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La poesia, l’amore. Autori italiani contemporanei versus Catullo

Vincenzo Guarracino (a cura di), Lunario dei desideri, Di Felice Edizioni, 2019, pp. 356, € 25,00

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di Stefano Lanuzza
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Supponendo di sapere di cosa si parla, accade alfine di parlare di poesia, questa espressione/interpretazione di un ‘certo sentimento della realtà’, magari identificandola non genericamente con, poniamo, i nostri amati Dante Petrarca Ariosto Pascoli D’Annunzio Montale… Allora si può parlare di poesia quasi come parlando d’amore?

Certo “la poesia” reputa un fin troppo trasvalutato Benedetto Croce “è stata messa accanto all’amore quasi sorella e con l’amore congiunta e fusa in un’unica creatura”. Senonché, “se la realtà tutta si consuma in passione d’amore”, può accadere che la poesia risulti “piuttosto il tramonto dell’amore”. Ne consegue, a evitare ciò, che “dentro la poesia deve lavorare e lavora la critica”; dove “la metaforica critica” può identificarsi con “la poesia medesima, che non compie l’opera sua senza autogoverno, senza interno freno, ‘sibi imperiosa’ (per adottare il motto oraziano), senza accogliere e respingere, senza provare e riprovare, operando ‘tacito quodam sensu’; finché non perviene a soddisfarsi nell’immagine espressa dal suono” (B. Croce, La poesia. Introduzione alla critica e storia della poesia e della letteratura, 1936). Così è vero che la poesia abbia un rapporto con la critica e si possa riconoscere al poeta una vera funzione critica: si pensi allora alla Commedia dantesca che, dopo avere svolto la più corrosiva critica politica e morale, tutti ci affida alla poesia dell’amor che move il sole e l’altre stelle” (Paradiso, XXXIII, v. 145).

Per Catullo, poeta ‘contemporaneo’ come contemporanea è ‘tutta’ la poesia, lirico alessandrino e primo tra quei Poetae novi o ‘neoteroi’ ostili ad ogni retorica epica, si può parlare di poesia e amore aderendo al ‘desiderio’ materiale-sensuale per qualcosa di cui si può godere come di un’epifania che intriga e vuole esprimersi nel verso. Apparirebbe proposto in tali termini e, appunto, intestato a Catullo l’almanacco antologico, prevalentemente elegiaco, Lunario dei desideri (Di Felice Edizioni, 2019, pp. 356, € 25,00) curato da Vincenzo Guarracino, poeta ed eccellente italianista e classicista.

A Catullo che “proclama amore e poesia esperienze essenziali e insostituibili della sua vita” Guarracino associa un lungo (badiale con intenzione) corteo di 230 autori italiani contemporanei (troppi? Ma la poesia non è di tutti?) ognuno proteso a declinare sulle tematiche dei versi catulliani la parola ‘amore’ integrata in una strenua ‘volontà di poesia’. Volontà che, col poeta latino e il suo Liber per Lesbia posto a manifesto dell’“idea stessa di poesia” (altresì intesa quale lusus o sfoggio, spreco e divertimento), coniuga donum (“letterario” dono) e desiderium (amoroso e sessuale), basium (bacio affettuoso = osculum; ed erotico = savium) e pius/pietas, a indicare la fides per il vincolo d’amore o foedus contrapposto alla perfidia/infedeltà. Questo, a mo’ di sintesi della dialettica Odi et amo, inquieta ed esaltante non meno che tormentosa, sospesa tra infatuazione e delusione, allarmato sospetto e fatale disprezzo propedeutici “all’odio dell’amante tradito”.

Quando finisce una storia /” perora invece Franco Arminio (tra i poeti qui rilevati secondo una campionatura indifferenziata quanto debitamente parziale), “bisogna proseguirla con dolcezza, / andare via in ginocchio, / andare via pregando / per chi non amiamo, / per chi non ci ama più”. A colmare, dopo una separazione, ogni possibile, sopravvenuto e ozioso vuoto (otium molestum, otio exultas) – prosegue Mario Baudino –, servono indifferenza e noncuranza, peraltro strategiche armi di seduzione verso “una dama dall’ironico sguardo” e dalla voce di “crema fondente / promessa di battaglia e di riposo”.

Agogna l’amore del compagno lontano una donna straniera, la ‘badante’ che accudisce un anziano e che – scrive Michele Brancale – ricorda di avere custodito amorosamente “un’ametista nel cuore”.

Mira nocte, una “favolosa notte” evoca “con ispirato calore il testo di Corrado Calabrò”. Ma ecco, contra Catullo, Lesbia: che, per Velio Carratoni, diviene l’altro nome di ciò che in amore irreparabilmente si perde: quod vides perisse perditum ducas.

Se una cosa è persa, persa sia – ti consola Catullo. Ma intanto, quis me uno vivit felicior? = “c’è qualcuno di me più felice?” concorda Emilio Coco col romano poeta convinto che gioia e felicità s’incontrino nell’hic et nunc, “nel miracolo del ‘qui di quest’ora’”… E “ci rivedremo”? “Ma quando? Dove? Chi ci assicura // che tanta brama domani dura?” rima Giuseppe Conte.

La poesia come “l’alchimia dei legami è difficile da spiegare”; più eloquenti sono i versi catulliani adottati da Vitaldo Conte: dulcia nocturnae vestigia rixae, “i dolci segni della lotta notturna”. Dinamiche che per Maurizio Cucchi, non dovrebbero essere “un semplice capriccio di amanti” – non tantum ut vulnus amicam.

Una salus, l’amore-poesia che protegge la vita, è per Marco Ercolani l’“unica salvezza”; e per Flavio Ermini “l’esplicito inverarsi di fides e foedus, di ‘patto’ e ‘fedeltà’”.

