L’ora metastabile della poesia di Natalia Paci. Natalia Paci, “Pronta in bilico”

Tutta la mia sonora forza di poeta

io ti consegno, classe, all’attacco!

Majkovskij

L’ora metastabile della poesia di Natalia Paci. Natalia Paci, Pronta in bilico, Sigismundus Editrice, Ascoli Piceno, 2012

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di Antonino Contiliano

Pronta in bilico è una silloge di testi poetici di Natalia Paci. Il libro, editato da Sigismundus Editrice (Ascoli Piceno, 2012), è dedicato “al supereroe Vale Lux…”. Accompagnata da una nota di Renata Morresi, l’opera si presenta in cinque sezioni – Commentario precario, Acrobazie domestiche, Tocco senza tatto, Sexy shock (poesie d’amore), Haiku (poesie per cinque dita) – e un gruppo di testi grafici nominati “Contromano” di Cristina Maria Ferrara.

Ad ogni apertura di sezione, e (per inciso) a mo’ di sottesi compagni – Wislawa Szymborska, o la Costituzione repubblicana italiana, Patrizia Cavalli, Luigi Socci, Edoardo Sanguineti, Maria Grazia Maiorino –, coimplicati complici “Virgilii”, sembrano seguire il respiro e il movimento compositivo dei testi che, pagina dopo pagina, fanno le rispettive sezioni differenziate per il tipo di testualità tematica messa a lavoro.

I testi grafici sono delle “illustrazioni” iconiche e, leggendoli come una gestualità integrativa e complementare, vanno ad incrociarsi/intrecciarsi con il dettato verbale delle stesse poesie della nostra autrice. Il loro enunciato visivo, come quello verbale, pongono però egualmente, e sempre, una domanda suggerita da un comune pensiero allegorizzante e individuante che si processa in-formazione. Il semiotico visivo, come quello della lettera, infatti, a partire dal campo del “bilico” – dalla nostra Natalia Paci scelto come strutturazione del divenire dell’essere delle cose in genesi po(i)etica – assume tutto l’aspetto di un ambiente di lavoro come un esteriorizzarsi in versi di moti discreti permanenti e insieme continuum dinamico, così come si può raffigurare il reale a un soggetto che vi si percepisce in equilibrio “metastabile”: “pronta in bilico”. La qualcosa (volendo seguire l’attualizzarsi delle informazioni emergenti nel mentre si concretizzano nella forma testuale poetica, cioè obliqua rispetto alla lettera del dettato simbolizzato), in tempi di disamore per la direzione di senso, è inevitabile che ti si pari davanti quale interrogativo; una domanda cioè che obbliga a pensare che l’itinerario della poesia del soggetto che scrive sia intenzionato ad un orientamento est-etico e politico allegorizzante. E cioè: cosa veramente fa dire/vedere/ascoltare/toccare la poesia di questa silloge espressa e resa pubblica all’insegna del bilico?

Secondo il nostro punto di vista, il bilico – tesi che, seppure per approssimazione, vorremmo poter argomentare con altri richiami – è la nozione portatrice di una soggettività estetica “metastabile”, ovvero un campo dinamico di dato, detto e presupposto che, come tale, proietta emergenze di senso concomitanti con gli elementi extrasoggettivi con cui coesistono, e dove trovano la loro ragion d’essere mondo contro-informazionale e differenziale. Il mondo oggetto di critica è naturalmente, crediamo, quello che in atto sguazza fra le estetizzazioni devianti del mondovisione che vorrebbe destoricizzare le condizioni di parte, messe in movimento dai saperi costituiti e tutelati. Ma in certi momenti storici, parafrasando una verità di Juri Lotman (La struttura del teso poetico), la poesia deve necessariamente esercitare una “funzione non solo estetica”.

Nei testi poetici di Natalia Paci così non c’è solo il linguaggio generale del fare poesia, c’è il linguaggio proprio a questo poiein di “Pronta in bilico”; ed è lì dove il lessico e le equivalenze sintattiche e sonore moltiplicano la bellezza dell’informazione complessificata come una “macchina da guerra” insonne. Una macchina da guerra cioè linguistico-semiotica (forse deleuziana?) atta a scoprire i buchi neri della comunicazione standard dei consensi amministrati.

