«Quali sono le radici che s’afferrano, quali i rami che crescono

Da queste macerie di pietra? Figlio dell’uomo,

Tu non puoi dire, né immaginare, perché conosci soltanto

Un cumulo d’immagini infrante, dove batte il sole,

E l’albero morto non dà riparo, nessun conforto lo stridere del grillo,

L’arida pietra nessun suono d’acque.

C’è solo ombra sotto questa roccia rossa,

(Venite all’ombra della roccia rossa),

E io vi mostrerò qualcosa di diverso

Dall’ombra vostra che al mattino vi segue a lunghi passi,

O dall’ombra vostra che a sera incontro a voi si leva;

In una manciata di polvere vi mostrerò la paura.»

T. S. Eliot, The waste land, 1922

Pensi: la scienza… L’abbiamo combattuta tanto! E infine, che scruti la cellula, l’atomo, il cielo stellato; che ne carpisca qualche segreto; che divida, che faccia esplodere, che mandi l’uomo a passeggiare sulla luna: che fa se non moltiplicare lo spavento che Pascal sentiva di fronte all’universo?

Leonardo Sciascia, Todo modo, 1974

ETTORE MAJORANA. IL MITO DEL RIFIUTO DELLA SCIENZA
I limiti della ricerca e delle applicazioni scientifiche

_____________________________
di Francesca Vennarucci
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Dal 26 marzo 1938 si perdono le tracce del trentunenne fisico siciliano Ettore Majorana: fra la partenza e l’arrivo di un misterioso viaggio per mare da Palermo a Napoli scompare colui che Fermi non esiterà a definire un genio, della statura di Galileo e di Newton. Suicidio, come gli inquirenti dell’epoca vogliono credere e lasciar credere, o volontaria fuga dal mondo e dai terribili destini della scienza?

L’enigma irrisolto nasconde una verità che tenta l’immaginazione di Leonardo Sciascia: nel 1975 egli dedica al caso un breve romanzo, La scomparsa di Majorana, nel quale pur partendo dalla cronaca e dai documenti, giunge fin dentro l’anima del personaggio Majorana.

Sciascia ci fornisce un ritratto articolato dell’inquieta personalità del giovane scienziato e la inserisce nel contesto storico degli anni Trenta, anni ricchi di speranze e scoperte per la fisica atomica, ma anche densi di presagi funesti: anni che vedono l’affermazione dei regimi totalitari in molti Paesi europei e che sfoceranno nella seconda guerra mondiale, durante la quale molti scienziati saranno impegnati nella creazione di ordigni micidiali, tra cui la bomba atomica. Il fatto che Majorana sia scomparso alla vigilia di tali eventi rende più emblematica la sua figura: si può forse immaginare che egli prefigurasse quanto sarebbe successo?

Ettore Majorana e i “ragazzi di via Panisperna”

Chi era Ettore Majorana? Quali le caratteristiche del suo genio e del suo carattere? Sciascia si serve di molte fonti documentarie per ricostruire la personalità, dai più definita “strana”, del giovane e brillante fisico; in particolare cita spesso la nota biografica scritta da Edoardo Amaldi. Troviamo ad esempio riportato il passo relativo al primo incontro tra Majorana ed Enrico Fermi: nel 1927 Ettore è ancora uno studente di Ingegneria, ma sta meditando il passaggio alla facoltà di Fisica. Ecco come è andata:

I “ragazzi” della facoltà di Fisica di via Panisperna a Roma; da sinistra Oscar D’Agostino, Emilio Segrè, Edoardo Amaldi, Franco Rasetti, Enrico Fermi.

«Egli venne all’Istituto di Fisica di via Panisperna e fu accompagnato nello studio di Fermi ove si trovava anche Rasetti. Fu in quell’occasione che io lo vidi per la prima volta. Da lontano appariva smilzo, con un’andatura timida, quasi incerta; da vicino si notavano i capelli nerissimi, la carnagione scura, le gote lievemente scavate, gli occhi vivacissimi e scintillanti: nell’insieme, l’aspetto di un saraceno (somigliava, a giudicare dalle fotografie, a Giuseppe Antonio Borgese: e anche di Borgese si disse che aveva l’aspetto di un saraceno). Fermi lavorava allora al modello statistico che prese in seguito il nome di modello Thomas‑Fermi. Il discorso con Majorana cadde subito sulle ricerche in corso all’Istituto e Fermi espose rapidamente le linee generali del modello e mostrò a Majorana gli estratti dei suoi recenti lavori sull’argomento e, in particolare, la tabella in cui erano raccolti i valori numerici del cosidetto potenziale universale di Fermi. Majorana ascoltò con interesse e, dopo aver chiesto qualche chiarimento, se ne andò senza manifestare i suoi pensieri e le sue intenzioni. Il giorno dopo, nella tarda mattinata, si presentò di nuovo all’Istituto, entrò diretto nello studio di Fermi e gli chiese, senza alcun preambolo, di vedere la tabella che gli era stata posta sotto gli occhi per pochi istanti il giorno prima. Avutala in mano, estrasse dalla tasca un fogliolino su cui era scritta una analoga tabella da lui calcolata a casa nelle ultime ventiquattr’ore, trasformando, secondo quanto ricorda Segrè, l’equazione del secondo ordine non lineare di Thomas-Fermi in una equazione di Riccati che poi aveva integrato numericamente. Confrontò le due tabelle e, avendo constatato che erano in pieno accordo fra loro, disse che la tabella di Fermi andava bene…»1

Sciascia integra la nota con il riferimento a Borgese e prende poi la parola continuando idealmente il discorso di Amaldi:

«Non era andato dunque per verificare se andava bene la tabella da lui calcolata nelle ultime ventiquattr’ore (in cui avrà anche dormito), ma se andava bene quella che Fermi aveva calcolato in chissà quanti giorni. La trasformazione dell’equazione Thomas‑Fermi in equazione Riccati, non sappiamo poi se gli fosse venuta naturalmente, involontariamente, o se non implicasse un giudizio. Comunque, superata Fermi la prova, Majorana passò a Fisica e cominciò a frequentare l’Istituto di via Panisperna: regolarmente fino alla laurea, molto meno dopo. Ma il suo rapporto con Fermi c’è da credere sia rimasto sempre per come stabilito dal primo incontro: non solo da pari a pari (Segrè dirà che a Roma solo Majorana poteva discutere con Fermi), ma distaccato, critico, scontroso. Qualcosa c’era, in Fermi e nel suo gruppo, che suscitava in Majorana un senso di estraneità, se non addirittura di diffidenza, che a volte arrivava ad accendersi in antagonismo. E per sua parte, Fermi non poteva non sentire un certo disagio di fronte a Majorana. Le gare tra loro di complicatissimi calcoli ‑ Fermi col regolo calcolatore, alla lavagna o su un foglio; Majorana a memoria, voltandogli le spalle: e quando Fermi diceva sono pronto, Majorana dava il risultato ‑ queste gare erano in effetti un modo di sfogare un latente, inconscio antagonismo. Un modo quasi infantile (non bisogna dimenticare che erano entrambi molto giovani).

