Vincenzo Guarracino, Poeti per l’infinito, Di Felice Edizioni, 2019, pp. 186, € 20,00

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di Stefano Lanuzza
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Sempre caro mi fu quest’ermo colle, / E questa siepe, che da tanta parte / Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”…: è l’incipit che contrassegna e fa volare i quindici endecasillabi sciolti dell’Infinito, dodicesimo dei Canti inclusi nella raccolta degli Idilli (1826) leopardiani dove la tendenza lirica romantica si fonde con una volontà realistica che contraddice l’introspezione puramente contemplativa e perfino arcadica troppo a lungo attribuita al poeta dalla critica idealistica.

L’Infinito, nella sua versione originale marcato con una I maiuscola che tuttavia non vuole suggerire un’interpretazione metafisica del testo, è composto negli anni 1818-’19 dal ventenne Giacomo Leopardi, “giovane” detto “favoloso”, prima del regista cinematografico Mario Martone nel 2014, da Anna Maria Ortese: “Così ho pensato di andare verso la Grotta, in fondo alla quale, in un paese di luce, dorme, da cento anni, il giovane favoloso” (Pellegrinaggio alla tomba di Leopardi. In Da Moby Dick all’Orsa Bianca. Scritti sulla letteratura e sull’arte. A cura di Monica Farnetti, Adelphi, 2001).

La celebre poesia evoca un luogo di meditazione, il prediletto colle solitario, e una siepe che impedisce la vista dell’orizzonte segnando un confine oltre il quale regna l’arduo inconoscibile. Allora, fluente verso “interminati spazi e sovrumani silenzi”, resta la soccorrevole immaginazione, altro nome della poesia che Leopardi sempre volge in libera ricerca conoscitiva.

Spazi e silenzi inquietano l’animo del poeta e, non senza un orrore subito acquietato, gli fanno meditare sull’eternità coi suoi silenzi incommensurabili, sulle “trascorse stagioni” e “la stagione presente”, un realistico ‘qui e ora’ risonante dello stormire di piante carezzate dal vento che ha voce di un “infinito” eterno e indeterminato a colmare di sé ogni pensiero.

Io nel pensier mi fingo”; e “sedendo e mirando” immagino e m’inabisso come a toccare, appunto, l’infinito stesso: “ove per poco / Il cor non si spaura”. È un pensiero che pure soavemente abbandonato al “mare” dell’“immensità” non per questo smette di essere lucido e di sciogliere la propria struggente aura lirica nell’attenzione per il mondo e l’umano destino, ossia con la verità intera della realtà mimesi della spinoziana ‘natura’ o laica e cogente ‘sostanza infinita’.

Ora, a ben due secoli di distanza dalla sua composizione, l’idillio leopardiano viene da Vincenzo Guarracino, uno dei maggiori studiosi dell’opera del recanatese, affrancato dall’entropia museale dei libri scolastici e, nell’antologia Poeti per l’infinito (Di Felice Edizioni, 2019, pp. 186, € 20,00), assunto quale misura di paragone dell’influsso esercitato sulla poesia italiana più recente. Vuol essere, insomma, quello di Guarracino, un Leopardi, poeta illuminista e perciò moderno, da riportare alla nostra contemporaneità

È – osserva il critico – una trama di sorvegliate suggestioni o l’evocazione di una “memoria segreta e sotterranea” quella intessuta con le prove di cento poeti secondonovecenteschi e contemporanei presso i quali si assiste a una “riemersione” che fa “assomigliare” L’Infinito “a una sorta di carsica vena inesauribile, una memoria segreta e sotterranea che s’impasta e struttura con l’idea stessa di poesia”: qualcosa che, perlappunto, avrebbe a che fare con l’indefinibile infinito.

Sottotesto’ risonante di echi, palinsesto ‘raschiato’ per far emergere sodali genealogie, emulazioni e simulazioni, L’Infinito appare un vivo “archetipo” per una conoscenza comparatistica en poète, ampio luogo di pluralità e metamorfosi confluenti in “un catalogo che convoca ed esibisce testi di autori che oggi vivono ed operano scrivendo il loro esserci nel panorama morale e civile di questi anni” in nome di “un’esigenza di parola” che continua ad avere in Leopardi l’inobliabile maestro e testimone.

