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ESERCIZI DI LETTURA n.11: Un ipotetico kantiano dionisico. Sette conversazioni utili per comprendere meglio Lacan.

Sergio Benvenuto, Antonio Lucci, Lacan, oggi. Sette conversazioni per capire Lacan; Mimesis edizioni, Milano-Udine, 2014, pp. 215.

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di Gustavo Micheletti

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Un filosofo competente in cose psicoanalitiche pone delle domande a uno psicoanalista con una formazione filosofica e dal loro dialogo nasce un libro, effettivamente utile per capire Lacan. Le sette conversazioni tra Sergio Benvenuto e Antonio Lucci hanno il grande merito di sottrarsi a due tipi di approcci fino a poco tempo fa predominanti: quello di fornire una ricostruzione del pensiero dello psicoanalista francese tutta dall’interno, per così dire di scuola, pur con tutte le numerose e sottili variazioni che nell’ambito di quella lacaniana è stato fino ad oggi possibile registrare; e un approccio esterno, talora massivamente critico e frettolosamente intransigente nell’argomentare le proprie riserve.

Per quanto questa contrapposizione sia stata negli ultimi anni mitigata dall’avvento di una seconda generazione di discepoli di Lacan, che anche in Italia stanno intraprendendo un prezioso lavoro di tessitura tra l’opera del maestro e le sue implicazioni o relazioni filosofiche operando così una sorta di “urbanizzazione della provincia lacaniana”, queste “sette conversazioni” sono comunque uno dei pochi testi in grado di porre anche un lettore poco esperto in condizione di comprendere alcuni snodi cruciali del pensiero di Lacan, fornendo nel contempo al medesimo lettore gli strumenti idonei per valutarlo secondo altre prospettive teoriche.

Nel libro, uscito nel 2014 per le edizioni Mimesis, s’insiste infatti su un doppio registro di lettura, uno interno e uno esterno all’impianto teorico in oggetto: in entrambi i casi Sergio Benvenuto riesce a fornire non solo delucidazioni utili per una migliore comprensione dei temi proposti da Lucci, ma anche per porre in comunicazione orizzonti culturali diversi e spesso ritenuti incompatibili. Lacan può apparire così come un punto di riferimento irrinunciabile anche per coloro che non condividano aspetti della sua teoria o della sua tecnica, che vengono in questo modo posti in condizione d’interagire con punti di vista filosofici diversi.

Se il “Reale” è per Lacan – come Benvenuto sostiene – “ciò che del simbolico va restituito al soggetto come un resto” (p. 114), in quanto “non giunto a destinazione simbolica”, allora si potrebbe dire che questo libro rende meno “reale” il senso complessivo dell’opera in questione, accettando la sfida di varcare i limiti di quello stesso “gergo” che più o meno volontariamente essa ha saputo creare e nutrire.

Così, invece di guardarlo in faccia un po’ interdetti e ammutoliti, con questo “reale” si può iniziare a conversare a poco a poco in un modo nuovo, senza ripercorrerne la trina o, in alternativa, rinunciando a negarne la funzione. Una simile conversazione costituisce infatti di per sé l’opposto di quella comunicazione destinata a mancare, quasi per vocazione e per analogia col “desiderio”, sempre d’un soffio il suo obiettivo, quale è stata per ampi tratti simulata all’interno della scuola.

Questa conversazione, non “reale” perché non protesa a simulare gli inciampi del soggetto nel “reale”, cerca tuttavia di riavvolgere, chiarire e discutere il pensiero che ha concepito tale nozione. Il debito simbolico da sempre contratto da chiunque con un soggetto qualsiasi supposto sapere può così gradualmente sciogliersi facendo riscoprire al lettore il valore terapeutico di un’ignoranza di stampo socratico: solo quest’ultima è infatti capace d’indurci ad accettare responsabilmente quel debito e di scongiurarne gli effetti ellittici. In altri termini, qui chi parla rinuncia ad assumere la posizione di analizzante, al contrario, come ricorda ancora Benvenuto, di quanto intendeva fare Lacan, che nei suoi seminari “forniva al suo pubblico quel plus-significante che il setting analitico fa produrre all’analizzante” (p. 21); qui si cerca, con procedura più classica e dialogica, di proporre un confronto critico tra varie possibili letture e versioni del pensiero lacaniano dissodando il terreno, ancora per molti versi incolto, delle sue relazioni con la regione filosofica circostante.