Come tutti i siciliani “buoni”, come tutti i siciliani mi­gliori, Majorana non era portato a far gruppo, a stabilire solidarietà e a stabilirvisi (sono i siciliani peggiori quelli che hanno il genio del gruppo, della “cosca”). E poi, tra il gruppo dei “ragazzi di via Panisperna” e lui, c’era una differenza profonda: che Fermi e “i ragazzi” cercavano, mentre lui semplicemente trovava. Per quelli la scienza era un fatto di volontà, per lui di natura. Quelli l’amavano, volevano raggiungerla e possederla; Majorana, forse senza amarla, “la portava”. Un segreto fuori di loro ‑ da colpire, da aprire, da svelare ‑ per Fermi e il suo gruppo. E per Majorana era invece un segreto dentro di sé, al centro del suo essere; un segreto la cui fuga sarebbe stata fuga dalla vita, fuga della vita».2

Quest’ultimo riferimento ai siciliani “buoni” assume un valore emblematico: Majorana ci viene presentato come un «uomo solo», non portato a fare gruppo, a stabilire complicità e connivenze con gli altri; la caratteristica della sua diversità non è rinvenibile in una volontà di differenziazione, bensì è la sua stessa natura a renderlo diverso: è un genio, la scienza è per lui un segreto interiore, un qualcosa che si porta eternamente con sé, un destino al quale è impossibile sottrarsi. Inoltre, secondo Sciascia, il genio tende sempre naturalmente a «rimandare, a ritardare, ad evadere al limite del possibile» il compimento dell’opera di cui possiede il segreto, procrastina il momento della rivelazione in quanto esso viene ad essere anche, necessariamente, il momento che «conclude la sua vita». Majorana avrà sempre grandi difficoltà a divulgare le sue scoperte, a comunicare i risultati delle sue ricerche: una ritrosia che ben si presta alla più varia aneddotica, tipo quella che vede il giovane fisico scarabocchiare formule da Nobel sul pacchetto delle sigarette e poi, dopo aver animatamente comunicato a Fermi o a Rasetti le sue idee, gettarle via una volta terminata l’ultima sigaretta… Sciascia ci dice che «così finì, pensata e calcolata prima che Heisenberg la pubblicasse, la teoria, che da Heisenberg prese nome, del nucleo fatto di protoni e neutroni».

Nel 1933 Majorana si reca per qualche mese a Lipsia da Heisenberg, in una Germania sempre più stretta nella morsa del nazismo. Il giovane fisico risulta apparentemente impassibile, raramente dalle sue lettere traspare qualche giudizio di generica ammirazione per l’efficienza teutonica, ma è tutto. D’altronde Sciascia fa notare che era difficile all’epoca trovare qualcuno che apertamente criticasse nazismo e fascismo e che non fosse in carcere: Majorana era disimpegnato e distante dalla politica, tutto chiuso nei suoi pensieri. L’incontro con Heisenberg, che «vive il problema della fisica dentro un più vasto e drammatico contesto di pensiero» e che di fatto la bomba atomica per Hitler non la farà, ha un valore profondo, poiché rappresenta l’incontro con qualcuno con cui può parlare e confrontarsi.

Al ritorno dalla Germania Majorana smette di frequentare l’Istituto di Fisica e si chiude in casa: per quattro anni uscirà pochissimo e lavorerà a ritmi serrati e con estrema riservatezza; a nulla valgono le sollecitazioni dei “ragazzi” di via Panisperna: Majorana romperà il suo isolamento solo per partecipare al concorso per la cattedra di Fisica Teorica. Poiché la sua effettiva partecipazione avrebbe fatto saltare tutte le previsioni della vigilia, il concorso viene sospeso e a Majorana viene attribuita una cattedra “per chiara fama” all’Università di Napoli.

Si apre dunque l’ultimo capitolo della vita del fisico: per qualche mese si reca a Napoli per insegnare, finché non scompare durante o al termine di un viaggio per mare. Partendo da Napoli per Palermo Majorana aveva inviato due lettere: una al Direttore dell’Istituto di Fisica Carrelli e un’altra ai familiari; lettere dalle quali emerge il proposito di suicidarsi gettandosi in mare. Da Palermo Majorana invia un telegramma urgente a Carrelli nel quale lo prega di non tener conto della lettera; gli manda poi un’altra lettera nella quale lo avverte del suo imminente rientro, lo informa di voler rinunziare all’insegnamento e lo prega di non prenderlo per “una ragazza ibseniana”. Da questo momento in poi si perdono le tracce di Majorana e si entra nel vivo “giallo” della scomparsa. La sera del 26 marzo 1938 Majorana prende effettivamente il “postale” per Napoli, come risulta alla polizia o semplicemente regala il suo biglietto a qualcuno? A Napoli viene visto, ma la polizia non fa molto caso alle testimonianze di probabili mitomani…

Sciascia sostiene che Majorana abbia meditato la sua scomparsa, come una di quelle «costruzioni leggere ed aeree che basta un “niente” a farle crollare, ma appunto si reggono perché quel “niente” è stato calcolato».

Anche noi con Sciascia non possiamo a questo punto non domandarci: perché un giovane fisico di brillante avvenire rifiuta la scienza che porta dentro di sé e che è per lui tutt’uno con la vita? Forse davvero mancava di “semplice buon senso”, come riteneva Fermi. O c’è dell’altro?

