SUL TAMBURO n.75: Gianluca Barbera, “Magellano”

Gianluca Barbera, Magellano, Roma, Castelvecchi, 2018

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di Giuseppe Panella
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«12 settembre 1568. Mi chiamo Juan Sebastián del Cano – detto el Perro, il cane – e, come la maggior parte dei miei connazionali senz’altro ricorda, ho viaggiato in qualità di nocchiero sulla Trinidad, al fianco di Ferdinando Magellano, per un anno, sette mesi e diciassette giorni: tanti ne ho contati. Delle cinque caracche partite per sfidare gli oceani con a bordo duecentosessantacinque uomini di equipaggio solo una tornò, la Victoria, che il destino aveva posto sotto il mio comando, quale ultimo ufficiale rimasto di tutta quella gran spedizione; invero la più piccola e fragile della flotta dopo la Santiago, affondata tra i crepacci del Rio Santa Cruz, ad appena due gradi di latitudine dallo stretto di Todos los Santos, da noi scoperto il 1 novembre dell’anno di grazia 1520. Sì, io ebbi la ventura (o chiamatela come vi pare) di essere stato uno dei diciotto uomini cui fu concesso di fare ritorno, dopo tre anni intorno al globo e avventure e tragedie al di là di ogni umana sopportazione. Io, Sebastián del Cano, el Perro, lo confesso, qui, ora, per la prima volta, ho tradito il mio comandante e ammiraglio, Ferdinando Magellano, nel più abietto dei modi…»

tale è l’incipit del romanzo di Gianluca Barbera dedicato alla colossale impresa del grande navigatore portoghese. Si tratta di un incipit severo e assai promettente che lascia intendere come non si sia in presenza soltanto di un romanzo o di una finzione quanto di un resoconto veritiero e rigoroso di una vicenda che ha cambiato il destino del mondo. Ovviamente il modello dell’autore è costituito dalla Relazione del primo viaggio intorno al mondo di Antonio Pigafetta, lo storiografo ufficiale dell’impresa di Magellano. E’ anche vero che successivamente il tono del libro da relazione oggettiva e senza concessioni alle possibili amplificazioni della narrazione, proprio grazie al gusto un po’ aspro del narratore per i particolari meno gradevoli del viaggio per mare, sarà mitigato e in parte smentito (« Ogni scritto mente un po’, e questo non fa eccezione. Molte cose che crediamo di descrivere in realtà le creiamo a mano a mano che le descriviamo. E tuttavia non rinuncerò al mio voto, persuaso come sono che in fondo le parole siano l’impronta delle cose, se non proprio le cose stesse» – p. 107) ma fin dall’inizio il racconto si prospetta come una narrazione vera di fatti veri non arricchita da quegli inutili abbellimenti retorici che contraddistinguono i resoconti finali di vicende esemplari. Il romanzo, infatti, intende fornire ai lettori interessati la cruda verità sulla navigazione di Magellano intorno al mondo e restituire l’atmosfera tra il disperato e l’entusiasmante che l’ha contraddistinta. E forse proprio questo rappresenta l’autentica dimensione romanzesca presente nel testo di Barbera… Il vero protagonista della narrazione, tuttavia, nonostante la prima persona narrante di Sebastián e nonostante il suo ruolo predominante nella ricostruzione delle vicende intervenute dalla partenza delle navi il 20 settembre 1519 da Sanlúcar de Barrameda al ritorno dei pochi sopravvissuti il 6 settembre 1522 al porto da cui avevano salpato, rimane la prepotente personalità di Ferdinando Magellano e la sua volontà disperata di compiere un’impresa fino ad allora mai neppure pensata fino in fondo da un essere umano. Nonostante le difficoltà le avversioni i boicottaggi e i sabotaggi umani e morali dei suoi avversari, Magellano insiste, tetragono e disperato nella sua convinzione di essere nel giusto, nel voler continuare il suo percorso alla ricerca di quello stretto che porterà il suo nome e che lo condurrà alla conquista dell’Oceano Pacifico, tagliando attraverso l’Oceano Atlantico senza circumnavigare l’Africa. Il suo sogno alla fine si realizzerà così come si era prospettato fin dall’inizio, nonostante la tormenta del dubbio quotidiano e l’angoscia dei giorni trascorsi ad attendere che si verifichi quanto si è sperato e che sembra allontanarsi sempre di più. Magellano, invece, non perde la fiducia nella mappa in cui ha individuato il passaggio a sudovest su cui ha deciso di puntare tutto l’asse della spedizione.

Magellano si rivela un personaggio – come si suol dire – bigger than life: la sua forza di volontà è strapotente. Anche la sua morte in battaglia sull’isola di Mactan mentre si batteva contro il re Silapulapu e le sue forze preponderanti mette in evidenza il suo coraggio e la sua volontà di realizzare in ogni modo ciò che riteneva giusto fare, di imporsi con la sua forza d’animo:

«Ormai riteneva di essere diventato esperto in vaticini e nell’interpretare i segni del Cielo. “E il latrare di quei cani come lo interpreta, mio signore?” domandò ancora l’astrologo. “Non sarà qualche cane rognoso a farmi desistere” disse piccato Magellano, che ormai pareva guardare con sospetto chiunque (e ce ne furono diversi) cercasse di trattenerlo. “Siamo a un passo dal risultato, e Dio è con noi, non lo vede? Vi sarete resi conto di quante conversioni abbiamo ottenuto senza spargere una goccia di sangue!”. Su questo aveva ragione. Quando si accorse che le scialuppe non potevano accostarsi a riva a sufficienza per scaricare bombarde, moschetti e balestre, nemmeno allora si preoccupò. E invece avrebbe dovuto. Con quelle armi sarebbe stato facile mettere in fuga i guerrieri che li attendevano sulle rive scuotendo gli scudi e lanciando grida feroci» (p. 192).

Magellano è convinto di combattere dalla parte di Dio e affronta la morte sicuro di essere dalla parte giusta. La sua uccisione in battaglia chiuderà una vita che è già leggenda nel momento in cui si svolge e le sue imprese troveranno un sigillo adeguato alla grandezza del loro svolgimento: il grande navigatore sarà vittima dei “selvaggi” che avrebbe voluto civilizzare (lo stesso avverrà per James Cook duecentocinquanta anni dopo, all’alba delle sue straordinarie scoperte nei mari del Sud). Costruendo pagina dopo pagina una narrazione avvincente (ed equilibrata nell’analisi delle luci e delle ombre) della vicenda del grande navigatore portoghese, Barbera riesce a dare il senso di un’impresa che ha reso l’epoca delle grandi scoperte geografiche una delle più significative della storia umana. Il suo libro dà un importante e soprattutto attento quanto godibile contributo alla sua ricostruzione storica e soprattutto umana.

 

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