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SUL TAMBURO n.33: Mario Quattrucci, “Ogni giorno è quel giorno””

Mario Quattrucci, Ogni giorno è quel giorno. Versi, Torino, Robin, 2015

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di Giuseppe Panella

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Memoria / non è peccato fin che giova. Dopo / è letargo di talpe, abiezione / che funghisce su di sé (Eugenio Montale, La bufera) – è una delle quattro epigrafi che campiscono con nitore e secchezza espressiva sulla prima pagine del libro di Mario Quattrucci. Politico militante degli anni d’oro del Pci, operatore culturale (è Presidente del Premio Feronia Città di Fiano fin dalla sua fondazione), poeta e noto come il creatore della serie poliziesca legata alla Roma del commissario Marè (almeno dieci volumi ma potrei sbagliare il conto), il poeta romano si conferma autore duttile e capace di modulare tutte le gamme della scrittura lirica.

Ne è conferma questa sua ultima raccolta di poesie dove allo sperimentalismo delle poesie “in forma di rosa” (in un incontro-scontro-confronto con Pasolini) si mescola il lirismo della tradizione italiana e la capacità di legare “memoria e desiderio” (per citare solo di sfuggita Eliot).

Il poeta Quattrucci è scabro come una pietra pomice (quella del libellum di Catullo) e i suoi versi sono pervasi, da un lato, dalla nostalgia per un passato che è già trascorso e talvolta invano, dall’altro da una consapevole accettazione di un presente che non piace ma che pure bisogna prendere in considerazione e che è necessario, in qualche modo, accettare.

Ogni giorno può essere decisivo per capire ciò che sta accadendo ma quel giorno sarà sempre un altro giorno rispetto alla quotidianità, nell’attesa che avvenga il Cambiamento, la Rivoluzione, la Trasformazione cui si aspira. Non si tratta soltanto di una mutazione di taglio politico (anche se essa sarebbe essenziale) ma di un salto di qualità esistenziale. La poesia di Quattrucci vuole scendere in profondità in quell’abisso che è costituito dal rapporto tra felicità individuale (spesso raggiunta) e infelicità generale (e ancora vigente e ancora acquisita).

«solo ricordi // mi diventano righe e vanno a capo… / come riapparsi in sogno. / e come su uno schermo / (quel bianco della mente) / s’accampano memorie / di luoghi e fatti e come niente / sentimenti perfino … // e anime e persone e intermittenze / (e sebbene scordato) / che chiamano cuore» (p. 25).

Tutto esiste per arrivare ad essere una riga (i ricordi la vita i sogni l’amore); in questo continuo riapparire del passato per beneficiare della propria potenza espressiva e costitutiva (e per continuare ad esistere come sogni della mente) si consuma la verità e la persistenza superstite degli eventi accaduti e realizzatisi nel tempo che è già trascorso apparentemente invano. La scrittura consacra questa epifania di ciò che è accaduto e, nello stesso tempo, la invera come immagine nuova, originale, inaudita o inespressa. La scrittura salva il giorno e lo rende quel giorno.

Quattrucci ha nostalgia del passato ma non teme il presente, si misura con esso, lo ricerca come un sogno lasciato a metà o un progetto di vita ambizioso e difficile. I suoi versi si rincorrono come pietre che rotolano e che si moltiplicano fino a formare una pioggia inestricabile di significanti che solo alla fine si riconoscono nei propri significati.

«[ancòra] solo ciò che perdura. (e qui il crepuscolo che invioletta / i vetri? il cielo che si ripiega a stingere / il rosso dele mura? ), ma non risuona (più – ancora) / la frattura il battito. tornano dopo un’era i nomi / i rumori dei passi tutto è fuori / della definizione cieco alla teoria perso nel bollore / della vita. e sia (se poi la vita è un ardere). ma nulla / s’infutura se la scure al ceppo alla radice / e multipla non si pone la distesa mano / se non misuri il meno il senza il divenuto / inutile lo sguardo perso nello specchio / o il pianto riversato: assilla la domanda inquieta. / inutile il sussurro rapido di labbra / nei consessi né i gridi né torna il verso / del concetto nudo stilo dell’intelletto pratico / prodotto dell’uno analizzante e del plurale moto. // solo ciò che perdura. opporre al dato nuova / negazione e norma che sa la negazione forma / che è necessità ma non è bastante / (l’essenza è nell’insieme dei rapporti eccetera…) / ed invariante in tempi di rovesci. mercificati. // solo ciò che perdura. ed un pensare acuto / che torni a interpretarlo questo astuto mondo / e con pazienza ancora grado a grado / il movimento in re che gli ordini trasmuta» (pp. 124-125).

Si tratta di un poemetto in ricordo di Gramsci (e, di conseguenza, a lui dedicato) e quello sopra citato ne è il primo movimento. Il moltiplicarsi dei movimenti verbali si innesta su un unico “ceppo” e scandisce il passaggio dalle impressioni spazio-temporali al progetto di finalizzazione lirica che dovrebbe alludere alla conoscenza di una possibile verità (“ciò che perdura”).

Il più della conoscenza è legato al meno di ciò che viene scartato dopo essere stato accettato e esaminato – la verità emerge da questo esame e da questo scarto che poi rifluisce nel vissuto e si fa sostanza di un progetto di vita che è, però, sempre “fuori della definizione cieco alla teoria”…

In realtà, per Quattrucci, la poesia è ciò che fuoriesce dall’orizzonte della teoria perché appartiene all’orizzonte della vita, a ciò che avviene nel mondo e si consuma nell’attesa di quel giorno ma proprio per questo appare indispensabile e unico e non può essere ricondotto dentro le gabbie necessarie del pensiero. Il suo ricorso continuo e scandito ritmicamente da deissi temporali che si rifanno al ricordo di un passato che non torna lo rende capace di articolare e di tendere la sua scrittura fino all’estremo di una rievocazione che attinge al desiderio di cogliere la verità che la teoria non riesce mai a dare compiutamente. Quel giorno è ciò che non si può ripetere ma che tutte le volte che viene ricordato produce lo stesso scatto etico e lo stesso sentimento di rimpianto, la stessa passione che ritorna, lo stesso pianto interiore che non si tiene:

«il mare di luglio dal giorno alla sera / – quel mare di Ostia intorbidito / sempre in movimento – /(e Mina alla radio Il cielo in una stanza) / era la nostra estate allo scontento. / un vento tiepido, a volte di scirocco; / altre di libeccio. il sole infuriava / sulla sabbia scura. mia madre leggeva / Lo scialo sotto l’ombrellone. // il treno della Stefer mi portò quel giorno / a Porta San Paolo in cuore alla protesta: / gli olimpionici cavalli dei D’Inzeo / e le jeep della Celere nere / infuriarono quel giorno fino a sera» (p. 28).

Per Quattrucci, forse, la poesia è il modo di permettere al ricordo di rifluire e di riemergere per salvare se stesso e la sua verità di modo che ogni giorno sia possibile continuare a vivere senza ripensamenti e rimpianti la bellezza di ciò che il mondo offre a chi sa interpretarlo e salvaguardarne la dimensione più autentica. Se ogni giorno è quel giorno, la poesia e la scrittura sono lo strumento adatto a salvarne la possibilità di rimanere integro e a salvaguardarne la durata nel futuro.

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