La scomparsa e il rifiuto della cittadinanza

«È possibile ad un uomo spogliarsi della propria identità come di un vestito, assumerne un’altra, rifarsi, come si suol dire, una vita? Dagli accadimenti della cronaca pare di no: ecco la notizia di un tale, uno che forse aveva le sue buone ragioni per “non farsi vivo”; dalla famiglia e dallo Stato Civile ritenuto morto, ma per caso incontrato a Zara da un conoscente, che si era premurato di rifarlo vivo. Bisogna provare negli accadimenti della fantasia, con scrupolosa fantasia svolgere i giuochi del caso, delle probabilità e delle possibilità cui è affidato il “non farsi vivo” per gli altri, ma l’esser vivo per sé, di un personaggio.

[…] Non basta esser dati per morti su certi registri se non si riesce a far sì da risultare vivi, con la nuova fittizia identità, su certi altri; non ci si può rifare una vita: avere una donna, tenere un cane, difendere il proprio denaro, senza la burocratica certificazione dell’esistenza in vita. Bisogna spogliarsi di tutto perché la fuga riesca, ridursi a pura esistenza: uomo solo nella natura.»3

Colui che scompare non è più visibile, ma non si può neanche dire che sia morto: il corpo di Majorana infatti non è mai stato trovato. Il tema della scomparsa attraversa l’opera di Sciascia e costituisce un leitmotiv privilegiato per indagare il rapporto tra il singolo e il contesto politico-culturale in cui è chiamato a vivere e agire responsabilmente4. Perché è necessario scomparire? Perché il contesto storico in cui si vive limita fortemente la libertà individuale: colui che scompare afferma il proprio bisogno di essere “uomo-solo” e soprattutto uomo libero. In opere quali Il giorno della civetta, Il contesto, Todo modo e Porte aperte la scomparsa effettiva o anelata o realizzata solo per un attimo consente ai personaggi di connettersi alla loro natura più profonda, permette loro di ritrovarsi e rinvenire nel proprio intimo nuove energie per agire eversivamente all’interno di un contesto mafioso o comunque negativo, connotato da ingiustizia, ipocrisia, violenza.

Nel caso di Majorana la scomparsa viene a costituire una sorta di “terza via pirandelliana” tra l’essere organici al potere e la morte. Secondo Sciascia il geniale scienziato non è morto, non si è suicidato, ma è propriamente scomparso, divenuto invisibile: egli si sarebbe pirandellianamente “spogliato di tutto”. Perché? Sciascia ipotizza che nel corso delle sue frenetiche e solitarie ricerche Majorana sia arrivato ad intuire la bomba atomica: lo spavento in una “manciata di polvere”, non a caso Sciascia cita il poeta T. S. Eliot e la sua “terra desolata”.

Lo scrittore accosta la scomparsa di Majorana a quella di due celebri personaggi pirandelliani: Mattia Pascal e Vitangelo Moscarda. Mattia, che per errore viene dichiarato morto, decide di ricostruirsi un’altra vita, radicalmente diversa da quella opprimente che gli era appartenuta e cambia identità; ma si innamora di una donna che non può sposare e subisce dei soprusi che non può denunciare e dunque decide di inscenare un falso suicidio e ritorna al suo paese come un sopravvissuto. Per divenire scrittore. Vitangelo Moscarda, protagonista di Uno, nessuno, centomila, al termine di una lunga e travagliata vicenda esistenziale, decide di “dissolversi” nella natura, lontano da tutto e tutti. La scomparsa di Mattia non è riuscita perché egli non ha saputo rimanere solo, ha voluto di nuovo stringere relazioni, che però sono impossibili se non si possiede una “cittadinanza”, una documentazione di esistenza. Vitangelo invece è riuscito, poiché è stato più radicale, evitando di “concludere” e di concludersi in una forma definita.

Majorana somiglia a Moscarda. Sciascia conclude il breve romanzo suggerendo l’ipotesi che il fisico, turbato dalla forza distruttiva dell’atomo intuita nelle sue ricerche, si sia rinchiuso in un convento, nel più totale anonimato e lì abbia concluso la sua esistenza.

Andando oltre Pirandello Sciascia contrappone l’uomo solo non agli altri in modo generico, bensì ai «cittadini», a coloro che hanno diritti e doveri verso una collettività di cui si riconoscono parte integrante. Il ritorno alla natura si caratterizza come rifiuto della “cultura”, intesa come insieme di tradizioni, di miti, di abitudini, di modi di essere. Nel momento in cui si abbandona il palcoscenico, si cessa di essere personaggi in quanto non si è più cittadini di nulla: ci si pone al di fuori di qualsiasi giurisdizione.

Il mito del rifiuto della scienza

«Preparandosi a “una” morte o “alla” morte, preparandosi a una condizione in cui dimenticare, dimenticarsi ed essere dimenticato […] preparando dunque la propria scomparsa, organizzandola, calcolandola, crediamo baluginasse in Majorana ‑ in contraddizione, in controparte, in contrappunto ‑ la coscienza che i dati della sua breve vita, messi in relazione al mistero della sua scomparsa, potessero costituirsi in mito. La scelta ‑ di apparenza o reale ‑della “morte per acqua”, è indicativa e ripetitiva di un mito: quello dell’Ulisse dantesco. E il non far ritrovare il corpo o il far credere che fosse in mare sparito, era un ribadire l’indicazione mitica. Già lo scomparire ha di per sé, e in ogni caso, un che di mitico. Il corpo che non si trova e la cui morte, non potendo essere celebrata, non è “vera” morte; o la diversa identità e vita ‑ non “vera” identità, non “vera” vita ‑ che lo scomparso altrove conduce, entrando nella sfera dell’invisibilità, che è essenza del mito, obbligano a una memoria, oltre che burocratica e giudiziaria (la “morte presunta” viene dichiarata a cinque anni dalla scomparsa), di pietà insoddisfatta, di implacati risentimenti. Se i morti sono, dice Pírandello, “i pensionati della memoria”, gli scomparsi ne sono gli stipendiati: di un più ingente e lungo tributo di memoria. In ogni caso. Ma specialmente in un caso come quello di Ettore Majorana, nel cui mitico scomparire venivano ad assumere mitici significati la giovinezza, la mente prodigiosa, la scienza. E crediamo che Majorana di questo tenesse conto, pur nell’assoluto e totale desiderio di essere “uomo solo” o di “non esserci più”; che insomma nella sua scomparsa prefigurasse, avesse coscienza di prefigurare, un mito: il mito del rifiuto della scienza.»5

La scomparsa di Majorana assume un valore di totale protesta, in quanto testimonianza immediata e concreta di un rifiuto: se la scienza si fa complice di un’idea di potenza da cui si sprigionano malvagi effetti per l’umanità è necessario rifiutare la scienza.

