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“Il cimitero marino” di Paul Valery

Ho letto Le cimetière marin (Il cimitero marino) di Paul Valery (1871-1945). Da giovane fu discepolo e amico di Mallarmé, parve rievocare gli ideali parnassiani, ricercando unicamente l’assoluta perfezione formale. Ma in realtà disse chiaro che la poesia doveva essere unicamente un exercice, condotto con gusto ed abilità, null’altro.

Con una simile affermazione di principio, Valery si mascherava nella maniera più sicura, creando poi liberamente liriche in cui la rimbaldiana <<alchimia della parola>> diviene una sorta di <<alchimia della forma perfetta>>.

Pubblicata una prima raccolta di versi, egli tacque per venti anni, dedicandosi allo studio delle matematiche ed a ricerche filosofiche. Riapparve sulla scena letteraria con una serie di liriche e con scritti teorici e dialoghi filosofici, d’ispirazione platonica, che gli valsero l’acclamazione a maggior poeta francese, il seggio all’Accadémie ed una serie d’onori.

Il cimitero marino è poema notevole, in cui il poeta, movendo dalla meditazione della morte, approda e poi si immerge, glorificandosi, nell’oceano dell’universo e dell’eternità.
In quest’opera poetica l’essere si scontra con il non-essere, il senso con il non-senso, onde reprimere la vita con la vita.
E’ l’avventura lirica di un poeta che attraversa la notte oscura, ma, simultaneamente, rimane nella consistenza e nella fissa vertigine della luce.
Classicismo e romanticismo, paganesimo e misticismo in una sintesi carnale e pura.
Il movimento delle strofe eccede e diventa stasi, eternità, rivolta luciferina; suono partorito nel grembo eterno dell’esistenza, del cosmo e della mente.

f.s.

[Paul Valéry, Il cimitero Marino, Torino, Einaudi Ed., 1966, pagine 52, euro 6,71. Trad. Mario Tutino]