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“Soffio interrotto” di Fabio D’Aprile. Recensione di Giuseppe Panella

soffio-interrotto

 

 di Giuseppe Panella

 

 

L’opera prima del giovanissimo Fabio D’Aprile (è nato a Conversano nel 1983) è un testo di poesia in prosa che aspira alla natura compiuta di poemetto. In esso, come in ogni opera che vuole presentarsi con un giro di boa compiuto, le parole si inseguono con rapidità e con sospetto. Parole sanguinose, sintagmi dolorosi che consumano l’arco di una notte e che mettono in conflitto feroce un’Anima con tutta la serie dei suoi possibili interlocutori: la Sibilla, il Nome, la Madre – altrettante figurazioni esterne che servono a costituire il panorama interiore della voce narrante, a dargli cioè la possibilità di palesarsi come soggettività che si rimette in gioco e si espone al gioco dei rimpianti e delle recriminazioni. Tutta giocata all’interno di una “notte oscura”, eterna come lo è sempre l’approssimarsi della dimensione del mistico alla sua verifica spirituale, il personaggio che così si confessa, che parla e affabula forsennatamente di sé e del suo orizzonte di destino si proietta alla ricerca di una soluzione alla sua impossibilità di esistere. La sua ultima chance, allora, si giocherà a livello di parola e di sogno, di grido rabbioso e di riflessione accorata sul destino comune:

 

«Comprendo la tua impazienza, è inutile continuare ad annoiarti con riflessioni preliminari – non le conosciamo più, siamo solo pronti a tuffarci nella perfetta dizione di verità assolute. Ti interessa il vivo della storia, vedere quali sagome si illumineranno sulla scena, cosa faranno, chi piangerà e chi da ultimo ne uscirà vincitore. E non negare che già ti sale un leggero prurito per gli aspetti più reconditi della mia psiche: cercare di capire se è un complesso di Edipo piuttosto che un trauma, magari la mancata elaborazione di un lutto, a muovere la mia confessione. E’ quasi naturale che, tra i tanti motivi per cui si decide di sfogliare un libro, ci sia la curiosità di indovinare la strada della mano che ha impugnato la penna. Molte volte anch’io sono stato preso da quell’impietoso delirio di onniscienza che ti porta a presumere di aver indovinato tutto. Perché dovrei aspettarmi sorte migliore?» (p. 10).

 

La confessione continua e si trasforma in dialoghi con le voci che emergono dal buio: l’Anima si confronta con la Sibilla nell’antro di Cuma (profondità dello spirito che non conosce fondo o fine); sempre l’Anima cerca la configurazione esatta del Nome in un dibattito sulla natura umana e la sua vocazione eterna alla finzione, al dolore e all’autodistruzione insensata delle proprie possibilità di essere felice; infine, la Sibilla, il Nome, l’Anima si riflettono e si rovesciano in una finale epifania de senso in cui una Madre e un Figlio si ritrovano sulla liceità del vivere e del dare la vita invano.

Flusso ininterrotto di parole, questo poema lirico fatto di interrogazioni e di grida, di domande insensate e di risposte impossibili, cerca di aggredire al cuore la natura stessa del Logos occidentale, di confutare la verità e la qualità dell’azione dello scrivere come necessità intrinseca al poter vivere.

L’Anima e la Sibilla si scontrano su questo tema e, nel momento in cui concordano sull’inutilità che concorre alla sua negazione per riscontrarne la futile velleità di chi si consuma nello spazio inerte e impossibile della pagina, in realtà, ne propongono un’ulteriore rivendicazione. D’Aprile si consacra all’inutile gesto di raccontarsi proprio perché sa che non gli resta altro da fare. Gli alter ego che si succedono sulla scena esausta e lampeggiante della sua scrittura sono altrettanti bagliori di un crepuscolo che conduce soltanto al buio definitivo.

 

«… (come scegliere ora le tue tra le miriadi, la variazioni di tono melodia e canto, senza dar fastidio agli accademici depauperati detentori del gusto pubblico. Basta scegliere una parola sbagliata e sei finito. Ti chiuderanno per sempre la bocca, ti umilieranno sottolineando con la loro matita rossa, che si passano in eredità di secolo in secolo marcio, ogni pensiero improprio. Odio l’usata poesia: concede / comoda al vulgo i flosci fianchi e senza / palpiti sotto i consueti amplessi / stendesi e dorme… Puoi dargli torto? » (p. 25).

 

In questo suo strenuo tentativo di ridare vitalità alle parole fin troppo estenuate della tradizione optando per le grida di dolore o di rabbia che strangolano in gola le frasi fatte della poesia di sempre e vorrebbero sostituirle con altre radicalmente opposte e non conciliabili con esse, D’Aprile propone il suo ideale di scrittura come soffio interrotto, la capacità (se ne deduce) di continuare a raccontarsi (nonostante le difficoltà di vivere e di accettare le contraddizioni dell’esistenza) alla ricerca della prospettiva di una lirica estrema che si brucia nel momento stesso in cui si espone alla valanga di oblio del Tempo.                                                                    

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Fabio D’Aprile (Conversano, 1983), reduce alla vita di un piccolo paese della provincia del capoluogo pugliese. Conseguita la maturità classica presso il Liceo Classico “Galileo Galilei” di Monopoli, prosegue i suoi studi iscrivendosi alla Facoltà di Lettere e Filosofia, prima presso l’Università degli Studi di Bari ed oggi presso quella di Urbino. Scaraventato fuori dall’orbita del possesso, privato di ogni vincolo di sangue con quello che credeva gli appartenesse, si finge viscerale creatore d’ordigni al fondo torbido.

 

 

[Fabio D’Aprile, Soffio interrotto, Novi Ligure (Alessandria), Edizioni Joker, 2007, pp.64, € 10]

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