Non era data a Majorana la possibilità di agire diversamente, di denunciare, di scrivere, di parlare, poiché il suo dramma è tutto interiore e vissuto in solitudine: egli non ha scoperto qualcosa fuori dì sé, bensì dentro di sé, alle radici del suo essere. Apparentemente è impossibile reperire «il movente» della sua scomparsa: il suo è un gesto implosivo, che non pretende di marcare un’impronta nella realtà, poiché è necessitato da un’esigenza tutta interna all’individuo.

Vi è tuttavia in Majorana la consapevolezza che «i dati della sua breve vita, messi in relazione al mistero della sua scomparsa, potessero costituirsi in mito». Majorana organizza minutamente la propria scomparsa per attuare un semplice rifiuto, ma è cosciente di dar vita al mito del rifiuto della scienza: la giovinezza, la genialità, la scelta della «morte per acqua», tutti elementi che dovevano fondersi e dare vita al mito dello scienziato invisibile.

La “cospirazione contro la vita”

Majorana ha evitato di prendere parte alla “cospirazione contro la vita” rifiutando di essere cittadino: se i cittadini accettano di farsi complici di una cospirazione, compito dell’individuo è quello di scio­gliersi dalla cittadinanza, rifiutare le certificazioni di esistenza, rifiuta­re la cultura per tornare alla natura. Nel termine “cospirazione” è da rintracciare uno dei riferimenti più significativi dell’opera: il protagonista della Tempesta di Shakespeare, il mago Prospero riesce a sconfiggere «la cospirazione del bestiale Caliban contro la (mia) vita»; la breve parola “mia”, riferita a Prospero, viene espunta da Sciascia perché in questo caso non si tratta di cospirazione contro una singola persona, ma ai danni di tutta l’umanità. In epigrafe al romanzo Sciascia pone una breve frase, «Prediligeva Shakespeare e Pirandello»: citazione tratta dalla nota biografica dedicata a Majorana da Amaldi. Fedele alla predilezione del giovane scienziato Sciascia costruisce il testo a lui dedicato attraverso un fitta serie di riferimenti all’opera dei due autori.

Abbiamo già avuto modo di evidenziare come il riferimento a Pirandello permei interamente il breve romanzo, ma è ricco di suggestioni anche il richiamo a Shakespeare: nella pazzia attribuita a Majorana c’è un esplicito riferimento ad Amleto, cui rinvia la significativa citazione «Il resto è silenzio», posta da Sciascia al termine della disamina delle indagini svolte dalla polizia. Anche Amleto è protagonista di un grande rifiuto: «L’Amleto, in definitiva, è la tragedia di un uomo che non vuole regnare e che si serve, per dirla approssimativamente, di una idea giuridica, la legittimità, per disgregare, col regno, la propria destinazione a regnare. E’ la tragedia di un rifiuto; che non può fermarsi al rifiuto del regno, ma deve andare oltre, per la legittimità che non consente: al rifiuto della vita.»6

Nel capitolo undicesimo, non a caso, “cabalisticamente” l’ultimo del romanzo (Majorana aveva indicato nelle undici di sera l’ora della sua prefigurata morte per acqua), Sciascia, abbandonato ormai qualsiasi documento storico, si trova in un convento certosino, laddove in virtù di una “rivelazione”, di una “esperienza metafisica e mistica” ha la “razionale certezza” che Majorana abbia trascorso i suoi giorni. Non a caso la figura del mago Prospero ci introduce a queste ultime pagine:

«La turpe cospirazione del bestiale Caliban contro la vita, mi è passata di mente. Una breve parola – mia, la mia vita- è volata via dalla battuta di Prospero: e così ce la ripetiamo andando dietro al padre certosino che guida la nostra visita a questo antico convento. {…} Dal momento in cui siamo arrivati in questa specie di cittadella tra i boschi, ogni nostra ansietà e curiosità è caduta. La frase di Prospero batte nella memoria come tra nude pareti: La turpe cospirazione del bestiale Caliban contro la vita, mi è passata di mente. A momenti ne aggancia altre, dello stesso Prospero, nella stessa scena dell’atto IV de La tempesta, penultima opera di Shakespeare, ultima in un certo senso: Questi nostri attori, come del resto avevo già detto, erano soltanto degli spiriti, e si sono dissolti nell’aria, nell’aria sottile. E simili in tutto alla fabbrica senza fondamento di questa visione, le torri incappucciate di nubi, gli splendidi palazzi, i sacri templi, lo stesso globo terrestre e tutto quel che vi si contiene, s’avvieranno al dissolvimento e, al modo di quello spettacolo senza corpo che avete visto ora dissolversi, non lasceranno dietro a sé nemmeno uno strascico di nube. Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, circondata dal sonno è la nostra breve vita. Perché queste visioni {…} ci dànno un senso di dissolvimento e di irrealtà, come di un sogno quando si sa di sognare. Ma forse il richiamo dell’una battuta all’altra ha più a che fare col senso del nostro viaggio, della nostra visita: qualcuno qui, in questo convento, si è forse salvato dal tradire la vita tradendo la cospirazione contro la vita; ma la cospirazione non si è spenta per quella defezione, il dissolvimento continua, l’uomo sempre più si disgrega e svanisce in quella sostanza di cui sono fatti i sogni. E non è già un sogno di quel che l’uomo “era” l’ombra rimasta come stampata su qualche brandello di muro, a Hiroshima?»7

Sciascia connota la sua “esperienza metafisica” di una serie di riferimenti letterari, non a caso stavolta poetici; nel passo appena citato troviamo reminiscenze di Ungaretti, in particolare dalla poesia “Vanità” del 1917: «D’improvviso/è alto/ sulle macerie/ il limpido/ stupore/ dell’immensità// E l’uomo/ curvato/ sull’acqua/ sorpresa/ dal sole/ si rinviene/ un’ombra// Cullata e/ piano/ franta»8 Ci sono le macerie reali di una guerra reale quanto reale è la bomba di Hiroshima, c’è il senso di smarrimento e perdita di identità che conduce l’uomo a cercare il proprio volto e a rinvenirsi invece “ombra franta”, c’è lo “stupore dell’immensità” che rende ancora più misero il frantumarsi dell’uomo.

