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Julio Cortàzar, “Il giro del giorno in ottanta mondi”. Del sentimento di non esserci del tutto

testiPer tante cose sarò sempre come un bambino, ma uno di quei bambini che fin dall’ inizio portano dentro di sé l’adulto, in maniera che quando il mostriciattolo diventa adulto davvero succede che a sua volta questo porta dentro di sé il bambino, e nel mezzo del cammin si verifica una coesistenza raramente pacifica fraalmeno due aperture sul mondo.

Tutto ciò può essere inteso in senso metaforico ma comunque è indice di un temperamento che non ha rinunciato alla visione puerile come prezzo della visione adulta, e questa giustapposizione che crea il poeta e forse il criminale, e anche il cronopio e l’umorista (questioni di dosaggi diversi, di tronche e di sdrucciole, di scelte: ora gioco, ora uccido), si manifesta nel sentimento di non esserci del tutto in nessuna delle strutture, delle tele che tesse la vita e in cui siamo al tempo stesso ragno e mosca.

Molti miei scritti vanno catalogati sotto il segno dell’eccentricità, visto che fra vivere e scrivere non ho mai ammesso una netta differenza; se, vivendo, riesco a dissimulare una partecipazione parziale alla mia circostanza, non posso invece negarla in quello che scrivo dato che scrivo proprio perché non ci sono o perché ci sono a metà. Scrivo per difetto, per dislocazione; e siccome scrivo da un interstizio, non faccio che invitare gli altri a cercare i propri e a guardare, attraverso questi, il giardino in cui gli alberi hanno frutti che ovviamente sono pietre preziose. Il mostriciattolo non demorde (…)

..E mi piace, e sono terribilmente felice nel mio inferno, e scrivo. Vivo e scrivo minacciato da questa lateralità, da quella parallasse effettiva, da questo essere sempre un po’ più a sinistra o più sul fondo rispetto al posto in cui si dovrebbe essere perché tutto si risolva in modo soddisfacente in un altro giorno di vita senza conflitti. Fin da piccolissimo ho assunto, a denti stretti, quella condizione che mi divideva dai miei amici e al tempo stesso li attirava verso chi era strano, chi era diverso, chi infilava il dito nel ventilatore. Non ero privo di felicità; l’unica condizione era coincidere di tanto in tanto con qualcuno che come me non si adattava in pieno all’etichetta che aveva cucita addosso (il compagno, il tipo eccentrico, la vecchia pazza), e di certo non era facile; ma ben presto scoprii i gatti, nei quali potevo immaginare la mia stessa condizione, e i libri, dove la ritrovavo in pieno. In quegli anni avrei potuto ripetermi i versi, forse apocrifi, di Poe:

From childhood’s hour I have not been
As others were; I have not seen
As others saw; I could not bring
My passion from a common spring..

Ma quello che per lo scrittore della Virginia (in realtà Poe nacque a Boston, Massachusetts e si trasferì poi a Richmond, in Virginia..) erano stigmate (luciferine, ma proprio per questo mostruose) che lo isolavano e lo condannavano,

And all I love, I loved alone

non mi allontanavano da coloro il cui universo rotondo condividevo solo in maniera tangenziale. Sottile ipocrisia, predisposizione per tutti i mimetismi, tenerezza che superava i limiti e me li dissimulava; le sorprese e le afflizioni della prima età si tingevano di piacevole ironia. Ricordo: a undici anni prestai a un compagno Il segreto di Guglielmo Storitz dove Jules Verne mi proponeva, come sempre, un rapporto naturale e intimo con una realtà per niente diversa da quella quotidiana. Il mio amico mi restituì il libro: <<Non l’ho finito. È troppo fantastico>>. Non dimenticherò mai la sorpresa scandalizzata di quel momento. Fantastica l’invisibilità di un uomo? Dunque, potevamo incontrarci solo nel calcio, nel caffellatte, nelle prime confidenze sessuali?. .

Julio Cortàzar, Il giro del giorno in ottanta mondi