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SUL TAMBURO n.51: Marino Magliani, “Carlos Paz e altre mitologie private”

Marino Magliani, Carlos Paz e altre mitologie private, Genova, Amos Edizioni, 2016

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di Giuseppe Panella

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Più che di mitologie private sono in questione, in questa raccolta di racconti, i sogni e le aspirazioni letterarie di Marino Magliani. Molti dei testi contenuti in questo suo libro che è quasi una sintesi dei suoi temi maggiori e delle sue aspirazioni letterarie più forti sono riflessioni sull’arte dello scrivere, divagazioni poetiche sulla vita e le sue difficoltà maggiori, progetti di ulteriori romanzi.

E’ noto (e comprovato anche da prestigiosi riconoscimenti ottenuti negli ultimi anni) che il tema che maggiormente mette alla prova la mente narrativa di Magliani è quello dell’esilio (letterale e letterario insieme). Perché Magliani è uno scrittore per vocazione ma ha potuto estrinsecarla e metterla in valore solo fuori dal suo terreno naturale di coltura (la Liguria rocciosa e spesso abbandonata del territorio di Imperia) e ha dovuto trapiantarla in terre straniere e più o meno accoglienti (l’Argentina la Spagna la Germania IJmuiden vicino ad Amsterdam dove vive attualmente e dove preferibilmente lavora e produce letteratura).

Per questo motivo, Villa Carlos Paz in Argentina rappresenta il luogo del dislocamento assoluto e, infatti, proprio nel racconto con questo titolo, l’Io narrante vive le sue stesse esperienze di estraneamento assoluto e di doloroso quanto necessario trapianto di sé in un corpo estraneo e spesso ostile, un trapianto che però non è solo una mutilazione di sé ma anche un arricchimento poderoso della propria soggettività. I viaggi, la morte si potrebbe dire, parafrasando il titolo di una raccolta di saggi di Gadda: i viaggi sono l’anticamera, la prefigurazione della morte e quest’ultima consiste nella rarefazione della vita. La scrittura rende conto di questo processo: la sabbia, la povere, i residui solidi eppure volatili di cui si nutre il primo testo del libro ne è metafora chiarificatrice e illuminante.

Si tratta della sabbia che rimane e si accumula dopo le attività di rimozione dei pavimenti di vecchie case da ristrutturare (come si legge, infatti, nel racconto intitolato Sabbia) ovvero dello scavo linguistico e dal lavoro diuturno sulle parole che è, in Magliani, l’essenza della scrittura, il suo scarto semantico, il residuo poetico dell’operazione narrativa.

«Tuttavia, vedere le piante del bosco sradicate dal vento e tutte quelle fosse, come le gengive nude nel palato di un vecchio, e scoprire che le fondamenta delle case poggiano direttamente sulla sabbia, i fiori e la verdura e i bambini che giocano e crescono nella sabbia, e tutto ciò che rotola al mare era perché era sabbia, tutto questo non lo preoccupava più. Non riusciva più a scriverlo, ma neanche questa cosa lo preoccupava più- Forse – restava forse altro? – si poteva sempre scrivere che non si poteva scrivere. Farlo e rifarlo e ascoltarlo da altri, da Walser e da Melville, come faceva la sabbia che ascoltava sempre un altro mare. Come si comincia a tornare a una valle fin da quando si parte, aveva imparato il giorno in cui se n’era andato» (p. 22).

Scrivere significa cercare a fondo e con cura al di sotto dello strato superficiale della realtà e farne emergere ciò che vi è nascosto. In questo modo, lo scrittore potrà farne risaltare ciò che è significativo o che può diventarlo nella sua ottica di ricerca letteraria: la sua poeticità, il suo mistero, la sua rappresentazione di pensieri e sentimenti.

Anche in Carlos Paz – che vive, come si è detto, quale rappresentazione dell’esilio e della dislocazione della soggettività – l’Io narrante macina con la scrittura l’amaro sale della dispersione umana, dell’impossibilità a trovare un luogo, a vivere, nel tempo, la volontaria fuoriuscita da esso:

«Durante le ultime stagioni a Mondovì e poi quando tornai definitivamente a casa, successero cose strane. A volte, metti che volessi andare verso la campagna del Pozzo, mi ritrovavo in quella di Robavilla, e cose del genere. Così un giorno mia madre mi portò dal dottore. ‘Sto ragazzo dice che va in un posto e si trova nell’altro, dice che a volte sono le due e se guarda l’orologio sono le tre, ma se gli chiedo cos’ha fatto dalle due alle tre non me lo sa dire, dice che va al Pozzo e invece va a Robavilla. Il dottore fece alcuni nomi difficili, parlò di una riga di io narrativi, poi preparò il conto e mia madre pagò» (p. 28).