Non possiamo inoltre ignorare gli echi montaliani e la ripresa quasi testuale di due celebri liriche da Ossi di seppia: “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato”, laddove Montale scrive: «Ah l’uomo che se ne va sicuro,/ agli altri ed a se stesso amico,/e l’ombra sua non cura che la canicola/ stampa sopra uno scalcinato muro!» e “Portami il girasole ch’io lo trapianti” dove leggiamo: «Tendono alla chiarità le cose oscure/ si esauriscono i corpi in un fluire/ di tinte: queste in musiche. Svanire/ è dunque la ventura delle venture”. L’“ombra stampata” su un muro scalcinato, a brandelli, lo “svanire” come “ventura delle venture”: immagini volte a definire e arricchire di connotazioni esistenziali il dissolvimento dell’uomo.

Il “dissolvimento” di Majorana viene da Sciascia posto in relazione con il complesso “dissolvimento” del soggetto che attraversa e caratterizza molta letteratura novecentesca: il dramma interiore del giovane fisico diviene emblema del disagio esistenziale e filosofico dell’uomo del Novecento, privo di certezze e di riferimenti in una realtà mutevole e ingannevole.

Scrittura documentaria o riscrittura romanzesca?

Il richiamo a la Tempesta di Shakespeare non ha ancora esaurito il suo potere evocativo: Prospero, suscitatore di tempeste ed amori, il regno che Amleto aveva rifiutato lo rivendica con determinazione e lucidità. I suoi strumenti sono i libri, attraverso i quali riesce a dominare la realtà e a indirizzare gli eventi a suo favore: il regno lo riconquista grazie ad una sapiente rappresentazione recitata da attori-spiriti e guidata dalla sua regia impeccabile. Il mago manipola la realtà servendosi dei libri, ma lo fa per ristabilire una “superiore verità”: ci ricorda un po’ l’abate Vella de Il consiglio d’Egitto, che riscrive la storia siciliana fingendo di tradurre un antico manoscritto arabo. Ancor di più ci ricorda Sciascia stesso, narratore-Prospero che rende la scomparsa di Majorana propriamente “mito”. Come avviene questo processo? Come nasce un mito? Servendosi dei suoi “libri magici”, ossia di una serie di fitti riferimenti letterari, il narratore «rende evidenti» amplifica, deboli «tracce di vita» e le connette. Vediamo in dettaglio riferendoci ad esempio al primo capitolo del libro.

La riflessione intorno alla figura di Ettore Majorana prende le mosse dall’analisi dei documenti contenuti nel fascicolo della Direzione Generale di Pubblica Sicurezza: pochi e raccolti svogliatamente, indicano soprattutto che ad un «inefficiente e inintelligente» modo di condurre le indagini da parte della polizia si contrappone vanamente un interessamento intenso e continuo da parte della famiglia e di illustri rappresentanti della cultura italiana, come Giovanni Gentile e Enrico Fermi.

Nel ricostruire la vicenda Sciascia si serve di una scrittura che passa incessantemente dal documento ad altro, per suggerire un percorso, per persuadere: il romanzo si apre infatti con la lettera di Giovanni Gentile ad Arturo Bocchini, capo della Polizia, e prosegue accostando citazioni dalla commedia Raffaele di Vitaliano Brancati, a citazioni da Proust, per riprendere poi altre lettere, altre testimonianze, altri documenti. Non abbiamo dunque a che fare con un saggio, ma con un romanzo che si articola attraverso una ricostruzione apparentemente rigorosa dei fatti, ma che si serve in realtà di una mappa di riferimenti letterari per indirizzare la lettura.

Intuendo e interpretando i pensieri del capo della polizia Sciascia ci offre immediatamente una chiave di lettura: Majorana, in quanto scienziato, viene considerato «ad un passo dalla follia», come i poeti, come i filosofi; e la follia conduce alla morte, perché necessariamente follia e morte sono contigue, vicine; magari un genere di morte elucubrato, vista la peculiare attività del giovane, ma certamente suicidio, certamente morte. Dunque il «dramma di un uomo intelligente, la sua volontà di scomparire, le sue ragioni» hanno agli occhi del commissario Bocchini solo il riflesso del dissenno, della pazzia. Il caso avrebbe meritato un investigatore che sapesse immedesimarsi, riuscendo cosí a cogliere il profondo disagio esistenziale dei personaggi, le inquietudini e i malesseri intimi.

In itinere Sciascia ci offre molte indicazioni sul suo modo di procedere: egli «scruta» i documenti traendone «impressioni, senz’altro giuste», legge e rilegge i carteggi in filigrana, procedendo a coglierne il senso «alluso e prescritto a filo di grammatica, di sintassi, di logica». Egli si serve di una filologia che procede per intuizioni, per impressioni: leggendo le prime tre pagine sappiamo già che ci verrà proposta una riscrittura dell’affaire Majorana, la quale, interpretando i fatti argomenterà una diversa verità. Lo scrittore non esplicita subito il risultato delle sue ricerche, ma ci conduce per mano sapientemente, dosando di volta in volta le informazioni, perché desidera persuaderci del suo punto di vista, portarci a registrarlo come l’unico possibile in base ai dati oggettivi in nostro possesso. Egli procede attuando la tattica del “giro di vite”: stringe sempre di più il lettore, finché questi non si convince della fondatezza di quelle che in realtà sono soltanto suggestive ipotesi.

Proprio queste ipotesi però consentono al narratore-Prospero di dare vita al mito che ha il potere di agire eversivamente nel contesto, scompigliando le carte e liberando nuove prospettive. Le «razionali certezze al di là della ragione» permettono di ristabilire la «superiore verità» che conforta e consente di continuare a lottare. In ultima analisi il narratore-Prospero salva se stesso dalla scomparsa.

