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Il “Teatro anatomico” di Mario Lunetta

Mario Lunetta, Teatro anatomico, Fermenti, 2020, pp. 150, € 15,00

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di Stefano Lanuzza
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“… teatro senza spettacolo…” (C. Bene, Autobiografia di un ritratto”, 2002).

Nel variegato mondo letterario romano dal Secondonovecento a oggi, Mario Lunetta resta una figura indimenticabile di poligrafo autore di un’opera che spazia dalla poesia alla narrativa, alla saggistica, alla critica militante, al giornalismo. Di rilievo, con le sue incursioni nell’ambito dell’arte figurativa, anche una produzione teatrale non ancora pubblicata per intero.

Relativamente alla ricerca drammaturgica di Lunetta appare preziosa la sua raccolta postuma Teatro anatomico (Roma, Fermenti, 2020, pp. 150, € 15,00): “5 pièces inedite” (Smash, 1983; Un grande leone fulvo, 1985; Ma il mondo non c’è più, 1987; Beatitudine, 1997; Arkadia nonsense, 1999; Rancore, s.i.d.) che, scritte in tempi diversi, escono con una testimonianza dell’attrice Giuliana Adezio e la cura di Francesco Muzzioli, anche autore della monografia Mario Lunetta. La scrittura all’opposizione (2018).

Implicitamente ambientato, si potrebbe immaginare, in contesti romani borghesi variamente delocalizzati – con vago antefatto un Moravia che, in Gli indifferenti (1929) come in molti racconti, spesso adotta per le proprie narrazioni dei moduli teatrali –, il teatro lunettiano mette in scena personaggi dall’Io incerto e franto, maschere intente a giocare con la propria sfuggente immagine, soggetti blandamente doloranti. Caratterizzati da una psicologia contraddittoria e da scambi verbali che restano sospesi nella negazione o nel non-detto, si nascondono quando non si rivelano appena con accenni che denunciano velleità ciarlatanesche o problematiche irrisolte, amarezze senza riscatto, ipocrisie, ambiguità, passioni abortite o malate.

Malizie, cattiverie, gelosie, risentimenti, impulsi d’odio e vendetta contraddistinguono le venefiche anime borghesi e piccolo-piccolo borghesi che Lunetta mette a nudo accordando loro la parola… Ed ecco un Mister Tenderly di mestiere killer in incognito, ecco tale Ivory detto Avorio ex-tennista con fallimentari ambizioni artistiche, o l’alcolizzata Neera perfida avvelenatrice.

Vi sono altresì, dialoganti in una cornice quasi beckettiana, un Lui e una Lei che riottano, si accusano meschinamente, si disprezzano e si diffidano. Se lui, imbarazzante vanesio, si vanta di essere “un grande leone fulvo”, lei lo abbassa chiamandolo bugiardo e fallito, porco e bruto, specie di verme o rettile. Incapaci di capirsi, vorrebbero sopprimersi a vicenda, ma poi si rassegnano a convivere distraendosi da sé stessi, contraddicendosi e ripromettendosi un edificante, “meraviglioso week-end a Frosinone”… Il teatro di Mario Lunetta, genere che nell’insieme della sua sempre chiara e lineare produzione non è ancora abbastanza valutato, può assumere una coerente valenza se lo si compara con la stessa narrativa dell’autore incentrata emblematicamente su fatti realistici e, con ironia non disgiunta dalla pena, su personaggi la cui peculiare caratteristica è la contraddizione: un tema, questo, sottilmente trattato da Lunetta anche nell’antologia dal titolo Poesia italiana della contraddizione (1989).