L’esilio, lo sradicamento, la moltiplicazione dell’Io sono il prezzo da pagare per vivere l’esperienza della letteratura come vita in attività, non come passiva e mera compilazione di fogli bianchi.

E’ la deriva della scrittura che si trasforma in un vagabondaggio senza fine e senza meta, alla ricerca di un Luogo nel quale mettere quelle radici che sono state sradicate dall’esperienza nomadica e che ormai non si possono ritrovare neppure in Liguria dove la roccia e l’ulivo potrebbero permettergli di abbarbicarsi a qualcosa di più duraturo. Ma neppure la loro presenza può bastare e tutto quel che rimane del passato viene ridotto a frammenti sempre più minuscoli (la vita le opere il desiderio i viaggi il sesso) nel congegno trita-rifiuti che compare in un altro racconto, Spazzatura, anch’esso metafora straziata e mortale (molto simile alla macchina della tortura di un celebre racconto di Kafka) della ricerca letteraria e della modalità di scrittura di Magliani.

In quel racconto tutto di ambientazione olandese, le parole sono viste come forme residuali della vita, come un’esistenza di risulta, come il recupero di ciò che è andato forse perduto ma non per sempre e che bisogna trasformare, non distruggere definitivamente:

«Tradurre è lavorare con le cose raccolte da altri, le cose che uno ha deciso di non gettare sono le cose che anche il traduttore è costretto a tenere. Una storia per cui tutti potranno dire: oh, ecco cosa fa l’uomo che il mattino esce con la spazzatura. […] Ora devono saperlo che sono uno di loro, sono uno che aspetta, e la storia che esce sull’antologia e poi sul giornale racconta questi vent’anni di sabbia e pazienza. Così chi leggerà crederà che tutta questa sabbia sia la memoria, ma questo non lo vorrei, non corrisponde a verità, uno non scrive certe cose perché le sente ma perché ha davanti un video e le parole si fermano, a volte casualmente, bloccano qualcosa. Il programma è incredibile, mostra consonanti e vocali da ogni lato, in 3D, in riga, sparpagliate, mostra una sola lettera e le altre dietro, tutte ben nascoste dalla prima lettera, e dall’ultima se giro la parola. Sapete che vista da una posizione anziché dall’altra la parola è diversa? A volte è un sinonimo, altre cambia anche il significato. E’ l’ordine delle parole che fa il suo lavoro, una ruota, ogni tanto salta un dente, e lì ecco, è quando subentra la memoria. Lei rimette a posto i meccanismi del nastro. E quando ha fatto il suo lavoro bisogna gettarla, non serve più, non si tiene la memoria ammucchiata in un luogo, non è conservabile, si può riutilizzare ma ogni volta bisogna cercarla come se fosse la prima volta» (pp. 64-65).

La distruzione del linguaggio quotidiano, delle parole usate per attraversare intatti e forse vincenti la dimensione della “chiacchiera” è il viatico necessario per giungere al centro del progetto di scrittura di Magliani. “Bisogna comprimere la spazzatura per farla entrare nel fungo” (p. 65). – scrive più avanti nel corso della narrazione. Bisogna ridurre e schiacciare tutte le parole possibili per trasformarle in qualcosa di vero e di autenticamente poetico anche se per farlo bisogna passare attraverso il deserto di sabbia dell’esilio, il momento della verità nel corpo a corpo con la memoria prima che diventi oblio, la necessità di confrontarsi con la continua deriva della dimensione verbale.

Carlos Paz e altre mitologie private rappresenta questo tentativo di lotta contro l’entropia (la sabbia, la spazzatura, l’oblio, la morte) che si presenta alla fine con i caratteri della poesia: il racconto si stempera in dolore e nostalgia, la narrazione si fa sospensione nel presente, il ricordo si staglia sulla tela di fondo del presente eterno del Tempo ritrovato, la vita si congela in parole uniche e preziose e così facendo si salva e si inorgoglisce in uno sforzo sempre più riuscito e assolutizzante. La parola, recuperata dalla “spazzatura” a costo di sacrifici e ripensamenti, si colloca oltre “la pozzanghera” dell’Oceano e si redime come un sogno sognato dallo “spirito della narrazione”. Il dio Thot la accompagna nella sua versione scritta.

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