Scienza ed etica

Come risulta evidente da quanto fin qui osservato, al centro de La scomparsa di Majorana si pone la riflessione sul rapporto tra scienza ed etica: in un contesto potenzialmente esplosivo come quello della fine degli anni Trenta l’uomo senza principi, e ancor più il genio senza principi, avrebbe potuto ricoprire un ruolo devastante. Sciascia prende posizione, come suo solito, in modo molto netto e chiaro e lo fa nel capitolo V, capitolo centrale in tutti i sensi, dedicato al viaggio in Germania del giovane Majorana. La riflessione ruota intorno alla figura di Heisenberg9, che Sciascia considera non solo un fisico, bensì un filosofo:

«Se [Majorana} con Heisenberg avesse parlato di letteratura o di problemi economici, di battaglie navali o di scacchistica, cose che lo appassionavano e alle quali speculativamente spesso si applicava, non sarebbe stato un chiacchierare. Parlava, certamente, di fisica nucleare. Ma, altrettanto certamente, in modo diverso, con diverse implicazioni, di come avrebbe potuto (ed evidentemente non voleva) parlarne con Fermi o con Bohr, coi fisici dell’Istituto di Lipsia o con quelli dell’Istituto romano. Con gli altri fisici, il suo tipo di comunicazione ideale era quello che aveva stabilito all’Istituto di Roma, e proseguito a Lipsia, con l’americano Feenberg: Majorana non parlava l’inglese e Feenberg non parlava l’italiano, ma stavano sempre assieme, studiavano allo stesso tavolo; e comunicavano, mostrandosi qualche formula scritta su di un pezzo di carta, soltanto a lunghi intervalli (Amaldi). Con Heisenberg, il rapporto era del tutto diverso. E la ragione crediamo di intravederla, retrospettivamente, nel fatto che Heisenberg viveva il problema della fisica, la sua ricerca di fisico, dentro un vasto e drammatico contesto di pensiero. Era, per dirla banalmente, un filosofo».10

Sciascia introduce a questo punto una importante riflessione sul rapporto tra scienza ed etica e tra scienza e libertà:

«Chi, sia pure sommariamente (come noi: tanto per mettere le mani avanti), conosce la storia dell’atomica, della bomba atomica, è in grado di fare questa semplice e penosa constatazione: che si comportarono liberamente, cioè da uomini liberi, gli scienziati che per condizioni oggettive non lo erano; e si comportarono da schiavi, e furono schiavi, coloro che invece godevano di una oggettiva condizione di libertà. Furono liberi coloro che non la fecero. Schiavi coloro che la fecero. E non per il fatto che rispettivamente non la fecero o la fecero ‑ il che verrebbe a limitare la questione alle possibilità pratiche di farla che quelli non avevano e questi invece avevano ‑ ma precipuamente perché gli schiavi ne ebbero preoccupazione, paura, angoscia; mentre i liberi senza alcuna remora, e persino con punte di allegria, la proposero, vi lavorarono, la misero a punto e, senza porre condizioni o chiedere impegni (la cui più che possibile inosservanza avrebbe almeno attenuato la loro responsabilità), la consegnarono ai politici e ai militari. E che gli schiavi l’avrebbero consegnata a Hitler, a un dittatore di fredda e atroce follia, mentre i liberi la consegnarono a Truman, uomo di “senso comune” che rappresentava il “senso comune” della democrazia americana, non fa differenza: dal momento che Hitler avrebbe deciso esattamente come Truman decise, e cioè di fare esplodere le bombe disponibili su città accuratamente, “scientificamente” scelte fra quelle raggiungibili di un paese nemico; città della cui totale distruzione si era potuto far calcolo (tra le “raccomandazioni” degli scienziati: che l’obiettivo fosse una zona del raggio di un miglio e di dense costruzioni; che ci fosse una percentuale alta di edifici in legno; che non avesse fino a quel momento subito bombardamenti, in modo da poter accertare con la massima precisione gli effetti di quello che sarebbe stato l’unico e il definitivo … )».11

Sciascia ci dice senza mezzi termini che senza la «bussola» offerta dai principi morali e da quello che definisce «vasto e drammatico contesto di pensiero», si è «schiavi», ci si ritrova alla mercé del potere politico che strumentalizza le scoperte scientifiche. Heisenberg si comportò da uomo libero perché la bomba per Hitler non la fece; gli altri furono schiavi della democrazia che li sovvenzionava e consegnarono la bomba a Truman.

Si è a lungo discusso intorno alla figura di Heisenberg, che rimase in Germania dopo che colleghi illustri, quali Einstein, furono costretti ad andare in America per sottrarsi alle persecuzioni razziali. Certamente era l’unico in Germania che potesse progettare l’atomica e a Los Alamos si sospettava con terrore che davvero ci stesse lavorando. Nel 1998 lo scrittore inglese Michael Frayn ha dedicato alla figura di Heisenberg una pièce teatrale, Copenaghen12, che ruota intorno ad una domanda: perché Heisenberg andò a Copenaghen nel settembre del 1941, in piena occupazione nazista della Danimarca, a visitare il suo antico maestro, Niels Bohr, padre della moderna fisica atomica? I documenti relativi all’incontro, avvenuto in un momento cruciale della storia dell’umanità, sono scarsi e contrastanti; in particolare ci si è sempre domandati: si parlò della possibilità di costruire una bomba atomica? La Germania ci stava lavorando? Heisemberg cercava di carpire informazioni sui piani alleati da Bohr? ovvero desiderava invitare gli alleati a abbandonare la ricerca, come avrebbe fatto lui stesso?

Frayn immagina che i due grandi fisici, ormai morti e sepolti, ricostruiscano l’incontro, in modi sempre diversi, poiché diverse e a tratti divergenti furono sempre le loro testimonianze. Con chiarezza emergono gli elementi di contiguità tra ricerca scientifica e responsabilità morale: Heisenberg, forse per un errore piuttosto banale nel calcolo della quantità di uranio 235 necessario, non costruì la bomba, mentre Bohr collaborò al progetto Manhattan, seppure non in qualità di protagonista, dopo essere fuggito fortunosamente da Copenaghen la notte prima del rastrellamento degli ebrei.

A proposito di questo fatidico incontro a Copenaghen Sciascia ritiene che Bohr, molto anziano e quindi un po’ rimbambito, abbia frainteso il discorso di Heisenberg considerandolo come una minaccia più che come un «preoccupato e rassicurante messaggio»: Heisenberg desiderava che gli alleati sapessero che lui la bomba non l’avrebbe fatta. Sciascia accomuna dunque ancor più il fisico tedesco ad Ettore Majorana che già due anni prima era scomparso, forse per analoghi motivi.

La necessità di agire liberamente è strettamente connessa alla capacità di osservare il reale attraverso dei principi: paradossalmente lo «strano» e «estraneo» Majorana, meglio di altri si rende conto dell’enorme pericolo insito nella propria ricerca, nell’opera che è tutt’uno con la sua vita, e sottraendosi si comporta da uomo libero.

