che trasforma il male in aspirazione al bene, ciò che conduce alla pace o accende la ragione o trasforma la morte in aspirazione alla vita ovvero il desiderio, la volontà di vivere. La “mala pianta” della poesia è costituita dal desiderio e dalla capacità di trasformarlo in aspirazione vitale e da qui in pensiero dell’ e sull’esistenza.

Paradigma di esse è, proprio per questo motivo, il tentativo da parte di Evaristo Seghetta di raggiungere il tetto della lirica utilizzando il pensiero e facendosi scudo di esso: trovare una ragione delle vicende dell’esistenza inquadrandole in un campo più vasto, rendendole universali, dando ad esse il respiro che possono acquistare in un contesto non esclusivamente personale. L’essenza della realtà consiste nel suo Essere (affermano da tempo immemorabile i filosofi) ma l’Essere è qualcosa che non si impara né si ritrova nel sapere sempre uguale dei libri. E’ una conquista dell’esperienza che si distende nel tempo e cerca di forzarne i confini, trovandone e provandone i limiti, testandone le definizioni e i segni:

«Presso la fontana. Il colle non basta più, occorre lasciarlo, / di mattina, quando schiamazza, / dietro l’ultima curva, il clacson della corriera. // Non c’è tempo, adesso, per pensare / alla sera, al ritorno. Ora, tutto intorno, / ogni cosa si muove veloce e cambia, cancella… // Cerco nella piazza il coraggio / per gestire la mia difesa, lì, / presso la fontana, dove scroscia, / fluida e sincera, la Verità» (p. 31).

La Verità! Fluida, impossibile, impassibile, immobile e sempre in moto, incapace di fermarsi e di ritrovare un centro se non nella sua mobilità e limpidezza cristallina.

Quello di esse, dunque, è un paradigma che continuamente si compone e subito dopo si scompone in una ricerca continua di una stabilizzazione che non può darsi se non nella mente. E’ come l’opera del “giardiniere” che continuamente zappa annaffia ripulisce le erbacce semina e cerca di far fiorire il giardino ma sa che il lavoro continuerà per sempre e non si potrà fermare mai altrimenti il caos e il dolore e la morte prevarranno. La poesia compie questo stesso lavoro: semina il suo linguaggio con le sementi della passione linguistica le fa fiorire e svilupparsi e si rassegna, alla fine, alla loro morte in nome di altri fiori e di altre frutta e altre sementi. Quello della poesia è per questo un lavoro senza fine, fatto di continui interventi sulla lingua e di continue rinascite di quello stesso paradigma linguistico che si è dovuto precedentemente bonificare per riuscire a farlo sopravvivere. Un lavoro in-finito dunque pieno di incertezze di sacrifici di passi falsi ma anche di conquiste da cui non si torna più indietro. La raccolta di versi di Evaristo Seghetta Andreoli documenta questo sforzo con la violenza della sua passione linguistica e con la potenza delle sue parole evocative e nostalgiche, suggestive e profetiche- il lavoro di un giardiniere provetto, dunque.

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