Denudare il modello della società dell’immateriale mercificato e trasparente, ma reso invisibile e taylorizzato al massimo mediante gli automi digitali tecno-a-significanti che robotizzano la praxis e le relazioni, non è cosa – ci dice questa poesia di “Pronta in bilico” (senza infingimenti e senza perdere nulla della propria aseità logica) – che si debba ignorare, o lasciare quietamente che continui a danneggiare. La semiotica a-significante degli algoritmi, autoreferenziali e resi invisibili, al tempo stesso sono infatti efficaci programmatori d’anime morte, e la semiotica della poesia, grazie alla sua potenza plurisignificante, non può e non deve disinteressarsi delle interfacce seduttive del mercato comunicativo che ne bypassano l’intentio macchinico-passivizzante. Necessitano azioni disintossicanti, e la poesia ne ha tutte le forze necessarie!

Differenziale, rispetto al mondo che in parallelo biasima e osteggia, quello cioè che cura le individuazioni del neocapitalismo informazionale e “dematerializzato” di nuova generazione, il mondo poetico di “Pronta in bilico” così (e solo per indicare qualche traccia), tra divertimento e ironia conoscitiva, sventra la forma jus-lavorativa degli “utilizzati” e degli “utilizzatori” autorizzati, o toglie il velo al burka occidentale della chirurgia estetica, pubblicizzata quale culto e rito della bellezza magra (tutta pelle e ossa), mentre ne fa elementi di impasto poietico dinamico e in frequenza di informazione poetica tutt’altro che pacificante.

Il metastabile est-etico e politico delle poesie di “Pronta in bilico” di Natalia Paci, analogicamente a quello del mondo fisico, crediamo sia così un insieme di segni testuale, cotestuale e contestuale critico, demistificante e ricombinante. Rimescola gli elementi semiotici dati per generare composti nuovi e autonomi di dissenso e distanza di polis poetica (non c’è parola che non sia azione e relazione con le cose e gli altri, assente o presente sia l’interlocutore, o la referenza…). Un insieme di relazioni che, pur obbedendo al ritmo complesso della poesia, e in esso alla semantica che ne governa la grammatica tipica, è, come ogni altro insieme dinamico, il luogo e il tempo di una soggettività estetico-poietica che non ama il trash per essere trend; è una soggettività che, correlazionando i termini della produzione poetica stessa come divenire straniante e reale, mette in moto potenzialità espressive riconfiguranti l’insieme stesso per dar vita a un mondo altro. Il mondo che, nel caso di Pronta in bilico, possiamo indicare come il contro-conto di un’ilarità spinoziana che si fa cristallo frattale (in versi di poesia): un nucleo centrale metastabile che si differenzia continuamente passando da una fase ad un’altra del processo di cristallizzazione della poesia stessa.

E l’ilarità, ricordava Spinoza, è sempre buona. Sempre cattiva è invece la tristezza; questa, infatti, in quanto di per sé diminuisce sempre la potenza d’essere, è sempre la negazione della comune gioia di vivere perché ne imbriglia la forza dirompente mediante i meccanismi delle socializzazioni formalizzate e poste a chiave presuntamente neutrale e autorizzata.

Ma non questo, leggendo fra le righe, è il messaggio della poesia che Natalia Paci lascia agli ipotetici lettori del suo mondo; qui infatti il dis-canto-conto non è certo quello di un corpo che subisce passivamente il rapporto dei corpi “autorizzati” – il giuridico o il pubblicizzato del modus viventidella società in corso di perfezionamenti tecno-depoliticizzanti e default deresponsabilizzanti … con i quali entra in lotta.

Per entrare nel campo di questa lotta, e ora, il tempo della poetica ilare di Natalia Paci, a non considerare la tecnologia compositiva dei testi, basterebbe solo il tessuto degli eserghi jus-lavorativi presi ad esempio (la prima sezione: Commentario precario) e quello emergente della ribellione che li svuota come cosa odiosa e abominevole assoggettamento della “metà” contrattuale, la lavoratrice detta dei “facili costumi”, ma che tuttavia è “senza obbligo di fedeltà” (Ode sexy al Diritto al lavoro, p. 13). L’altro esempio potrebbe essere quello tematizzato del testo della sezione “Acrobazie domestiche”, “La trapezista (professione libera)”. Il corpo “metà”, in questo testo, è quello proprio di chi si ri-flette come immagine capovolta, la “metafora” che fa transitare le possibilità di attrito confliggente. Le possibilità proprie alla potenza del corpo che, nella quadratura del proprio habitat casereccio, si vive ethos straniato (effetto di straniamento brechtiano): “con i piedi sul soffitto”. Una configurazione cioè che il soggetto, in termini foucaultiani, pone in essere quale “cura di sé” praticando gli esercizi del punto di vista emulo-trapezista. La singolarità aliena volante e individuante una forma d’osservazione instabile quanto oscillante frequenza produttivo-decentrata che traccia altre direzioni di senso e relazioni di poesia differenziale singolarizzata.

