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SUL TAMBURO n.59: Emiliano Gucci, “Voi due senza di me”

Emiliano Gucci, Voi due senza di me, Milano, Feltrinelli, 2017

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di Giuseppe Panella

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Un bambino morto in circostanze misteriose osserva ciò che accade ai suoi genitori nel corso di vent’anni della loro vita e trova che poco o nulla è cambiato in essa. Sembra una variazione sul tema del Sesto senso (il film d’esordio di M. Night Shyamalan del 1999) o una ripresa di Amabili resti (romanzo di Alice Sebold del 2002, film di Peter Jackson nel 2009). Ma le cose non stanno così.

Il punto di vista del bambino non è l’unico a costituirsi come l’angolazione del romanzo di Gucci: lo sguardo dall’alto viene spesso sostituito e si intreccia con quello dei due protagonisti Michele e Marta. I punti di vista, quindi, alla fine risultano tre: quello del bambino defunto che non ha nome e che risulta senza età registrabile, quello dell’uomo il cui tentativo di recupero sentimentale con Marta viene descritto nella prima parte del romanzo, quello della donna che cerca di ritrovare l’uomo che ha perso come compagno di una vita insieme al bambino scomparso.

Tra i due protagonisti si apre uno iato legato all’incidente in cui il loro figlioletto è morto: non si saprà mai, infatti, se è perito vittima di un incidente dovuto a trascuratezza o goffaggine della mamma oppure sia stata lei a mettere fine alla vita del suo bambino in un momento di aberrazione e di perdita di senso. Il rapporto tra i due innamorati si interromperà in quel momento e non verrà più recuperato anche successivamente – inoltre sulle spalle della madre rimarrà sempre a pesare il dubbio che sia stata proprio lei a far morire il proprio figlio (così infatti il paese in cui abitavano interpreterà la vicenda condannando la mamma all’infamia del delitto volontario).

Il romanzo di Gucci, allora, non è la descrizione-testimonianza su un delitto (reale o immaginario che sia stato) ma è un tentativo di descrivere due diverse psicologie amorose: quella dell’uomo che cerca di ritrovare un paradiso perduto con la morte del bambino e quella dell’abbandono femminile che pensa di poter ricostruire quell’armonia perduta che pure aveva rifiutato di ricomporre dieci anni prima. L’amore coniugato al maschile si afferma come volontà di futuro, di costruzione di nuovi percorsi di vita, mentre il rimpianto e l’auto-affermazione femminile, invece, è ripiegato sul passato, nel tentativo di riscattarne i luoghi oscuri, le ambiguità e il dolore bruciante. Se nella prima parte del romanzo predomina la dimensione dell’azzurro (il cielo limpido e sereno che rende Firenze una città di sogno, toccata dalla bellezza, resa nitida e vivibile dai contorni definiti e impassibili del suo presente che si mescola al suo passato senza confonderlo e violarlo), nella seconda è il bianco della neve (che comunica il senso dell’oblio) a predominare.

Se nella prima parte è primavera e ancora è tutto possibile, nella luce abbagliante del mattino che prelude al “grande meriggio” della vita, nella seconda, invece, la neve si avvia a ricoprire tutto, i ricordi, le sofferenze, le gioie, i piaceri condivisi, in sostanza,“i vivi e i morti” (e l’allusione-citazione dei Morti di James Joyce diventa irresistibile in tutta la sua forza rammemorante ed evocativa). Gucci si espone, si rivela, gioca tutte le sue possibilità narrative a livello di stile, forzando il pedale dell’allusione, utilizzando una tecnica espositiva che cerca di nascondere e mescolare invece che rivelare ciò che forse non può essere mostrato senza impoverirlo.

La vicenda raccontata non meriterebbe, infatti, il ruolo che riveste nell’architettura narrativa del libro se non fosse retta da un prodigioso sforzo stilistico che rende lucidi ed espliciti i pensieri, i passaggi mentali, i desideri, i sogni e i piaceri segreti dei protagonisti. Ciò che è accaduto è sprofondato nei limbi translucidi della mente profonda – ciò che conta è il modo in cui i processi mentali e sentimentali emergono e si addentrano in un paesaggio che apparentemente non nasconde segreti (il centro antico e semprenuovo di Firenze, la campagna che circonda il capoluogo toscano, i borghi antichi dove il tempo sembra essersi fermato per lasciare spazio a una vita tutta uguale e sempre in movimento).

Gucci privilegia un linguaggio paratattico e lineare, senza ambiguità linguistiche (preferendo limitarsi alle allusioni e alle ellissi narrative per suggerire il tono sospeso che da sempre contraddistingue la sua scrittura), pronto a descrivere minutamente senza stancarsi di un realismo che è fatto di sfumature, di nuances, piuttosto che di esibizioni verbali o di descrizioni troppo luccicanti di colori e di suoni:

«Lei cammina nella neve. E’ finito tutto. Cammina e mastica fiele, tanto che le viene da sputare e pensa che non saprebbe farlo, si sbaverebbe addosso, sul cappotto, farebbe il filo come i vecchi, come i bambini. Non vede dove va, non riconosce i contorni delle strade: tutto arrotondato, trasformato dal bianco. Si toglie il berretto, lascia che la neve gelida le cada in testa e la rinfranca il contatto con le orecchie, il brivido che la scuote fino alle unghie. E’ finito tutto. Il piano, l’orgoglio, la forza, le congetture, tutto quel tempo andato per pensare e rimuginare, tutte le forze investite all’idea di questo incontro, le ansie che l’hanno straziata e le speranze che scintillavano nel buio, la possibilità che segretamente sperava di riaccendere. Non accadrà niente, si diceva, tutto rimarrà tale e quale, sarà soltanto bello rivedersi e forse adesso non pensa più neanche questo, avverte il disagio, la pesantezza, si rivede vecchia e brutta muoversi male in quello spazio che per lui sembrava tagliato su misura e si trova patetica e piccina, sciocca, disperata e sola, e pensa di avergli fatto pena e questa cosa le fa scoppiare lo stomaco (p. 153).

I pensieri a ritroso di Marta nella neve ne scandisce il passaggio verso una fase sconosciuta della vita che implica il taglio netto con il passato e che il suo tentativo disperato di ricongiunzione con quello che ha rappresentato non è stato in grado di evitare. E, allora, il romanzo di Gucci si rovescia in una descrizione straziata e straziante della lotta contro e con il Tempo, nemico della vita e dell’amore, eppure unico elemento esistenziale in grado di curare il dolore con la forza emolliente del desiderio di durare e di continuare, il solo stimolo assoluto che non conosce sconfitte né scacchi.

Tutto cambia e niente si rivela diverso: l’amore si manifesta come la forza che trasforma gli esseri umani, li fa crescere e moltiplicarsi ma non li conforta del loro destino; gli permette di guardarsi allo specchio per conoscersi e accettare la propria sconfitta esistenziale che in questo modo non brucia ma consola e lenisce proprio perché accomuna tutti, “i vivi come i morti”.

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