Sono versi di agonistico quanto discreto confronto quelli che Guarracino aduna nel suo florilegio da cui si estraggono, qui, alcune campionature; con brevi versi trascelti a rappresentare un accordo e, talvolta, un’intima declinazione dei versi dell’Infinito…: “E in questa immensità / annegava la mia mente, pensando i confini del pensiero” scrive Alida Airaghi. Sono versi – si commenta – per affermare come sia “nel segno della solitudine, della ‘magia di ore solitarie’ che si scrive”. Mentre per Baudino, che modula la condizione di solitudine vissuta dal poeta dibattuto “fra luce e ombra”, l’infinito somiglia a un navigare “nella notte”; Brancale: “sia siepe o colle, / uno sbocco nell’orizzonte immenso”. Ciò – spiega Guarracino – attraversando “la siepe, il colle, l’orizzonte, il mare e poi il vento, le piante, lo stormire, il naufragio […]: quanti segnali a punteggiare la devozione del testo all’archetipo leopardiano!”; Cajani: “l’infinito porta l’eco della fiducia / distrutta nell’età che corre”. Col poeta che, tra impressioni di paesaggio, “insegue un sentimento oltre (e nonostante) ostacoli e difficoltà, la ‘siepe’ di un oggi senza qualità”; Giuseppe Conte: “… Cerca, esplora // tutte le vie del finito”. È inesausta la ricerca del poeta, la sua “‘fame’, quasi fisica” di sfidare “la propria condizione di ‘cecità’ con la felice smemoratezza e ‘leggerezza’ del suo canto”; Claudio Damiani: “lascia correre il tempo dentro di sé / e si apre l’infinito”. Senonché il poeta prende a farsi “rincorrere ‘all’‘infinito’ senza mai lasciarsi veramente catturare”; “Sempre cara mi fu questa spianata” svaria Antonio De Marchi-Gherini, “il quale legge nella filigrana dei versi leopardiani il proprio paesaggio fisico (il lago di Como)”; “Sempre ritorni tu sull’ermo colle / a questa siepe che nessuna parte / dell’ultimo orizzonte ormai esclude” sembra celiare Antonio Donadio con “una riscrittura divertita tra umori e veleni che si intuiscono lievitanti tra le pieghe dell’archetipo”; Alba Donati, consegnandosi a uno spazio-tempo tutto interiore: “… io a questo mai visto, / paesaggio appartengo tutta intera”; “Buio agli occhi. Vertigine” davanti all’indifferente infinito, immaginato oltre la realtà – appunta Marco Ercolani. Perché – rileva Guarracino – “il reale, ciò che si vede, è sostanzialmente una questione di ‘immaginazione’ […,] innescando un’avventura creativa destinata a un ‘naufragio’ essenziale”; Luciano Luisi: “Fin dove giunge lo sguardo”; intanto che – svela Elio Grasso – “Su questa collina / troviamo un’altra siepe, / un secondo orizzonte / che occupa il nostro sguardo”. Un luogo, la collina, “di impensate risorse, consentendo di osservare oltre una ‘siepe’ continuamente risorgente ‘orizzonti’ sempre nuovi”; Dante Maffia: “… la violazione della siepe leopardiana”. Ché la statica “siepe” è “da oltrepassare (da ‘violare’) come scelta, come atto rivoluzionario di affermazione di sé”; Maugeri, traguardando le prospettive temporali: “… questo spazio d’aerei limiti…”; Rino Mele, con riflessiva requie: “Sempre più mi perdo”; Alessandra Paganardi, drammaticamente: “… ho sospettato l’infinito / e quanto può far male”; Renzo Paris, senza idillio e con lucidità: “in un pianeta dove il futuro sono / le morte stagioni e la presente / che è già materia di ricordo”; Ruffilli, indagando con sguardo speculativo: “Quanto dista, / si chiede dalla siepe, il mero fatto”; Adam Vaccaro, “sognando l’infinito”; e Silvia Venuti, gravitante in una quotidianità non scevra di attese: “Lì sostare, per intuire / segni d’Infinito”… Peraltro, “L’infinito quotidiano” è anche il titolo di una raccolta di versi del 1973 di Ennio Cavalli.

Come suggerisce Cavalli, in fondo, il sentimento dell’infinito, lungi dall’apparire come una condizione spirituale oppure metafisica, o solo cervellotica, riguarda soprattutto la vita materiale quotidiana e il desiderio mai sopito perché signoreggiato dall’immaginazione che, non limitabile dentro campi precostituiti, col suo carico di speranze, disperazioni, inganni e chimere pervicacemente s’innesta nell’umana esistenza.

Con puntuale adesione al cuore profondo della poetica leopardiana, nel suo saggio introduttivo posto Dentro l’infinito, Vincenzo Guarracino tiene soprattutto a esprimere, pressoché segnalando un viatico non consolatorio per i poeti da lui scelti e per coloro che alla poesia possono ancora oggi fare malgré tout affidamento, che “l’esperienza della poesia, di ogni poesia, è l’esperienza di un nulla che interviene nell’attimo del pensiero, di quel pensiero che dice non senza impagabili sforzi io sul crinale di un abisso”.

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