Sono una vecchia pazza” dice di sé Woman, attrice in disarmo sempre davanti allo specchio a truccarsi e struccarsi. Con “la grande Woman decaduta” c’è il cantante Maurizio che le contesta di volersi paragonare alle “Grandi Defunte” del palcoscenico (“Duse-Bernhardt-Bertini”). Nello stesso tempo, lui, cantante ormai sfiatato, non smette di sognare un concerto a New York magari condito con “uno spruzzo ‘e lacrime napulitane”. I due interloquiscono, si confrontano e sembrerebbero sodali; ma sono “idealmente lontanissimi”, confusi e a disagio, occupati soltanto di sé stessi. Evocano tempi passati fatti di viaggi ed esibizioni teatrali, comunque s’annoiano e s’infastidiscono; ma poi, consegnandosi a un disperato dover stare “insieme, per sempre” si rimbeccano mentre credono di esorcizzare il loro stato di desolazione identificandolo con “la fine del mondo”…

Ora lo scenario senza fondali è, né più né meno, che il… cielo; con eroi un Beato, un demiurgo Creatore privo di trascendenza nonché un “Genio Unifamiliare” sagace mentore quanto meno perplesso per il silenzio del “Boss” celeste che nel suo astratto Paradiso altro non sa fare, quello sfaccendato, se non tediarsi… La tensione verso la divinità è un pallido desiderio e l’idea di Dio, un dio fraudolento e senza logos, un’invenzione o un autoinganno.

In mezzo a “tre attori in scena e due voci fuori scena”, in un’apparente atmosfera di ‘realismo magico’, domina un arcadico consesso di Grandi Poeti, tra cui Dante Petrarca Tasso Leopardi Pascoli D’Annunzio. Gli attori, che dovrebbero debitamente recitare, s’attardano invece a parlare dei fatti propri, “una profluvie di chiacchiere demenziali”, mentre delle voci fuori campo recitano al posto loro i versi dei poeti convocati… Il ‘metateatro’ implicante una contaminazione dello scenario teatrale, cioè l’irruzione di un ‘teatro nel teatro’ è tra gli espedienti drammaturgici di Lunetta che non neglige un certo pirandellismo.

Un atto unico in due quadri, il più drammatico e pressoché perfetto della raccolta, vede interagire la vecchia, disillusa attrice Margot con la sorella minore Suny, lei pure attrice, e la giovane nipote, la cantante Connie. Le due sorelle sono in un “living room” d’una periferia metropolitana dove il frastuono degli aerei del vicino aeroporto militare copre a tratti i loro discorsi. Parlano, “Oh beh, sì. Futilità. Cose passate”; si accomodano sul divano, s’incoraggiano immaginandosi delle nuove scritturazioni, si esortano a non disperare malgrado – dice Suny, ma sconsolata – i “tempi grami”.

Dopo che, all’improvviso, Suny sembra affliggersi per un presentimento di sciagura, il colloquio s’interrompe perché c’è Connie che, tornata da New Orleans dopo tre anni di assenza, annuncia di dover uscire per andare a cena con amici.

Adesso sola in camera sua, Margot pensa dolorosamente a un ex amante, “quel gran boia di Manfredo”, pittore astratto alla moda e “genio del male” che dopo avere sedotto e ingannato sia lei sia Suny, adesso, dopo non essersi fatto più vivo, ha la faccia tosta d’invitare entrambe a un suo vernissage.

C’è in vista anche un’esibizione canora di Connie, dalle due sorelle attesa con ansia. Nel frattempo, trascorre un monologo di Suny forse pentita d’avere rubato Manfredo alla sorella, ma felice di ricordare i viaggi con l’amante a Istanbul e in Cappadocia. Ora, al pari di Margot, Suny vorrebbe odiare Manfredo, ma similmente alla sorella, nemmeno lei riesce a rifuggire il ricordo di colui “che tutte le donne adoravano”… Ma infine non sopporta di apprendere che Margot, rispondendo a un impulso di vendetta covato da tempo e realizzando anche il ripudio di sé stessa, uccide Manfredo colpendolo al cuore con uno stiletto allorché, guardando un quadro nello studio del pittore, vi ravvisa le sembianze di Connie: “un nudo di Connie a figura intera”… Anche Connie sedotta da Manfredo, dunque?!

Una rivolta l’omicidio della ‘schiava d’amore’, dell’amore disingannato che non può fare a meno dell’odio, è quella di Margot: che ‘deve’ realizzarsi solo con la morte dell’amatodiato.

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