L’altro giorno ho terminato la lettura di Ritratto di signora, romanzo di Henry James (1843-1916). Scrittore “aristocratico”: tecnica e forma di  altissimo livello, anche se non di mio gusto.

Il tema del romanzo è la consapevolezza del contrasto tra l’ingenua America e la sofisticata Europa, con annesso l’insolubile problema su quale dei due elementi sia quello seduttivo e quale venga invece sedotto.

Ogni cosa nel romanzo è presentata attraverso ciò che vedono e sentono i personaggi. La protagonista, Isabel Archer, è una sorta di personaggio pirandelliano in cerca di “trama”. Forse, ella è stata creata appunto per essere il ritratto e non l’eroina che “agisce”.

(Ho letto da qualche parte che la vista di una persona o di persone offriva a Henry James il <<motivo>>: stava poi in lui inventare le <<giuste relazioni>> che avrebbero dato risalto ai caratteri.)

Ancora, nel romanzo il narratore è molto ingombrante, poco allusivo. Spesso egli prende direttamente la parola e ci ricorda che noi siamo i lettori e lui il narratore. Ciò mi infastidiva enormemente.

In breve, romanzo raro, sottile, nevrotico. In Henry James il gusto per tutto ciò che del mondo è parvenza, viene dominato da un’angosciosa ricerca di oggettività. Ma non si tratta d’una oggettività naturalistica, bensì di oggettività metafisica: e quindi ogni espressione, ogni periodo sembrano risolti in formule chiuse, simboliche, di cui è necessario penetrare faticosamente il significato.

A cotesta maniera stilistica nella quale il pensiero e le immagini vanno lentamente distruggendosi non si può resistere, anche se, in tutta onesta sono passato, senza soluzione di continuità, da momenti di noia a lampi di esaltazione.

f.s.