Oltre l’ideologia: un dialogo (possibile) con Lukács

Oltre l’ideologia: un dialogo (possibile) con Lukács

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di Alex Bardascino

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Che György Lukács sia uno dei più influenti critici e pensatori del XX secolo non è affatto una novità; stupisce dunque il fatto che in Italia la pubblicazione delle sue opere sia stata curata – negli anni Duemila soprattutto – da piccole case editrici variamente impegnate e disimpegnate (Alegre, Ghibli, Pgreco, Punto Rosso, Mimesis, SE), dopo il sodalizio ventennale, tra anni ’50 e ’70, con le più prestigiose Einaudi, Editori Riuniti e Feltrinelli. I motivi di tale ‘contrappasso’ vanno individuati nella difficoltà da parte di molti studiosi contemporanei — talora impegnati a sminuire i concetti del critico ungherese — a storicizzarne il grande pensiero filosofico e sociologico, nonché in un certo imbarazzo nell’affrontare la spinosa questione ideologica su Lukács, pensatore sostanzialmente marxista; e in effetti, alcune «pregiudiziali ideologiche» sono alla base del frazionamento della sua vasta opera unitaria. Con questo assunto di Mario Domenichelli e Margherita Ganeri si apre il numero monografico di «Moderna. Semestrale di teoria e critica della letteratura», curato, per Fabrizio Serra editore, dagli stessi Domenichelli e Ganeri, pubblicato con data 2017 ma uscito più di recente e dedicato interamente al critico ungherese. Attraverso i sedici interventi che compongono la rivista si tenta dunque di ridare nuovi ascolto e forza di penetrazione al filosofo, liberandolo dalla stereotipata ricezione d’antan e tentando di promuoverne una più significativa e riattualizzata accoglienza.

La monografia raccoglie nella prima sezione i saggi di carattere principalmente filosofico, nella seconda quelli incentrati sulla critica letteraria e cinematografica, concludendosi con una ricognizione bibliografica e un esauriente bilancio, entrambi curati da Marco Gatto.

Ad avviare proprio il discorso sull’attualità di Lukács è Ágnes Heller, nonagenaria pensatrice, tra i massimi esponenti della Scuola di Budapest, che propone un’affascinante “biobibliografia filosofica” del suo mentore, ponendo l’accento sulle possibilità interpretative future legate alla vita e personalità indimenticabili del Nostro ma affermando subito che «Lukács, con ogni probabilità, sarà dimenticato». Ecco allora Heller indugiare piuttosto sul percorso dell’autore, sull’elaborazione di una filosofia storicista di impronta dialettica, sulla maturazione della sua coscienza politica strettamente connessa alla vita quotidiana.

Di vita quotidiana ed esistenza collettiva parla anche Tibor Szabó, in particolare della relazione costante e biunivoca tra popolo e scienza, religione e arte. Di tutt’altro genere è invece il contributo di Fredric Jameson, apprezzato critico statunitense tra i maggiori conoscitori del pensiero lukacsiano, di cui ricostruisce l’ideale estetico e ontologico a partire da due testi risalenti agli anni ’10 del ‘900, Heidelberger Philosophie der Kunst e Heidelberger Ästhetik, ritrovati in Germania dopo la morte dell’autore. Appaiono chiari i riferimenti filosofici del giovane Lukács, la passione per la filosofia post-kantiana, Schiller e Marx, Simmel e Dilthey.

Antonino Infranca scorge invece un parallelismo possibile tra gli ultimi scritti del critico europeo – in particolare il controverso Testamento politico, trascrizione di un’intervista pubblicata solo nel 1989 –, Política de la liberación del filosofo Enrique Dussel e la visione politica gramsciana. La polemica con il Partito Comunista ungherese chiarisce ulteriormente il punto di vista dell’ultimo Lukács, che oramai riconosce l’impossibilità di mettere in pratica l’utopia socialista e prende le distanze dal leninismo prima e dallo stalinismo poi, intravedendo come unica via possibile un processo di democratizzazione. Anche l’analisi di Lelio La Porta si sofferma sulla concezione politica dell’ultimo Lukács, sul suo modello di democrazia sociale e sulla critica allo stalinismo: il tentativo del filosofo sarebbe quello di trovare una “terza via” tra il modello marxista e il dogmatismo sovietico, una ipotetica “democrazia della vita quotidiana” in cui le masse sono interamente autogestite e non più vittime della «imborghesita socialdemocrazia». E altrettanto curioso nel saggio di La Porta è l’accostamento al pensatore ungherese del concetto di “dissimulazione onesta” per sottolineare il dubbio rapporto di fedeltà al regime stalinista e agli ideali leninisti.

Su questi ultimi si concentra Giovanni Piana nel contributo su Storia e coscienza di classe, in cui Lukács pare schierarsi con gli spartachisti tedeschi, rintracciando in Rosa Luxemburg (e non in Lenin o nel bolscevismo, come osserva erroneamente Žižek) la vera essenza del marxismo. Tuttavia, Piana opta per una lettura “storica” del testo in questione, che, a suo avviso, non più ha più attinenza col tessuto storico-sociale contemporaneo ed è quasi un anacronismo nella terza era industriale. Di tutt’altro avviso è invece Giovanbattista Vaccaro, il quale individua in Storia e coscienza di classe una possibile interpretazione contemporanea: nella sua definizione di reificazione, Lukács affermerebbe che «questo potenziamento della struttura reificata della coscienza, e di conseguenza della vita quotidiana, si verifica proprio in periodo di crisi, intesa non solo come crisi economica, ma anche come crisi ideologica, crisi di consenso». Se un secolo fa, solo la classe operaia poteva opporsi alla crescente reificazione – intesa come forma di alienazione dell’essere sociale –, il protagonista dell’attuale corso storico, per Vaccaro, non può che essere l’uomo contemporaneo, l’unico in grado di sovvertire il modello capitalista e poter ambire alla «libera autorealizzazione dell’uomo».