Un punto di vista, quello del trapezista, di “diritto” naturalmente non certo pari a quello dei codici ufficiali del monopolio statizzato e sovrano (il monolinguismo del potere che fissa e predilige comportamenti controllabili e per ciò stabili sia perché autorizzano o perché non autorizzano l’amministrato o l’“utilizzatore”). Lo sguardo del trapezista-poeta è estraniato e straniante e libera la sua potenza espressiva “con grazia costante / disegna figure precise / con prove evidenti. / Seppure campate in aria” (La trapezista (professione libera), p. 26). Il suo diritto, sebbene dentro l’acquario melmoso del mondo dato (ma denudandolo), è quello di vivere e viversi corpo individuato d’estranea identità e distante “bilicarsi” con la densità acida dell’irrisione spiazzante e de-situante, che, varie assonanze e risonanze di equivalenze tecno-po(i)etiche, non mancano di divertire il pensiero critico come, per esempio, nel caso di “Staccami le braccia” (p. 45):

Se ti mancano i miei abbracci

staccami le braccia

attaccale al divano

imbalsamate

per l’affetto fittizio

quotidiano

per le tue serate

con gli Amici

di Canale 5 o quelli veri

di Facebook.

E quale raffigurazione (per finire) con maggiore resa visiva, per esempio, potrebbe restituirci il pendant di lama sono-sororizzante con i versi di “Pronta in bilico”, meglio di quella Illustrazione di Maria Cristina Ferrara che abilmente e artisticamente iconizza un possibile bisturi, mentre, fra le dita delle mani, sembra immedesimato a provarsi come punta affilata pronta all’uso?

Quel bisturi, infatti, meglio di qualsiasi altra lama, crediamo, materializzi la funzione polemos dell’accentuazione giambica e tagliente (non crediamo di essere fuori “sesto”, ma just-in-time) che anima la satira dei versi, per esempio, di “Staccami le braccia”. Qui, e senza indugi, l’idea che il ritmo, antifrasticamente, suggerisce è infatti quella di dare un taglio netto e veloce agli affetti fittizi delle anime elettroniche della life-linefb!

In altre parole non è più possibile, iconizza il taglio di “Pronta in bilico” (senza perdere nulla della propria aseità logico-poetica), tenere gli occhi chiusi sul fatto che, di fatto, l’esistenza delle relazioni socio-affettive delle singolarità viene disincarnata ed esposta alla catena mercificata nell’ora webness della vita e dell’esistenza in onda Facebook, il net social quotato in borsa che sminuzza le individualizzazioni come diffusa solitudine collettiva, e ciò quale centro gravitazionale della produttività comunicativa messa a profitto.

Il taglio della poesia di “Pronta in bilico” e dell’ordine delle sue sezioni non è certo teso a rimuovere la rivoluzione tecnica contemporanea. Sicuramente è volto, invece, a sottrarne l’uso subordinato alla sottomissione della vita e della sua ricchezza potenziale al dominio della valorizzazione capitalistica, mentre, al contempo, prospetta un bios co-relazionale (a vasto raggio) esposto ad una temporalità (non addomesticata) che coniughi le forme della prassi con le espressioni esplosive dell’arte e della poesia incarnata: «Voglio le tue cellule non il cellulare. / Questo non è un sms: / ho bisogno di te in carne e ossa. // […] // Nell’era del digitale / digitami digitami / finché non fa male.» (Voglio le tue cellule, p. 55); «Mi sono persa /incrociando il tuo sguardo / colpa del tango // Non ho paura / di aprire gli occhi / so che ci sei // Mentre tu dormi / ti scrivo poesie – / forse le sogni» (Love, p. 68).

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