Al pari della poesia, per Alessandro Fo l’amore è ‘dono’ laddove “ogni gesto acquista risalto, qualecumque, ‘quale che sia il suo valore’”. Esso, per Luigi Fontanella, è un ‘volare’ “col desiderio di perdersi”, ma esorcizzando – aggiunge Guarracino in uno dei puntuali paragrafi esegetici che scortano le poesie incluse nel suo Lunario – “il rischio della ‘dispersione’ che assedia e inquina la vita”.

Desiderio meo nitenti…: formano quasi un poemetto i versi di Lucetta Frisa, un viatico “al desiderio luminoso” della bellezza che non si svela se non nella poesia: non essendo, questa, altro che bellezza. “Pudica”, essa “conosce l’arte dell’invisibile / e del desiderio inesauribile / tutti i miti e le favole la proteggono / e più noi vogliamo avvicinarla / più lei si è già allontanata / e brucia la sua anima velata / nel fuoco / sacro / dell’immaginazione”… Squillanti, in proposito, risuonano gli accenti del citato Croce: “Che la poesia sia la sfera dell’immaginazione, del sogno, dell’irreale è comune convincimento, ma non da lasciare senza revisione e correzione”.

Lepos (‘grazia raffinata’), novitas (‘innovatività espressiva’) e brevitas (‘concisione’), catulliane prerogative, informano la poesia di Mario Grasso incentrata sul corpo femminile e, in particolare, sulla simbolica “rosa […,] fiore che cresce protetto nei giardini cintati” – ut flos in saeptis secretus nascitur hortis. Rosa che per Tomaso Kemeny, visionario sodale di Catullo, è “un miracolo e un dono (furtiva… mira minuscola nocte)”, grato e “inaspettato in una notte di favola” .

Notte di luna e femminino incanto tramano i versi desideranti di Vivian Lamarque (“Oh essere anche noi la luna la luna di qualcuno! / Noi che guardiamo, essere guardate, / luccicare. Sembrare / da lontano / la candida luna / che non siamo”). Mentre per Marica Larocchi vale, vissuto come una poetica, il catulliano principio ludite ut lubet – “giocate e godete”.

S’incentra sull’infima inguinum parte, la “parte più bassa dell’inguine”, la metafora sessuale di Giorgio Luzzi dedicata a una “calda madonna”; e giocano criticamente con le icone pansessuali proposte dalla cronaca quotidiana i versi di Valerio Magrelli che, nell’allusiva composizione L’igienista mentale, così descrive l’attirante andatura di una donna da gossip: “Ne guardo il passo attonito, la sua foia, la lena, / io sublunare, arreso alla dominazione // di un astro irresistibile, centro di gravità / che mi attira, me vittima, come vittima arresa / alla straziante presa della cattività, / perché il tuo passo oscilla come l’ascia che pesa // fra le mani del boia prima della caduta, / ed io vorrei morirti, creatura artificiale, / fra le zanne, gli artigli, la tua pelle-valuta, / irreale invenzione di chirurgia, ideale // sogno di pura forma, angelico complesso / di sesso sesso sesso sesso sesso”… Sesso-modus, per Federico Roncoroni, di un’educazione sentimentale ‘altra’, “un’educazione alla vita” naturale-naturante che tenera gioca con l’amore (ibi illa multa tum iocosa fiebant – “colà giochi si facevano d’amore, d’ogni sorta”). Sesso per il sesso con spettatore il “Mamurra catulliano fissato nei tratti di un ‘Mentula’, di Cazzone pervertito”, è infine quello posto satiricamente in gioco da Adam Vaccaro.

Col sesso esplanato da Magrelli, memorante o sublimato da Roncoroni e materializzato da Vaccaro contrasta il parastilnovismo delle strofe per la donna amata Tu-io di Angelo Maugeri; cui fa da controcanto la poesia di Giampiero Neri Lei, lui: coppia felice che – glossa Guarracino – “fa pensare ai due amanti Acme e Settimio del c. 45 di Catullo che vivono con pudore una loro storia assoluta e inimitabile (quis ullos nomine beatiores / vidit, quis Venerem auspicatiorem – “si è mai vista una coppia più beata, / un legame e una passione più propizi?”). Uguale motivo torna nella poesia di Ugo Piscopo Gli amanti, protagonisti di trame dell’amore perduto e ritrovato.

Messe in scena della passione sono infine, adottati in italiano, i versi di due autori stranieri, David Martin Cruz (poeta di lingua spagnola ora tradotto da Serena Scionti e dallo stesso curatore del volume) e la romena Eliza Macadan, che, nella poesia Sensi, scrive: “Ardente e inquieta una divinità / morde ferocemente la carne”. Subito incalzata dai versi sapienziali di Cruz: “Questo è il desiderio che compiace le Muse / a cui è sottomesso l’uccello del ricordo / e il fiume, che scorre alla vista per la valle”… Per entrambi, vale la catulliana perorazione a favore dell’amore che, come la poesia, chiede totale affidamento (huic uno domino usque serviamus – “a lui, a quest’unico signore, conserviamoci fedeli servitori”).

[…]. È un libro-biblioteca e scrigno, questo di Guarracino, libro di ludi della meraviglia e della gioia, un incontenibile repertorio di romanticismo ed espressionismo, preterizioni e rivelazioni, espressioni sentimentali e passionali, pudori contratti e inibizioni dissacrate, gesti mimetici e strazi mimici. Anche un concerto baroccheggiante di suoni assonanzati, a esorcizzare con l’ardua ricerca di armonie i borborigmi cacofonici che insidiano il canto.

(Firenze, 29.2.2020)

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