I contributi su Lukács critico letterario si aprono con un saggio di Carlos Nelson Coutinho, uno dei maggiori specialisti del pensiero gramsciano, in cui viene evidenziato il rapporto tra l’autore ungherese e i movimenti avanguardisti. Secondo Coutinho, Lukács parte dall’analisi di Proust e Kafka per una critica al modernismo, reo di aver abbandonato ogni forma di realismo, ovvero la capacità di cogliere «l’essenza della realtà sociale e umana nella sua determinazione storica». In Il significato attuale del realismo critico Lukács intravede in autori come Garcia Lorca, Moravia, Brecht, Makarenko, Böll e Musil una ripresa dei temi realisti, ma è soprattutto con Thomas Mann e i Buddenbrook che si raggiunge l’apice della rappresentazione realista, in particolar modo nell’approfondimento di quella crisi di valori del mondo borghese che per Lukács lascia spazio alla definitiva affermazione del socialismo. E il Mann di Lukács è anche oggetto di studio di Hanna Serkowska, che si concentra sulla recente ricezione del critico in Polonia; di particolare interesse pare siano gli studi condotti da Stefan Morawski sull’ultimo Lukács, che in rotta di collisione con l’apparato politico erge Mann a modello letterario e Solženicyn a modello di cittadino ideale.

Il tema estetico dell’allegoria, introdotto da Francesco Muzzioli, permette all’autore della Teoria del romanzo di criticare l’opera di Kafka e l’uso inappropriato della stessa allegoria, a suo modo di vedere anti-realista perché appartenente alla tradizione cristiana. Lo stesso Muzzioli approfondisce il concetto di unità organica del testo, nel quale, oltre al solito Mann, rientrano autori come Tolstoj, Balzac e Goethe. Quest’ultimo è preso in considerazione da Miguel Vedda per ricostruire il periodo berlinese di Lukács, che a differenza di molti critici non giustifica né condanna Goethe e tende a interpretarne l’intera opera come «dialettica di forze contraddittorie», accostandolo a Marx nella celebre conferenza Marx und Goethe.

Tornando invece al tema forse più caro a Lukács, quello del realismo, Ana Selva Albinati si interroga sulla possibilità di allargare tale concetto a tutte le forme d’arte, affermando che secondo il critico non si tratterebbe di uno stile, bensì di una caratteristica artistica all’interno della quale gli stili si differenziano. Nella sua analisi delle tre componenti del discorso estetico lukacsiano (individuo, società e opera d’arte), la Albinati mette bene in rilievo l’idea secondo cui una scelta estetica non può prescindere da una «presa di posizione nei confronti della realtà».

Roberto Dainotto traccia invece una serie di originali parallelismi, di “dialoghi possibili” tra il primo e l’ultimo Lukács, esaltando la coerenza e la capacità del critico a trovare risposte adeguate nel momento in cui quelle precedenti appaiono inattuabili. Nonostante le forti critiche ricevute nell’ultima fase della sua carriera – osserva Dainotto – non si può certo negare a Lukács un’attenta capacità di analisi storica, che lo porterà per esempio a rivedere la nozione di idealismo utopico sviluppata in Teoria del romanzo. Ecco dunque la necessità di storicizzare Lukács ribadita nel saggio conclusivo di Mario Domenichelli, che sottolinea la «doppia affiliazione» del critico alla borghesia (praticamente) e al proletariato (idealmente). A partire dagli scritti di Mann, Lukács può formulare la sua filosofia della storia; l’opera dell’autore tedesco è vista come «esplicitazione e commento del processo storico che coinvolge la borghesia: l’apogeo, la crisi, il declino, la fine della grande borghesia, e l’approdo del pensiero borghese, di Mann, cioè, al socialismo». La rivoluzione proletaria è pertanto la logica conseguenza della rivoluzione borghese, nella misura in cui il superamento della cultura borghese consiste nell’affermazione del socialismo.

Il numero monografico di Moderna rende finalmente un nuovo omaggio – e, perché no?, un giusto e mobile ‘appello’ critico – a uno degli intellettuali di spicco della cultura europea, ripassando in rassegna non datata i contenuti dell’opera e la valenza delle idee. E ne prova ancora la validità un esperimento non banale, come quello di Ian Aitken, che tenta un’approssimazione ai concetti di certa teoria cinematografica lukacsiana e prova ad applicarli, non sterilmente, a Il Gattopardo di Luchino Visconti.

Insomma, i diversi interventi testimoniano in maniera oggettiva non solo le molteplici possibilità interpretative e l’applicabilità dei fondamenti lukacsiani all’intero campo umanistico, ma confermano anche e soprattutto la necessità di avvicinarsi di nuovo a un orizzonte critico, etico ed estetico, erroneamente sfumato da preconcetti ideologici. Per quanto la parola “marxismo” possa apparire desueta (finanche démodée in alcuni contesti accademici), la ripresa dei concetti espressi dalla filosofia di György Lukács non rappresenta soltanto un orizzonte più che possibile; l’esigenza, o forse la sfida, è quella di rivalutare l’organicità filosofica e ideologica dell’opera di uno dei più brillanti pensatori del Novecento.

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