Giovanni Costa, protagonista dell’ultimo romanzo di Davide Bregola,  è un  precario: sottospecie dell’ordine più ampio della classe dei disoccupati. E’ appunto tra gli esemplari di quest’ordine che trova sistemazione quell’uomo a vita saprofitica denominato “giovane intellettuale italiano”.

Giovanni Costa è, quindi, uno scrittore. Ha scritto un libro di racconti e, a buon diritto, cerca di racimolare denaro all’ombra dell’unica sua opera pubblicata. Si arrangia, gira l’Italia per incontri, presentazioni e quant’altro.

La famiglia dello scrittore precario è modesta. Il padre è un ex dipendente del Enel, malato di tumore- ha nei polmoni l’amianto-, in aspettativa di morte. La madre è una casalinga che ha dedicato l’intera esistenza, mente e corpo, alla casa. Il fratello è un camionista. La fidanzata Maura è una nevrotica studentessa (fuori corso) di giurisprudenza. Ecco l’habitat in cui vive il nostro protagonista.

Intorno a Costa, man mano che proseguiamo nella lettura, vengono a galla bolle di varia umanità, dispersi sulla superficie stagnante della società italiana: l’intellettuale con l’hobby di fotografare cazzi in erezione; il critico omosessuale, ex marchettaro; il datore di lavoro truffaldino, il cane anarchico e altro ancora.

Giovanni Costa è un uomo alla ricerca di lavoro, di scappatelle extra. Tuttavia, più di tutto, egli cerca la Verità. Per questo motivo inizia ad accumulare appunti di riflessione letteraria, scientifica, filosofica. Ragiona fino al parossismo con la propria ragazza di guerra, comunicazione, letteratura. Interroga la propria vita. Insomma, mette in scena lo “spirito del nostro tempo”, la visione di vita della mia generazione.

Davide Bregola sa scrivere, solidamente ancorato allo stile medio, senza audaci compromessi o forzature. Le pagine scorrono fluide e compatte. Infatti, non è la scrittura il punto debole del romanzo, ma la dispersione narrativa. Troppe digressioni- a mio vedere- inutili citazioni di autori contemporanei, insignificanti pagine di elenchi di libri. Dinnanzi a questi sconfinamenti ho provato fastidio.

Diverso è il discorso quando il fulcro della narrazione mima la realtà quotidiana, spesso raccontata con ironia, dal “basso”. Qui lo scrittore fissa i caratteri generali del nostro tempo, indica un’altra realtà.

La letteratura, a mio parere, non è un documento che si crea per accumulo, ma è l’espressione creativa di una civiltà complessa e composita. Per questo motivo che, accantonando gli elementi extraletterari (le liste), il libro di Bregola, nel complesso, riesce a far “sentire” la varietà d’accenti di questa nostra epoca così difficile.

f.s.

[Davide Bregola, La cultura enciclopedica dell’autodidatta, Sironi editore, 2006, Pag. 256,  € 14,50]