Scienza e potere politico

Il breve romanzo che Sciascia dedica alla figura di Majorana può utilmente essere inserito in un dibattito molto più ampio che analizza i complessi legami tra ricerca scientifica e potere politico.

Da sempre la scienza ha dovuto misurarsi con il potere: le istituzioni politiche hanno cercato di asservire la scienza ai propri fini e quando questo non è stato possibile hanno fatto in modo di marginalizzare e mettere a tacere le figure di scienziati “scomodi”. Come non ricordare la vicenda di Galilei, costretto dal tribunale dell’Inquisizione a ritrattare pubblicamente le proprie teorie per non subire la tortura e il rogo? Bertolt Brecht13 offre una lettura della vicenda del grande scienziato, che, se da una parte pone in evidenza l’importanza di Galilei e del metodo di ricerca scientifico da lui messo a punto, dall’altra riflette criticamente sulla scelta dell’abiura, interpretata come una resa: nelle successive stesure della sua opera Brecht evidenzierà gli aspetti morali e sociali della figura e della ricerca di Galilei, enfatizzando l’aspetto legato alla responsabilità morale dello scienziato. Questa svolta è senz’altro connessa con il mutato clima politico e con il dibattito suscitato dagli scienziati impegnati nella costruzione della bomba atomica. A livello popolare le idee di Galilei erano state colte come un invito a non credere più ciecamente al dogma, a verificare con i propri occhi… Abiurando Galilei avrebbe tradito la fiducia, la breccia che si era aperta. Brecht mette in evidenza questo aspetto, mostrando di aver colto con lucidità un nodo problematico:

«Il misfatto di Galileo può essere considerato il “peccato originale” delle scienze naturali moderne. Della moderna astronomia, che interessava profondamente una classe nuova, la borghesia, perché appoggiava le correnti sociali rivoluzionarie dell’epoca, egli fece una scienza specialistica strettamente limitata, la quale naturalmente, proprio grazie alla sua “purezza”, ossia alla sua indifferenza al sistema di produzione, potè svilupparsi relativamente indisturbata. La bomba atomica, come fenomeno tecnico non meno che sociale, è il classico prodotto terminale delle sue conquiste scientifiche e del suo fallimento sociale».14

Nell’ultima edizione Brecht fa pronunciare all’ormai anziano Galilei una puntuale e dolorosa autocritica:

«I moti dei corpi celesti ci sono divenuti più chiari; ma i moti dei potenti restano pur sempre imperscrutabili ai popoli. Finché l’umanità continuerà a brancolare nella sua nebbia millenaria di superstizioni e di venerande sentenze, finché sarà troppo ignorante per sviluppare le sue proprie energie, non sarà nemmeno capace di sviluppare le energie della natura che le vengono svelate. […] Non credo che la pratica della scienza possa andar disgiunta dal coraggio. […] Che scopo si prefigge il vostro lavoro? Io credo che la scienza non possa proporsi altro scopo che quello di alleviare la fatica dell’esistenza umana. Se gli uomini di scienza non reagiscono all’intimidazione dei potenti egoisti e si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre, ed ogni nuova macchina non sarà fonte che di nuovi triboli per l’uomo. E quando, coll’andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall’umanità. Tra voi e l’umanità può scavarsi un abisso cosí grande, che ad ogni vostro eureka rischierebbe di rispondere un grido di dolore universale… Nella mia vita di scienziato ho avuto una fortuna senza pari: quella di vedere l’astronomia dilagare nelle pubbliche piazze. In circostanze cosí straordinarie, la fermezza di un uomo poteva produrre grandissimi rivolgimenti. Se io avessi resistito, i naturalisti avrebbero potuto sviluppare qualcosa di simile a ciò che per i medici è il giuramento d’Ippocrate: il voto solenne di far uso della scienza ad esclusivo vantaggio dell’umanità. Cosí stando le cose, il massimo in cui si può sperare è una progenie di giorni inventivi, pronti a farsi assoldare per qualsiasi scopo. Mi sono anche convinto, Andrea, di non aver mai corso dei rischi gravi. Per alcuni anni ebbi la forza di una pubblica autorità; e misi la mia sapienza a disposizione dei potenti perché la usassero, o non la usassero, o ne abusassero, a seconda dei loro fini. Ho tradito la mia professione; e quando un uomo ha fatto ciò che ho fatto io, la sua presenza non può essere tollerata nei ranghi della scienza».15

Come possiamo notare è molto stretto il legame che unisce le riflessioni etiche, connesse alla responsabilità e al coraggio, al rifiuto delle “intimidazioni dei potenti egoisti”: la scienza ha lo scopo di alleviare la fatica dell’esistenza e non quello di provocare “un grido di dolore universale”.

Nel 1968, pochi anni prima di Sciascia, la scrittrice Marguerite Yourcenar, nel suo romanzo storico Opera al nero16, riflette sugli stessi temi: il protagonista Zenone è un medico, alchimista e filosofo della prima metà del Cinquecento; un personaggio di fantasia che deve però molto a tanti scienziati e filosofi realmente esistiti, da Leonardo a Paracelso. A causa delle sue ardite ricerche in campo medico e alchimistico Zenone è costretto ad una esistenza errante, sempre in fuga per sottrarsi all’Inquisizione. La sua fuga continua somiglia molto ad una “scomparsa”, perché egli è costretto a rinunciare al proprio nome e a molte delle cose che ama, ma non smette mai di cercare un luogo in cui non regnino sovrane “l’ignoranza, la paura, la stupidità e la superstizione”. Stanco di fuggire Zenone lascia che lo arrestino e lo processino e scopre di essere stato davvero braccato per tutta la vita, poiché gli inquisitori sanno tutto di lui. Per tutto il processo si comporta con grande dignità e coraggio, impegnando gli inquisitori in discorsi complessi e arditi. Egli sa che il suo destino è segnato, ma non arretra e rifiuta di abiurare le sue teorie scientifiche, rifiuta di negare la sua omosessualità e le sue convinzioni teologiche, pericolosamente vicine all’ateismo. Giunto al suo ultimo giorno decide di uscire di scena come gli antichi filosofi: si taglia le vene; è questa la sua ultima sfida, poiché la morte volontaria veniva considerata dalla morale cristiana un peccato senza remissione.

