SUL TAMBURO n.71: Giampaolo Simi, “La ragazza sbagliata”

Giampaolo Simi, La ragazza sbagliata, Palermo, Sellerio, 2016

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di Giuseppe Panella
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«E invece mi ritrovo ventitré anni dopo a scrivere ancora del caso Calamai e di quell’estate inquieta e volubile. Il 1993 sarebbe stato ricordato per un luglio ancora primaverile e un agosto tropicale. Fu un’estate a due facce, come il dio Giano che con i suoi due volti guarda verso il passato e scruta il futuro. Contro ogni pronostico Bill Clinton aveva mandato a casa Bush Senior. Internet e le inchieste di Mani Pulite facevano presagire l’alba di una nuova era. Pensavamo che molto presto l’Europa sarebbe stata forte e unita, non a caso mezzo mondo ballava la discomusic prodotta in Italia, in Germania o in Svezia. La realtà era diversa. Noi ballavamo sulla spiaggia, e intanto sotto i nostri piedi si riassestavano faglie profonde, facendo tremare l’Italia da Roma a Firenze a Milano. Oggi mi è chiaro: sotto la minaccia che tutto crollasse, niente cambiò nel senso in cui avevamo sperato. Mi è chiaro proprio mentre mi ritrovo da solo, in un appartamento ormai quasi vuoto, a scrivere quello che doveva diventare il mio libro sensazionale sul caso Calamai. Doveva. Perché si è trasformato nel racconto di come invece è stata la mia vita a crollare e a cambiare per sempre. In una settimana» (pp. 16-17).

La ragazza sbagliata, di conseguenza, non si presenta come un romanzo di fantapolitica, né un thriller, né un poliziesco di indagine su un delitto (come quelli che, erroneamente e banalmente, vengono etichettati come “gialli” dal colore di una copertina negli anni Venti del secolo scorso). Non è neppure un noir, anche ci si avvicina molto nell’impostazione. E’ una narrazione che si legge tutta d’un fiato ma non per questo si rassegna alla velocità di scrittura del genere o alla mancanza di approfondimento psicologico che spesso contraddistingue i romanzi d’azione. Simi punta non tanto (o soltanto dato l’argomento) sui colpi di scena o sulla spiegazione finale quanto sulla costruzione del personaggio principale Dario Corbo e sui suoi rapporti con quelli che incontra e con cui si confronta nel corso della vicenda.

Si tratta della sua famiglia (la moglie ormai disamorata, il figlio che lo disprezza e cerca di evitarlo) e i personaggi della vicenda delittuosa su cui ha ripreso a investigare a distanza di tanti anni (ventitré dall’evento criminale) come il padre della vittima, la madre, lo scultore nella cui villa è stato consumato il crimine e soprattutto la donna che era stata accusata e poi condannata per il delitto: la fascinosa Nora Beckford, la figlia dell’artista, che avrebbe ucciso Irene Calamai per questioni di stupida gelosia. Intorno ad essi ruota una galassia di personaggi minori ma preziosi per capire che cosa è davvero accaduto nel 1993, in Versilia, in un’estate torrida e apparentemente memorabile. Richiesto di scrivere un libro-verità sulla vicenda, oltretutto ben pagato dall’editore che spera di ricavarne un adeguato guadagno, Corbo si prova a riannodare le fila della vicenda e, dopo un buon numero di contrattempi, di errori, di inciampi, di colpi ricevuti e non ricambiati, di fatiche e di scalate, di indagini e di ripensamenti, riesce a ritrovare il filo nascosto della vicenda e a intuire da che parte va cercata la verità. Anche se il colpevole poi non sarà veramente punito, qualcuno saprà chi ha veramente ucciso Irene Calamai e perché. Tutto questo indagare e sbattersi per un libro di consumo che, alla fine, non sarà scritto:

«L’editore mi aveva chiesto un libro-verità sul caso Calamai. Dovevo esserci dentro anche io. I miei inizi da cronista di nera in provincia, nello strano periodo in cui gli anni Ottanta sembrarono non voler finire. Intanto i Novanta cominciavano, ma cominciavano a Berlino o a Seattle. La chiamano autofiction. Finire dentro la storia che racconti. Non importa se diventi parte in causa. Io ci sono finito dentro, dentro fino al collo, intorno alla mezzanotte fra domenica 14 e lunedì 15 agosto, quando ho salito il viottolo di asfalto screpolato verso la Scuda, senza preoccuparmi di schiantarmi contro qualcuno che stesse scendendo in direzione opposta» (p.362).

Ma Dario Corbo non vuole scrivere nessuna autofiction, non vuole raccontare niente che non sia la verità e, alla fine, come un eroe di Chandler o di La chiave di vetro di Hammett, si accorge che è molto peggio raccontarla piuttosto che lasciarla nel suo luogo segreto. La verità non è eterna ma cambia – dirà nella conferenza stampa convocata per annunciare il libro che dovrebbe scrivere e per comunicare possibili sviluppi del caso Calamai. La verità è mobile come la storia delle vicende che sono legate ad essa. La verità esiste ma è meglio lasciarla in fondo a un bidone coperta dalla calce viva dell’oblio. Nell’Italia dei misteri e della morte senza spiegazioni, nell’Italia senza certezza del diritto, nell’Italia della Mafia e della guerra contro lo Stato, la verità non ha luogo a procedere.

Ma la soggettività del protagonista, la sua consapevolezza del fallimento e della crisi, la caduta delle speranze di un tempo non si tramutano in facili cedimenti o in adesioni alla logica del più forte (o del più commerciale) ma lasciano intatti i valori di un tempo, oggi magari più incerti e confusi ma pur sempre reattivi e rilevanti. Come un eroe dei noir della tradizione classica del genere, Corbo si rimette in cammino e forse alla fine troverà quello che cerca.

Con questo libro teso e determinato, una “lama diritta” nel cuore della corruzione e del dolore, Simi scrive un’opera che fuoriesce dai confini-capestro del genere, pur rispettandone i tempi e i temi, componendo un ritratto duro e impietoso dell’Italia di oggi (e forse di sempre).

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