Tortura

Giaceva su qualcosa che dava l’idea di un giaciglio da campo, salvo che era sollevato a una certa altezza dal suolo e che egli vi era fissato in modo che qualsiasi movimento gli fosse impossibile. Gli pioveva dritta sulla faccia una luce che sembrava ancora più intensa del solito. O’Brien era in piedi accanto a lui e lo scrutava attentamente: dall’altro lato c’era un uomo in camice bianco, che stringeva fra le mani una siringa ipodermica.

Anche quando aveva ormai gli occhi aperti, solo lentamente riuscì a distinguere i contorni di ciò che lo circondava. Aveva l’impressione di essere risalito a nuoto in quella stanza, provenendo da un mondo tutto diverso, una specie di sottostante mondo sottomarino. Non sapeva assolutamente da quanto tempo si trovasse lì. Dal momento in cui l’avevano arrestato, non aveva visto né luce, né buio. I suoi ricordi, inoltre, erano discontinui. Vi erano stati momenti in cui la coscienza di sé, perfino quella particolare autocoscienza che si conserva durante il sonno, si era annullata del tutto, per poi riapparire dopo una parentesi di vuoto. Ma non c’era modo di sapere se questi intervalli fossero durati giorni, settimane o pochi secondi.

Dopo quel primo colpo era cominciato l’incubo. In seguito avrebbe compreso che quanto era accaduto dopo non era che un interrogatorio preliminare, di routine, al quale erano sottoposti tutti i detenuti. Prevedeva una vasta gamma di crimini, dallo spionaggio al sabotaggio e via di seguito, che tutti dovevano confessare come altrettanti dati di fatto. E tuttavia, se la confessione era una formalità, la tortura era vera. Non riusciva neanche a ricordare quante volte era stato percosso e per quanto tempo. Ogni volta c’erano sempre cinque o sei uomini che si accanivano su di lui. A volte si trattava di pugni, a volte di manganellate, a volte di colpi vibrati con bastoni di ferro, altre volte ancora calci. Talvolta rotolava sul pavimento inerme come un animale, contorcendosi in un continuo e inutile sforzo di scansare i calci, con il solo risultato di riceverne ancora di più, sulle costole, nel ventre, sui gomiti, negli stinchi, all’inguine, sui testicoli, sull’osso sacro. In certi casi il pestaggio durava così a lungo da indurlo a pensare che la cosa crudele, malvagia e imperdonabile non fosse tanto il fatto che le guardie eccedessero nell’infierire sulla sua persona, ma che fosse lui a non riuscire a imporsi di svenire. Altre volte il suo sistema nervoso lo tradiva a tal punto, che cominciava a implorare pietà prima ancora che cominciassero a colpirlo, e la sola vista di un pugno chiuso che stava per partire bastava a fargli confessare colpe reali o immaginarie.

(G. Orwell, “1984, Oscar Mondadori)