Si sa che Lacan ha inteso ancorare fin dall’inizio la sua pratica psicoanalitica a un ritorno a Freud e i due coautori del libro non mancano d’interrogarsi su come un tale “ritorno” debba essere inteso. Molto in sintesi, nel tentativo di riassumere succintamente la risposta argomentata che viene fornita nel volume, si può ricordare che tra le diverse interpretazioni che è possibile fornire del famoso motto “Wo es war, soll ich werden” quello prescelto da Lacan sarebbe, secondo Benvenuto, il seguente: “Dove quello era, là io devo addivenire”. Quest’interpretazione è ben diversa da quella assunta da quelle teorie psicoanalitiche che intendono oggi integrarsi alla psicologia cognitiva, per le quali la frase freudiana suonerebbe invece così: “Dove quello era, là io devo subentrare” (p. 88). Se quest’ultima versione paragona “l’azione analitica al prosciugamento del mare operata all’epoca dagli olandesi con lo Zuiderzee” (ibidem), – dice Benvenuto – cosicché “il fine dell’analisi sarebbe come strappare terra abitabile per noi umani all’inabitabile mare”, viceversa, per Lacan, “Io dovrei essere non come una terra che invade e dissecca il mare, ma come la barca di un navigatore solitario che, scorrazzando per il mare, lo abita senza affondare” (ibidem).

Forse, gli interpreti d’orientamento cognitivista del pensiero di Freud non saranno entusiasti di questa riduzione della loro posizione in merito, ma nel complesso la stringata e riassuntiva polarizzazione proposta da Benvenuto ha il merito di rendere conto in maniera rapida e chiara, ancorché sommaria, di una differenza importante.

Naturalmente, non tutte le considerazioni contenute in questo libro risultano ugualmente condivisibili. Accanto a molte che suscitano un immediato consenso, e ciò anche per la chiarezza con cui sono state riproposte questioni complesse e controverse, esso contiene giudizi che possono suscitare qualche riserva. Per esempio, Benvenuto considera l’etica lacaniana “dionisiaca” e al tempo stesso “kantiana” (p. 89). In effetti, l’esortazione a «non cedere sul proprio desiderio» significa essenzialmente per Lacan che non bisognerebbe mai venir meno alla propria vocazione e al proprio dovere, e quindi, in questo senso, l’etica della psicoanalisi potrebbe essere considerata kantiana. Tuttavia, difficilmente un’etica kantiana può essere anche dionisiaca. In effetti non è forse un caso che lo stile comunicativo – sia scritto sia orale – di Lacan evochi piuttosto le sfide e gli enigmi atti a risvegliare una più profonda attività della coscienza – quasi una seconda, demonica e socratica, coscienza ombra, altrimenti detta poi “inconscio”, quale era praticata a Delfi dall’oracolo di Apollo – che non i tipici rituali dionisiaci.

La spiritualità apollinea continua infatti d’allora a gettare il suo guanto di sfida alla ragione, ma non per indurla ad abdicare o ad abbandonarsi alla sfrenatezza mistica di danze in cui si arriva perdere la percezione del proprio centro e della propria consistenza, ma per far sì che, anche grazie a tale perdita virtuale, al poterne intravederne le risonanze più remote, l’intelligenza umana sappia cimentarsi sempre meglio nella difficile arte di ascoltare e decifrare gli effetti d’ombra che la sua logica produce, i paradossi cui essa può condurre, gli inciampi e i mostri che sa generare.

Quanto a Dioniso, la sua azione è meramente dialettica: è a un tempo azione di pungolo, alternativa seducente e istanza d’un sincretismo pervasivo, che insieme costituiscono lo sfondo di un desiderio archetipico insopprimibile: quello che ogni individuo ha di farsi uno, anche attraverso un abbandono mistico e musicale, con il tutto che lo avvolge, disponendosi ad apprendere l’arte sottile di non prendere alla lettera il taglio che secondo Lacan divide ineluttabilmente ogni ipotetico individuo.

In questo modo, alludendo alla possibilità di tornare uno per quella particolare via mistica che potrebbe essere raffigurata come una intermittente perdita di centro, attraverso l’esercizio dello stesso soggetto a danzare intorno a un centro mai definitivo, Dioniso suggerisce anche la possibilità di eludere il forzoso e tragico processo apollineo che può condurre allo stesso esito e alla stessa agnizione finale, ma solo dopo aver approssimativamente percorso tutti i defiles del significante e per una via ben più ardua, fatta di crudeli interrogativi, d’inesorabili “tagli” simbolici e viziosi paradossi. Naturalmente per il bravo psicoanalista, che ritiene non eludibile il passaggio dell’analizzante tra le serie dei defiles che lo molestano nel proprio sintomo, non sarà difficile negare il proprio consenso a questa dionisiaca tentazione.

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