Paolo Codazzi, Il pittore di ex-voto, Napoli, Tullio Pironti Editore, 2017

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di Giuseppe Panella

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Il fortunato salvataggio e il destino felice del marinaio Tommaso Ferrando, naufragato con il piroscafo “Perugia” nell’Oceano Pacifico nel 1904, campisce sulla copertina di questo nuovo romanzo di Paolo Codazzi (che sostituisce quasi totalmente il precedente Il destino delle nuvole del 2010 che pur narra una storia analoga a quella presente nelle pagine di Il pittore di ex-voto).

L’ex-voto è di solito una tavoletta di legno su cui pittori di non grande qualità innovativa dal punto di vista artistico (o più prosaicamente degli efficaci realizzatori di croste) ma molto abili nell’immedesimarsi nel pathos dell’evento rappresentato e nel renderlo efficacemente.

Il pregio di un pittore di ex-voto non era la sperimentazione pittorica che porta a compimento né la resa mimetica dell’opera né la fedeltà al soggetto ma la sua capacità di mostrare la fede di chi ha ordinato il quadretto e la forza miracolosa e inarrestabile della divinità che ha permesso al miracolato di sopravvivere. E’ la fede, quindi, a sostenere il quadro, non la verità – chi ordina l’ex-voto per dimostrare riconoscenza e devozione alla Madonna o ai Santi autori e intercessori del fatto miracoloso non lo fa per realizzare un'(improbabile) opera d’arte ma per testimoniare che “lassù Qualcuno lo ama” e che è sceso sulla terra per salvarlo da morte sicura (o dalla perdita di arti, mani, piedi, braccia compromessi da incidenti del più vario tipo e livello). Inoltre la dipintura del fatto miracoloso permette di porre in bella evidenza la predilezione del santo o della Madonna autore/ ice del salvataggio nei confronti del loro devoto diletto e salvato per la sua devozione precedentemente dimostrata (come riferiva Michele Rak in una conferenza da me ascoltata nel 1982 e che costituiva la presentazione molto articolata di un grosso libro, Per grazia ricevuta. Le tavolette dipinte ex voto per il santuario della Madonna dell’Arco, Napoli, CST Cooperativa editrice, 1983, in cui analizzava la semantica della rappresentazione votiva).

Dunque: il pittore di ex-voto non è un artista ma un mediatore tra due mondi: quello umano, terreno e fragile e quello divino in cui la logica scientifica è sospesa a favore della fede e in cui accadono continuamente fatti miracolosi e incomprensibili per la ragione degli uomini.

Nel romanzo di Paolo Codazzi, il pittore di ex-voto è Luca, un ragazzo malato di distrofia muscolare, assistito amorosamente dalla madre e ospite della Casa Firenze, un collegio per ragazzi difficili o che vivono situazioni di disagio familiare (uno dei protagonisti del libro, Fulvio, ha un padre in fuga per una serie di uccisioni commesse durante la guerra civile seguita alla caduta del fascismo e la dimensione familiare per lui è diventata difficile da vivere serenamente). Luca riacquista la disponibilità motoria per effetto di una apparente sciagura (il morso di una vipera) e si innamora della sua insegnante di matematica, Lucia, e la sposa. La donna però morirà prima di lui (era comunque più anziana dell’uomo di diversi anni) e Luca resterà solo a dipingere i suoi ex-voto e a osservare il corso di quelle nuvole che il suo amico Fulvio cercherà sempre di riportare ai suoi algoritmi statistici per la previsione del tempo. A Fulvio appassionato di studi matematici darà un senso di dispetto il misticismo di sua madre Teresa che aveva voluto far dipingere un ex-voto con la visione dell’incidente stradale in cui avrebbe dovuto morire (e da cui, secondo la mamma, sarebbe stato salvato per intercessione della Madonna di Montenero). Recatosi nel Santuario livornese a ritirare la tavoletta, nascondendola in una borsa di plastica, sarà coinvolto in un secondo incidente da cui pure in questo caso scamperà per caso (o intercessione divina). Deciderà quindi che l’ex-voto vada riportato dove era stato collocato la prima volta perché il destino aveva voluto così.

In un intrecciarsi di incontri destinati a evolvere per tutta la vita, in un vorticoso inseguirsi di amicizie e di casi fortunati, il romanzo di Codazzi mostra la natura profonda dell’operazione romanzesca: mostrare il destino di ciò che apparentemente non ne ha, trovare un senso in ciò che l’ha perso o non l’ha mai avuto.

«I suoi pensieri si posavano apparentemente ignari, al pari di mosche catturate da una seducente quanto letale carta moschicida, sull’impervio territorio di recenti elaborazioni geometriche nelle quali egli aveva arbitrariamente trasferito due celebrate questioni filosofiche se non addirittura insolubili paradossi, associandole per puro ludico piacere intellettuale nel tentativo cartesiano di conferirgli dignità filosofica così come fin dall’antichità era stato attribuito alla matematica; e in una certa misura riuscendoci, a suo modo di vedere, ma scoprendo tuttavia una nuova controversia del tutto imprevedibile per quanto gradita alle sue riflessioni, spesso diverse e contrarie all’indole media di un matematico riluttante a trasferire nell’introspezione gli arnesi del proprio sapere evitando o fingendo di ignorare i quesiti ontologici o comunque le ipotesi non rappresentabili con formule definite» (pp. 83-84).

La peculiare scrittura di Codazzi, intessuta di periodi lunghissimi e fortemente articolati che si inseguono come in un crescendo musicale e si susseguono in una ben orchestrata rete di rimandi narrativi, permette di affrontare all’interno del romanzo nodi teoretici ed epistemologici che altrimenti ne rimarrebbero fuori e non potrebbero alimentarne l’intensità affabulatrice.

Nel Pittore di ex-voto, l’idea di destino (delle nuvole come pure quello degli esseri umani) è legato all’impossibilità del loro completo svelamento, della loro decrittazione totale: l’inseguirsi dei cirri e dei cumuli nel cielo è legato ad incognite mai completamente ricostruibili così come gli eventi delle vite umane riluttano ad essere compiutamente spiegati e armonizzati. Resta sempre un margine insondato, “un anello che non tiene” – e qui si inserisce la volontà e il desiderio di chi scrive di riuscire a trovare uno spazio interpretativo, un ruolo per la ricerca delle cause, uno spazio per la filosofia e per la vita.

Capire quali siano le possibilità dell’esistenza e compararle con gli algoritmi della scienza è forse il compito della ricerca astratta, purificata dai residui della soggettività ma è pur sempre vero che quella soggettività che viene cacciata dalla porta rientrerà sempre dalla finestra. Se la necessità regna sovrana nelle cose del mondo, il caso rivendica poi, marcatamente, decisamente, ossessivamente il proprio ruolo. Capire che l’alternarsi di queste due categorie centrali all’interno del pensiero umano è la sostanza del ritmo incessante e infinito dell’universo è il compito di chi non si rassegna ad essere un “burattino dell’anima” ma è e vuole essere il più possibile padrone di un destino che, se non è completamente opera sua, è pur sempre frutto delle sue scelte più forti e più mature: se “la vita è un sogno”, chi continua a sognarla non potrà mai fare a meno di darne un’interpretazione…

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