Majorana, i “ragazzi di via Panisperna”, Heisenberg, Bohr, Galilei, Zenone Ligre… figure reali o “mitiche” o immaginarie che ci interrogano sui grandi temi del rapporto tra scienza e etica, tra scienza e potere politico, in fondo anche sul rapporto tra scienza e libertà, se è vero che in un contesto privo di libertà e democrazia è impossibile svolgere un lavoro scientifico di qualità e di rilievo.

Alla maniera di Sciascia chiudiamo queste brevi riflessioni con le parole di Pascal, il filosofo che tutto questo sgomento aveva già profondamente avvertito e può ben riassumere quanto detto fin qui:

«Ecco quel che vedo e che mi turba. Mi guardo intorno da ogni parte, e non scorgo dappertutto se non oscurità. La natura non mi pre­senta nulla che non sia motivo di dubbio e d’inquietudine. […] Quando considero la breve durata della mia vita, sommersa nell’eternità che la precede e la segue, il piccolo spazio che occupo e financo che vedo, inabissato nell’infinita immensità degli spazi che ignoro e che m’ignorano, io mi spavento e stupisco di trovarmi qui piuttosto che là, non essendoci nessuna ragione perché sia qui piuttosto che là, oggi piuttosto che domani. Chi mi ci ha messo? Per ordine e per opera di chi questo luogo e questo tempo furon destinati a me? “Memoria ho­spitis unius diei prætereuntis”17. Quanti regni ci ignorano! Il silenzio eterno di quegli spazi infiniti mi sgomenta».18


NOTE

1 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Torino, Einaudi, 1975, ora in Opere II, 1971-1983, a cura di Claude Ambroise, Milano, Bompiani, 1987-1991, volume II, p. 222.

2 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, cit., p. 223-224.

3 Leonardo Sciascia, Pirandello e la Sicilia, Caltanissetta, Salvatore Sciascia Editore, 1961. Ora in Leonardo Sciascia, Opere III, 1984-1989, cit., p. 1043

4 Cfr. Francesca Vennarucci, Il leitmotiv della scomparsa, in AA.VV., Leonardo Sciascia. La mitografia della ragione, Roma, Lithos Editrice, 1993, pp. 205-257.

5 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Torino, Einaudi, 1975, ora in Opere, cit., II, p. 261.

6 L. Sciascia, Nero su nero, Torino, Einaudi, 1979, ora in Opere, cit., II, p. 748.

7 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, cit., p. 266-267.

8G. Ungaretti, “Vanità” dalla silloge Allegria di naufragi, poesie 1914-1919, Vallecchi, Firenze, 1919; ora in G. Ungaretti, Vita d’un uomo. Tutte le poesie, a cura di Leone Piccioni, Milano, Mondadori, 1969, p. 78.

9 Werner Karl Heisenberg nacque a Würzburg nel 1901. Assistente di Niels Bohr a Copenaghen, fu poi docente di fisica teorica all’Università di Lipsia. È tra i fondatori della meccanica quantistica, nella formulazione della cosiddetta meccanica delle matrici e ha enunciato il principio di indeterminazione. Dopo la scoperta del neutrone, formulò la prima teoria delle forze nucleari. Insignito del premio Nobel nel 1932, Heisenberg ha dato contributi essenziali anche alla teoria del ferromagnetismo e allo studio della superconduttività. In collaborazione con Wolfgang Pauli ha compiuto ricerche sulla relazione tra meccanica quantistica e teoria della relatività. Morì a Monaco di Baviera nel 1976. Nella riflessione di Heisenberg è centrale il rapporto tra gli sviluppi della fisica nella prima meta del Novecento e le loro implicazioni filosofiche.

10 L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, cit., p. 237-238.

11 La struttura organizzativa del “Manhattan Project” e il luogo in cui fu realizzato per noi si sfaccettano in immagini di segregazione e di schiavitù, in analogia ai campi di annientamento hitleriani. Quando si maneggia, anche se destinata ad altri, la morte ‑ come la si maneggiava a Los Alamos ‑ si è dalla parte della morte e nella morte. A Los Alamos si è insomma ricreato quello appunto che si credeva di combattere. Il rapporto tra il generale Groves, amministratore con pieni poteri del “Manhattan Project”, e il fisico Oppenheimer, direttore dei laboratori atomici, è stato di fatto il rapporto che frequentemente si istituiva nei campi nazisti tra qualcuno dei prigionieri e i comandantí. Per questi prigionieri, il “collaborazionismo” era un modo diverso di esser vittime, rispetto alle altre vittime. Per gli aguzzini, un modo diverso di essere aguzzini. Oppenheimer è infatti uscito da Los Alamos annientato quanto un prigioniero “collaborazionista” dal campo di sterminio di Hitler. Il suo dramma ‑ che non ci commuove affatto, a cui soltanto riconosciamo un valore di parabola, di lezione, di ammonizione per gli altri uomini di scienza ‑ è propriamente il dramma, vissuto a livello individuale, soggettivo, di un nefasto “collaborazionismo” che molte migliaia di persone hanno vissuto (nel senso che ne sono morte) oggettivamente, in quanto ne sono stati oggetto, bersaglio. E speriamo che altre e più vaste vendemmie di morte non vengano da questo, non ancora infranto, “collaborazionismo”. (Nota di Sciascia)

12 Michael Frayn, Copenaghen, 1998, Gran Bretagna, trad. it. M.T. Petruzzi e F. Ottoni, 2003, Milano, Sironi Editore.

13 Bertolt Brecht, Vita di Galileo, data prima pubblicazione 1939, seconda stesura 1945-46 e terza stesura 1953-55, traduzione italiana Emilio Castellani, Torino, Einaudi, 1963.

14 Bertolt Brecht, Note sulla Vita di Galileo, premessa all’edizione italiana citata

15 Bertolt Brecht, Vita di Galileo, cit. p. 110

16 Marguerite Yourcenar, L’opera al nero, titolo originale L’oeuvre au noir, 1968, Parigi, traduzione italiana di Marcello Mongardo, Milano, Feltrinelli, 1988.

17 “Ricordo dell’ospite di un solo giorno, che subito passa”, Bibbia, Libro della sapienza, V, 14

18 Blaise Pascal, Pensées, la prima edizione, non integrale, è del 1669 a Parigi, mentre l’edizione integrale e condotta sul manoscritto si ebbe solo nel 1846; trad. it. Paolo Serini, Pensieri, Torino, Einaudi, 1962, pp. 93-94, (corsivi miei).

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